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L'IMMAGINE
RAFFIGURA LE DIMENSIONI MATERIALI DI 1000
MILIARDI DI EURO IN BANCONOTE DA 100: OVVERO
QUELLE DI UN CAMPO DI CALCIO ALTO QUANTO LA
STATUA DELLA LIBERTA'....tuttavia in
Italonia se ne fottono tutti. Ad esempio nel
paese della Lega di Merda e dello pseudo
federalismo dei coglionazzi delle baite
montanare del cazzo ci sono ben 5 regioni che
l'autonomia dal centro l'hanno ereditata dal
1970. Si tratta delle regioni a Statuto
Speciale, ovvero Sicilia, Sardegna, Valle
d'Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia
Giulia. Cinque regioni e altrettanti
trattamenti di favore: centinaia di milioni di
euro a disposizione, gestiti senza alcun
vincolo. Dal Nord al Sud (isole comprese) a
pagare è sempre e comunque il cittadino. Per
mantenere la casta di Palazzo dei Normanni ogni
siciliano spende cinque volte più dei lombardi.
In Trentino Alto Adige i presidenti di provincia
guadagnano di più del presidente degli Stati
Uniti. La regione Sardegna, invece, spende 85
milioni di euro per la gestione dei sistemi
informatici regionali. La casta in Valle d’Aosta
è una cosa seria, la politica è ovunque: un
potentissimo Consiglio regionale di 35 membri,
74 consigli comunali, 8 Comunità montane, 10
Aziende pubbliche di promozione turistica.
Infine, in Friuli Venezia Giulia i politici
regionali, oltre alle indennità, si portano a
casa un rimborso per l’uso della macchina che, a
seconda della provincia di residenza, varia dai
533 euro per i triestini ai 3. 210 per chi
arriva da Pordenone e deve farsi 117 chilometri.
QUESTA E' UNA MIA PERSONALE
SODDISFAZIONE:ANNI FA MI CONSUMAI LE MANI
A FURIA DI SCRIVERE LORO DEL MIO DISAGIO,
DI LAVORI DI MERDA, DI LICENZIAMENTI
SUBITI, DI UMILIAZIONI SENZA MAI RICEVERE
SODDISFAZIONE. OGGI ANCHE LORO SI TROVANO
NELLA MERDA FINO AL COLLO E PER ME E' UNA
SODDISFAZIONE: "SE PER COLPA DI ALTRI
FINISCI NEI GUAI, FAI IN MODO CHE CHI TI
HA MESSO IN TALE SITUAZIONE FINISCA IN
GUAI ANCORA PEGGIORI!!!"
(* ndr: purtroppo il 10 aprile 2011, il
tesoriere dei DS, esistono ancora (vedere
colonna a sinistra in alto),ha concepito
una proposta di legge,in un Pappamento
italiota che lavora solo per ratificare i
desiderata del suo padroncino coi capelli
d'Asfalto,per portare il finanziamento
pubblico ai partiti, abolito con
referendum nel 1993,a mezzo miliardi di
euro annui, massa di soldi che andrebbe
anche ai partitucoli che si prendono l'1%.
Ricordiamo che in questo paese di merda di
mangiafranchi abbiamo ben 1,5 milioni di
persone che si prendono uno stipendio
attraverso i partiti di merda, a cui
dobbiamo aggiungere 5 milioni di persone
che lavorano a vario titolo per lo stato e
20 milioni di pensionati vari...)
La Procura di Bari
accusa l'ex premier e l'ex direttore de
L’Avanti! dello stesso reato in concorso:
induzione a rendere dichiarazioni mendaci
all'autorità giudiziaria. Si tratta della
vicenda delle escort che Tarantini ha
portato negli anni scorsi nelle residenze
del Cavaliere. Il nome di Berlusconi compare
sull'avviso di proroga delle indagini che
gli inquirenti baresi hanno notificato
l’altro ieri a Lavitola quando era già a
Poggioreale. Tarantini ha sempre sostenuto
che B. era ignaro di andare a letto con
delle prostitute. Lavitola avrebbe avuto il
ruolo di "intermediario" e di "concorrente
dell'autore materiale del reato", che
secondo le ricostruzioni dell'accusa è
Berlusconi, inducendo l'imprenditore barese
a patteggiare la pena per non fare
depositare le sue compromettenti
conversazioni telefoniche con l'ex premier di
Vincenzo Iurillo e Antonio Massari
CHIUSO IL PROCESSO MILLS: TESTA
DI B. ESCE PRESCRITTO, I GIUDICI OVVIAMENTE
CALANO LE BRACHE CON I SUPER RICCHI
Il 24 dicembre 2005, secondo l'accusa, una
società di intercettazioni portò ad Arcore la
telefonata
tra l'ex segretario dei Ds e il numero uno di
Unipol, pubblicata una settimana dopo su Il
Giornale. Silvio Berlusconi è stato rinviato a
giudizio con l’accusa di concorso in
rivelazione del segreto d’ufficio nel
procedimento per il passaggio di mano (che
portò alla pubblicazine su Il Giornale)
dell’intercettazione tra Piero Fassino e
Giovanni Consorte ai tempi della mancata
scalata alla Bnl. La telefonata passata alla
storia per l'esclamazione "abbiamo una banca".
Così ha deciso il gup Maria Grazia Domanico al
termine dell’udienza di questa mattina. “Mai
ascoltato conversazioni del genere” altrimenti
“me lo ricorderei” aveva dichiarato Silvio
Berlusconi in aula. Per l'ex premier è il
quarto processo milanese.
Antonio Di Pietro
“contro” Silvio Berlusconi.
In un’aula di Tribunale. Quella di Milano in
cui si celebra il processo per la
pubblicazione dell’intercettazione tra Piero
Fassino, all’epoca era il 2005 segretario dei
Ds, e Giovanni Consorte, numero uno di Unipol,
“Allora abbiamo una banca”. Fu il leader
dell’Italia dei Valori, nell’autunno del 2009
e oggi teste, a denunciare quello che da
settimane Fabrizio Favata, un imprenditore che
avrebbe voluto vendere la storia dell’intercettazione
non depositata agli atti dell’inchiesta della
scalata Unipol alla banca Bnl e ragala a
Mister B., andava raccontando ai giornalisti.
Poi Favata, accompagnato da una cronista,
incontrò e raccontò tutto a Di Pietro. Che
alla seconda occasione prese appunti su un
foglio di carta giallo, di quelli che “si
usano come sottopiatti” in un bar a due passi
del Pantheon. Appunti “a mo’ di verbale”
risponde Di Pietro al pubblico ministero,
l’aggiunto Maurizio Romanelli.
Berlusconi e suo fratello Paolo, editore de Il
Giornale su cui fu pubblicata la
conversazione, sono imputati per quello scoop
illecito. Il
leader del Pdl risponde in concorso per
rivelazione del segreto d’ufficio, il fratello
anche per millantato credito e ricettazione. I
processi primi distinti sono stati riunificati.
“Favata mi raccontò che
consegnò la pen drive a
Silvio Berlusconi e che Silvio Berlusconi se
la tenne” spiega Di Pietro sottolinea come
avesse chiesto più volte a Favata questo
particolare. Importante se si considera che
nella ricostruzione della Procura,
che per l’ex presidente del Consiglio aveva
chiesto in un primo momento l’archiviazione,
il Cavaliere la sera di Natale del 2005
apparve “appisolato” durante l’incontro ad
Arcore per ascoltare l’intercettazione. Alla
riunione per fare un regalo al presidente da
cui si aspettavano un regalo con Paolo
Berlusconi c’erano Favata e Roberto Raffaelli,
titolare della Rcs research control sistem, la
società che aveva in appalto le
intercettazioni della Procura. Nel salotto di
villa San Martino fu ascoltata
intercettazione e l’allora premier apparve a
Favata che poi raccontò a Di Pietro “molto
soddisfatto. Berlusconi si tenne la pen drive
e se ne andarono contenti di essersi
ingraziati il presidente del Consiglio”
continua l’ex pubblico ministero di Mani
Pulite. “Poi uscì sul giornale e furono
contenti. Dopo la prima pubblicazione ci fu un
tam tam, trasmissioni televisive e man man che
montava erano soddisfatti di aver fatto un
gran favore. Fu Paolo Berlusconi a fargli
sapere ‘mio fratello Silvio è molto contento,
è a vostra disposizione‘”. Ma la
riconoscenza non arrivò. E chi sperava come
Raffaelli di ottenere entrature in Romania per
esportare il business delle intercettazione
nello futuro Stato Ue, rimase deluso.
Di Pietro ricostruisce così
come incontrò Favata e come decise di
presentare la denuncia.
“Nella seconda metà di settembre la
giornalista Claudia Fusani mi disse che un
certo Fabrizio voleva parlarmi. Mi raccontò i
fatti a voce in un incontro alla Camera dei
deputati. Appena saputi questi fatti e mi sono
recato alla locale Procura della Repubblica.
Erano informazioni sommarie, ma a mio avviso
potevano avere rilevanza penale.
Era un dovere come cittadino anche se non
avevo capito perché era venuto da me. Mi
consegnò anche dei documenti. L’8 ottobre 2009
sempre la giornalista Fusani mi disse che
Favata voleva incontrami”. Nel bar romano Di
Pietro verbalizzò la storia di Favata.
“Raccontava sostanzialmente tre fatti. Il
primo la illecita acquisizione,
anche se lo valuterete voi, del contenuto di
una intercettazione Fassino Consorte, la
consegna a piùsoggetti e la successiva
pubblicazione. Poi la dazione di denaro. La
terza questione società gli storni di
pagamenti di fatturazioni”. La dazione,
secondo il racconto di Favata oggi raccontato
da Di Pietro, sono i circa 40-50 mila chiesti
da Paolo Berlusconi, con cui c’era stati
rapporti di lavoro, per far ottenere gli
appalti in Romania alla Rcs. Versamenti che
sarebbero continuati per mesi. L’affare andò
male. ”Favata si sentiva tradito perché non
aveva ottenuto quello che gli era stato
promesso. Diceva di essere
alla canna del gas, era disperato, mi mostrò
pure una bolletta non intestata. Dopo aver
fatto tanto diceva di essere stato
abbandonato, proprio quando ne aveva bisogno. Ricordo
una frase di Favata – dice Di Pietro – quando
gli chiesi a chi l’hai consegnata la pen
drive? L’ho fatta sentire a Silvio Berlusconi
e l’ho consegnata a Silvio Berlusconi”.
E proprio Fabrizio
Favata, che in un procedimento
separato è stato condannato a quattro anni e
due mesi, è stato sentito in aula. Quando
Berlusconi ascoltò la frase “allora, abbiamo
una banca?” rivolta da Piero Fassino a
Giovanni Consorte, “sbarrò gli occhi. Era
vigilissimo“. Davanti ai
giudici della IV sezione penale del Tribunale,
Favata ha ricostruito la serata del 24
dicembre 2005: “Silvio Berlusconi si scusò con
noi e disse che era molto stanco. Per questo
avrebbe chiuso gli occhi durante l’ascolto ma
sarebbe rimasto vigile…”. E così fu visto che
appena l’intercettazione riecheggiò nel
salotto della villa il Cavaliere
si rianimò. Favata, come ha appunto
raccontato Di Pietro, sostiene che la pen
drive con l’intercettazione venne consegnata
nelle mani di Silvio Berlusconi che, al
termine dell’incontro,”ci ringraziò e disse di
essere a nostra completa disposizione per
qualsiasi cosa, che la riconoscenza
della famiglia Berlusconi andava al di là di
qualsiasi immaginazione…e questo – dice Favata
con una ironia – l’ho provato sulla mia
pelle”.
Favata ne ha anche per il
fratello dell’ex premier che fece da
intermediario e che chiese soldi per “ungere
le ruote” e permettere alla società di
intercettazioni di inserirsi nel mercato
romeno. ”Con le buste di contanti io salivo al
secondo piano di via Negri e le consegnavo a
Paolo Berlusconi nel suo ufficio”
dice l’imprenditore. Nell’ambito della
“operazione Romania” l’editore del Giornale
“mi presentò a Roma l’onorevole Valentino
Valentini”. Poi dopo quell’incontro “Paolo mi
disse che si poteva andare avanti
nell’operazione, ma c’erano spese da
sostenere”, 40 mila euro al mese dal
maggio-giugno 2005 all’aprile 2006. L’allora
premier “sapeva perfettamente la ragione
dell’incontro, non credo ci avrebbe ricevuto
il 24 dicembre se si trattava di un
aperitivo”. Dopo aver ascoltato “il nastro che
durava una decina di minuti il premier
commentò e ironizzò con noi
su quelle parole” tra l’allora leader dei Ds
Fassino e Giovanni Consorte, all’epoca alla
guida di Unipol. Favata, come ha aveva
spiegato Di Pietro in aula, ha anche
confermato che la pen-drive venne “consegnata
da Raffaelli a Silvio Berlusconi”. Poi, ha
concluso, “ho pensato che l’avesse persa,
perché dopo qualche giorno Paolo Berlusconi ce
ne chiese un’altra copia”. E il 31 dicembre
2005 Il Giornale uscì in
prima pagina con la famosa intercettazione
“Allora, abbiamo una banca?”.
,la rivelazione di segreto d'ufficio del
caso
Unipol-Consorte-Fassino,(I
difensori hanno chiesto al collegio la
possibilità di cancellare l'udienza di lunedì
prossimo perché in concomitanza con un altro
procedimento a carico dell'ex premier, ossia
l'udienza preliminare in cui Berlusconi è
accusato di concorso in rivelazione di segreto
d'ufficio per la vicenda del nastro
Fassino-Consorte ai tempi della scalata di
Unipol alla Bnl.)
Processo Ruby, in aula arriva la Minetti
La teste: "Burlesque? No, un puttanaio"
Il consigliere regionale del Pdl in tribunale per assistere
al procedimento in cui è imputata
per induzione e favoreggiamento della prostituzione. "Non provo assolutamente
imbarazzo"
Nicole Minetti è arrivata in tribunale a Milano per assistere
alla deposizione dell'amica Melania Tumini nel processo sul caso Ruby in cui è
imputata per induzione e favoreggiamento della prostituzione (anche minorile),
assieme a Lele Mora ed Emilio Fede. Il consigliere regionale del Pdl lombardo,
in elegante tailleur nero, ha sorriso all'indirizzo dei fotografi e dei cronisti
prima di entrare nell'aula della quinta sezione penale. E ha detto di non
provare "assolutamente imbarazzo" e nemmeno vergogna. E' la prima volta che
Minetti si presenta a una udienza del processo sul caso Ruby. Tumini aveva
invece già deposto nel filone principale del processo a carico di Silvio
Berlusconi per concussione e prostituzione minorile.
"Ad Arcore era un puttanaio". Melania Tumini, compagna di
scuola della Minetti a Rimini, era stata portata ad Arcore proprio del
consigliere regionale, che aveva detto a Berlusconi che l'amica parlava francese
e aveva due lauree ."Qualcuno le ha mai prospettato che si trattasse, prima,
durante o dopo questa serata, di burlesque?", ha chiesto il pm Piero Forno alla
Tumini. "Assolutamente no", è stata la risposta. La ragazza ha ricostruito
quanto ha visto durante la serata, compresi i travestimenti delle ragazze e la
Minetti vestita in camicia e culotte". "Era un puttanaio - ha detto la teste -
ero stupita perché il presidente del consiglio del mio Paese era lì, davanti ai
miei occhi, a fare quelle cosi lì...".
"Berlusconi toccava le ragazze". Secondo quanto raccontato
dalla testimone, Berlusconi toccava nelle parti intime le ragazze durante i
balli. Il pm ha domandato, come accaduto con altri testimoni, se sia mai stata
avvicinata da persone in relazione alla sua testimonianza. Tumini ha raccontato
di avere ricevuto una visita non programmata sul lavoro da parte di un amico in
comune con la Minetti. "Prima che mi dicesse qualsiasi cosa, gli ho detto che
non avevo intenzione di ritrattare nulla, ho messo le mani avanti". Questo
episodio sarebbe accaduto nell'aprile-maggio.
La mail della Minetti. "Chiamami, prometto di non portarti più
a nessun bunga bunga". E' quanto la Minetti ha scritto in una mail a Melania
l'11 novembre 2010, dopo che il caso Ruby era scoppiato. La testimone ha
raccontato al Tribunale di aver troncato i rapporti con il consigliere regionale
e di averle mandato l'8 novembre dell'anno scorso una mail in cui "le dicevo con
molto affetto che le consigliavo di cambiare strada". L'ex igienista dentale di
Berlusconi l'11 novembre rispose "di aver compreso le mie parole cogliendo il
mio affetto - ha proseguito la testimone - e poi mi scrisse 'chiamami, prometto
di non portarti piu' a nessun bunga bunga". Tumini ha inoltre affermato di
essersi incontrata, il giorno dopo la festa a Villa San Martino, con Minetti in
centro a Milano: "Le chiesi un po' ingenuamente come si sentiva nei confronti
della sua famiglia e del suo fidanzato. Mi rispose che per lei era un'occasione
di divertimento e che non faceva nulla di male. Mi fece capire che nutriva un
certo trasporto per Berlusconi".
"Non lascio la politica". Inseguita da fotografi e giornalisti,
Nicole Minetti si è recata in bagno per fumare una sigaretta. E rispondendo a
chi gli ha chiesto se fosse intenzionata a lasciare la poltrona di consigliere
regionale, ha affermato: "No, non lascerò la politica". A chi le ha fatto notare
che in aula una testimone ha fatto dichiarazioni poco piacevoli nei suoi
confronti, ha sorriso dicendo "c'est la vie".
Nuovi stralci delle intercettazioni: l'ex
direttore del Tg4 voleva utilizzare la Battilana
(foto) e Chiara Danese per rendere più
eleganti le serate di Arcore. Ma loro non ci
stanno. La deputata M. Rosaria Rossi: "Anche
stasera bunga bunga? No, me ne vado..."
M. RAZZI
"Baci a Priapo e la
Minetti tutta nuda"
In aula c'è la 'pentita' del bunga bunga
Chiara Danese
racconta in lacrime quella notte ad
Arcore. "Mimavano rapporti orali e si
facevano
toccare dal premier. Chiedemmo di andare
via e Fede ci disse: ora scordatevi di
fare le meteorine"
"Eravamo imbarazzate, non sapevamo cosa
fare e volevamo andarcene via". Chiara
Danese, una delle giovani ospiti ad
Arcore, ha descritto così in aula al
processo sul caso Ruby, nel quale è
imputato Silvio Berlusconi, il suo
disagio per quella cena, l'unica alla
quale ha partecipato, dove le ragazze a
tavola si passavano di mano in mano la
statua di Priapo, mimavano "rapporti
orali" e "ballavano e si dimenavano"
toccando e facendosi toccare le parti
intime dall'ex premier e da Emilio Fede.
Chiara Danese davanti ai giudici della
quarta sezione penale del tribunale ha
raccontato della sera del 22 agosto 2010
come un'esperienza "scioccante". Lei e
l'amica Ambra - che ad aprile dell'anno
scorso hanno deciso di raccontare tutto
ai magistrati - erano state invitate a
quella festa da Emilio Fede, tramite
l'agente Daniele Salemi, dopo le finali
di Miss Piemonte vinte da Ambra. Nella
sua testimonianza la giovane ha
descritto la cena e il dopocena a casa
di Berlusconi con la scena di Priapo
seguita da una sorta di "girotondo
erotico" attorno al tavolo fatto dalle
giovani ospiti, tra cui Roberta Bonasia,
le due gemelle De Vivo e "due donne di
colore vestite in modo indecente che
sembravano due prostitute", che
"ballavano, si dimenavano, gli toccavano
le parti intime, si scoprivano il seno
cantando 'meno male che Silvio c'e" e
chiamandolo 'papi'" e lui le chiamava
'le mie bambine'".
Chiara ha poi parlato della sala del
bunga bunga, dove sono scesi dopo aver
cenato e dove sono continuati i balli
hard che si sono conclusi con lo
spogliarello di Nicole Minetti, "rimasta
completamente nuda. Io non guardavo. Ero
troppo imbarazzata", ha proseguito la
testimone. Quando poi le ospiti del
bunga bunga hanno cercato di coinvolgere
in queste danze anche Ambra e Chiara,
quest'ultima ha detto ai giudici: "A me
veniva da piangere". E quando hanno
chiesto di andare via, Emilio Fede ha
detto alle due "di scordare di fare le
meteorine", lavoro per cui la sera prima
erano state convocate nello studio
dell'ex direttore di Tg4 per fare un
casting.
Rispondendo alle domande di Niccolò
Ghedini, uno dei legali dell'ex capo del
governo, Chiara fra le lacrime ha
spiegato che per il clamore mediatico di
questa storia e per essere stata una
volta sola ad Arcore, tuttora lei e la
sua famiglia vivono male in quanto nel
piccolo paese dove abita "pensano che
sia una escort e quello che mi dispiace
è che insultano anche mio padre e mia
madre". Ghedini le ha subito passato un
fazzoletto di carta per asciugarsi le
lacrime.
Perchè io lo mando
affanculo lui e le sue case di
merda...no, dai scherzo....
Nicole fa questioni di idraulica
"Mi hai lasciata al freddo e al gelo"
Nicole Minetti
Immobiliare
Olgettina. La Minetti amministra il
traffico e gli appartamenti delle
ragazze. Le regole della casa, le
beghe tra Marysthell e le gemelle De
Vivo, i progetti che finiscono "sempre
in m...". E Silvio, reduce dalla
battaglia parlamentare, incontra
problemi di idraulica e caldaie
Contratti, caparre,
affitti, bollette. E' immobiliare
Olgettine. Amministratore unico,
Nicole Minetti; ufficiale pagatore,
ragionier Giuseppe Spinelli. E' la
fine di settembre del 2010, "Papi" sta
per compiere 74 anni mentre nubi
minacciose si addensano sul giro
festaiolo di Arcore. Ma il dramma non
è ancora esploso e c'è tempo per
piccole beghe da condominio, questioni
di spostamenti, liti per chi avrà la
casa più grande, problemi di
intestazioni (Minetti è intestataria
di diversi alloggi), fino a questioni
di riscaldamento e caldaie che si
guastano di cui viene investito (un
po' per scherzo e un po' sul serio) il
capo del governo della sedicente
settima potenza industriale del mondo.
In mezzo c'è tempo per le solite
lamentele di Nicole che minaccia di
buttare tutto all'aria, di mandare "affanculo
lui e le sue case di merda". Minacce
al vento: la Minetti, in fondo, è
davvero legata al premier. Solo
davanti al processo per istigazione
alla prostituzione cercherà di
prendere posizioni autonome.
"Il presidente mi ha delegata
per un appartamento". Le
prime due telefonate risalgono a
settembre 2010 e mostrano, più che
altro il meccanismo degli appartamenti
dell'Olgettina. Nicole Minetti ne è a
tutti gli effetti, l'amministratore
per conto di Berlusconi. E' lei che
dirige il traffico delle ragazze,
tratta con l'amministratore del
condominio, Fabbri (che la informa
quando si liberano gli alloggi), versa
le caparre, raccoglie e paga le
bollette dei consumi di tutte le
inquiline. Al denaro ci pensa il
ragionier Spinelli che, in certi casi
(come in quello di Barbara Guerra)
versa l'equivalente di cinque-sei mesi
alla ragazza o, in altri, consegna il
denaro direttamente alla Minetti. Il
meccanismo delle intestazioni funziona
così: se la ragazza ha uno stipendio
fisso (di solito da Mediaset)
l'appartamento le verrà intestato
direttamente; altrimenti andrà in capo
a Nicole. E va notato che tutto
avviene informando preventivamente
Berlusconi. Nicole ci tiene che tutto
avvenga con il suo beneplacito. Silvio
paga e va sfruttato a dovere, ma non
va preso in giro.
Un altro esempio delle giudiziosa
amministrazione messa in atto da
Nicole Minetti, si ha nelle due
telefonate con Elisa Toti (23
settembre e 19 ottobre 2010). La
ragazza, su suggerimento di Nicole, si
è fatta coraggio e ha chiesto a "lui"
la possibilità di avere un
appartamente per evitare, quando viene
a Milano, di dover dormire in albergo
o in casa di un'amica. Lui, magnanimo,
ha detto sì e l'ha mandata da Nicole.
L'appartamento le viene assegnato e
sarà intestato alla Minetti perché
Elisa non ha un lavoro fisso.
Ma un mese dopo, Elisa ha un problema:
soffre di vertigini e l'appartamento
al quarto piano la fa star male.
Vorrebbe cambiare e ha saputo dal
signor Fabbri che ce n'è uno libero al
primo piano. Per Nicole non ci sono
problemi e l'operazione si può fare.
Siccome, però, ci sarà una differenza
di 130-150 euro al mese, la nostra
amministratrice chiede a Elisa di
farlo presente a "Papi": "Lui, per
quella cifra, non se ne accorge
nemmeno... Ma voglio fare le cose a
regola d'arte". Encomiabile.
"Hanno fatto una sceneggiata
napoletana". In questa
telefonata (26 settembre 2010) torna
una questione
già affrontata in una telefonata
precedente tra Marysthell e "Papi".
Si tratta della diatriba per un
alloggio un po' più grande che ha
visto contrapposte Marysthell e le
gemelle napoletane Imma ed Eleonora De
Vivo. Marysthell (che ha una bambina
piccola) avrebbe bisogno di un
alloggio più grande per ospitarvi la
baby sittter quando lei fa tardi alla
sera per lavoro; le gemelle lo
vorrebbero per ricevere la madre
quando viene a trovarle da Napoli.
Vince Marysthell per decisione di
"Papi", ma, a quanto pare (Barbara
Faggioli, la stessa Marysthell e
Nicole ne parlano in questa
intercettazione) le gemelle non si
sono date per vinte e, presente Emilio
Fede, hanno messo su una "sceneggiata
napoletana" davanti a Silvio.
Risultato: Marysthell si sposta nell'appartemento
più grande, le gemelle vanno nel suo
e, a febbraio, a loro volta, avranno
un alloggio più spazioso che sta per
liberarsi.
Ma questi, si diceva, non sono giorni
felici. E Nicole coglie l'occasione
per la solita lamentela sul fatto che
Berlusconi non chiama: "Mi sono un po'
rotta... " dice e Marysthell, che
pensa sempre a quanti soldi riuscirà a
spillare a "Papi", la invita a vedersi
per discutere dei "progetti".
I "progetti", nel lessico delle
Olgettine riguardano sempre come
assicurarsi un futuro tranquillo con
un tetto sulla testa a spese di
Berlusconi. La filosofia delle ragazze
ha una sua solidità: oggi sono i
giorni delle feste e del compiacere il
drago, domani, col tempo e con l'età,
verranno anni in cui sarà bene avere
in mano qualcosa di concreto. Può
darsi che, qualcuna, in qualche
momento abbia anche pensato (o
sperato) in una vita con lui. Ma ormai
tutte hanno capito: siamo in tante,
lui è straricco, una casa a testa
potrebbe essere una giusta
liquidazione, quando tutto sarà
finito. Sarà filosofia, ma suona
concreta. E, come spesso accade,
Nicole aggiunge una nota di pratico e
amaro realismo: "...Progetti? Io non
ne ho più. Tanto, tutti quelli che gli
propongo vanno sempre a finire in
merda...".
"Io vengo a Roma per te e tu
mi lasci al freddo e al gelo".
Questa telefonata è una vera e propria
"chicca" del mondo delle Olgettine. E'
il 13 dicembre 2010 e Silvio
Berlusconi sta affrontando una delle
più difficili battaglie politiche
della sua carriera. Fini lo ha mollato
e siamo alla mozione di sfiducia. Lo
salveranno Scilipoti, Caleari e
Cesario, ma oggi c'è stato il
dibattito e lui ha appena finito di
rispondere a braccio agli attacchi
dell'opposizione e, in particolare, a
quelli pesantissimi dell'Idv: "Gliene
ho dette tante..." spiega Berlusconi a
Nicole con la voce del reduce appena
uscito dalla pugna. E lei, estasiata
(anche se confonde Camera e Senato e
confessa di non averlo ascoltato):
"Hai fatto bene, amore, hai fatto
bene...". Lui, speranzoso, credendo
che lei sia stata in Parlamento: "Ti
sei emozionata...". E Nicole ammette
di non essere venuta a sentirlo a
Palazzo Madama perché le hanno
suggerito che era meglio di no per
evitare spiacevoli incontri con i
giornalisti. Così, una telefonata
partita con i toni epici dell'eroe che
racconta la battaglia appena vinta,
scende di parecchi gradini per
arrivare a prosaiche questioni di
idraulica condominiale. E Nicole,
finalmente, rivela: "Ti ho cercato
perché non andava l'acqua calda...
Dico, io vengo a Roma per te e tu mi
lasci al freddo e al gelo...". Il tono
è in fondo affettuoso, ma questa volta
è troppo anche per il mecenate di
Arcore... E "Papi", udite udite,
questa volta forse, le butta giù il
telefono.
"Lui è come Gesù, finché c'è io
mangio
Passerò per pazza pur di avere qualcosa"
Karima el Marhoug, detta Ruby
Ruby spiega al
fidanzato Luca Risso come ha ottenuto
garanzie da Berlusconi. E racconta di
aver detto tanto ai magistrati, ma di
aver "nascosto tantissimo". E a Papi:
"Io posso passare per matta o per
prostituta. L'importante è che ne esco
con qualcosa". E con l'amico Antonio
confessa: "Lo chiamo
Papi.. Sì come la napoletana. Ma Noemi è
la sua pupilla, io sono il BUCO DEL CULO..."
"Lui può far tutto,
lui è Gesù". "Noemi è la sua pupilla. Io
sono il suo culo". "Finché ci sta lui,
io mangio". "Gli ho detto: io posso
passare per pazza, per prostituta, per
quello che vuoi, basta che ottenga
qualcosa". Parole, pensieri e
fenomenologia di Karima El Mahroug detta
Ruby. Tre delle quattro telefonate che
Repubblica.it pubblica in esclusiva
risalgono a settembre-ottobre 2010,
quando la vicenda iniziata nella notte
tra il 27 e il 28 maggio davanti alla
questura di Milano, non è ancora
arrivata sui giornali. Ma, proprio in
seguito a quella vicenda, Ruby e Silvio
Berlusconi e tutta l'allegra brigata
delle notti di Arcore sta passando
giorni tesi e difficili. La ragazza di
origini marocchine è finita "nelle
grinfie" (parole di "Papi") dei pm
milanesi Boccassini e Forno ed è stata
interrogata diverse volte (32, racconta
lei all'amica Grazia) sui suoi rapporti
con Berlusconi, lo svolgimento delle
serate a casa sua, il "bunga bunga" e se
il Cavaliere sapeva che lei era
minorenne quando si frequentavano,
forse, anche sessualmente.
Tutte le intercettazioni:
Ricatti e bugie dietro il 'bunga bunga'
Tutto l'entorage di "Papi" si è attivato
(avvocati in testa) per alzare un muro
difensivo intorno alla ragazza,
impedirle di causare altri danni,
istruirla sulle future dichiarazioni e
testimonianze. Alla costruzione del muro
partecipa, inutile dirlo, anche il
diretto interessato e la linea scelta è
quella di blandire la ragazza, di
prometterle e farle capire in tutti i
modi che se si "comporterà bene" ne avrà
un colossale e tangibilissimo utile. Lei
ha capito benissimo e in tutte queste
telefonate emerge che ha scelto di
accettare questa linea.
Berlusconi glielo riconoscerà in una
telefonata successiva (29 ottobre da
Bruxelles) in cui, parlando con
Nicole Minetti, affermerà
che Ruby "fuori dalle grinfie dei pm, si
sta comportando bene".
Ruby, dunque, non ne esce benissimo. A
sentirla parlare con l'amica Grazia, con
il fidanzato Luca Risso e con l'amico
Antonio, si trae una forte impressione
di cinismo e avidità. La ragazza ha
avuto una vita difficile, ha incontrato
molte persone pronte ad approfittare di
lei e della sua bellezza. Forse anche
per questo ha sviluppato difese,
disincanto e l'idea che il mondo
funziona più o meno così: stai coi
potenti, assecondali, non tradirli e,
alla fine, ne avrai il tuo tornaconto.
Ruby è proprio in questa fase:
intravvede il tornaconto e punta a
riscuotere. Per ciò è pronta a tutto.
Ma, al di là di questo, s'intravvedono
altri due aspetti del suo modo di
essere. Il primo va riportato al "berlusconismo"
dominante. Tutto funziona così: soldi,
sesso, immagine, tv, potere. "Lui è
intoccabile" qualunque cosa succeda,
dice a un certo punto Ruby, e sembra
crederci. Il secondo, invece, è tutto
suo, del carattere della ragazza. E' un
mix di disincanto, di amara "saggezza"
che nasce, forse, dalle esperienze
negative che le hanno attraversato la
vita. Un mix che la fa
prorompere, ridendo sguaiata, al
telefono col "farfallone" Antonio in
quella frase ormai passata alla storia:
"Noemi è la sua pupilla, io sono il suo
buco del culo..". Come dire: so da dove
vengo e so come finirà.
Sul piano processuale, in queste
telefonate, ci sono cose piuttosto
importanti. Soprattutto nella seconda.
in cui Ruby racconta a Luca Risso di una
sua lunga telefonata con il Cavaliere e
in cui dice una frase rivelatoria: "Ai
pm ho detto tante cose, perché ero
davanti all'evidenza. Ma ne ho nascoste
anche tantissime".
"Sanno che vado da Silvio".
Nella prima telefonata (7 settembre
2010), Ruby parla con l'amica Grazia e
le spiega che gli inquirenti, da quando
è affidata a Lele Mora, non vogliono che
vada in Sicilia "che veda mio padre...
Hanno controllato il mio cellulare per
togliere il numero di mio padre... Ma
quello di mia madre lo ricordo a
memoria". E Grazia, ingenua: "Ma quando
trovano i numeri di Silvio e di (Emilio)
Fede...". Ruby non si trattiene: "Ma non
hai visto, non sai? Ho avuto 32
interrogatori con il pm Forno. Solo in
due abbiamo parlato della mia famiglia".
Negli altri, è chiaro, si è parlato
molto delle serate di Arcore: "Adesso
sanno che vado da Silvio, che conosco
Silvio... Io gli ho detto che Silvio non
sapeva che ero minorenne che gli ho
detto che avevo 24 anni...". Ma nemmeno
lei ha l'aria di crederci molto.
"Lui è Gesù...". E' l'8
ottobre. Ruby ha appena avuto una lunga
e rassicurante conversazione con "lui" e
ne riferisce immediatamente al fidanzato
Luca Risso. "Chi, lui? Lui il grande"
chiede il giovanotto. "Lui... Gesù"
taglia corto la ragazza e spiega che
Berlusconi l'ha chiamata per sapere cosa
aveva detto ai pm e per tranquillizzarla
con le sue promesse. Ruby è stata
chiarissima con Papi, ai limiti della
sfrontatezza: "Ho detto tante cose, ma
ne ho nascoste tantissime... Perché ero
davanti all'evidenza e non potevo
negare". Silvio l'ha tranquillizzata con
un ragionamento che potremmo definire
"avvolgente": 1) Noi non siamo in
pericolo, siamo in difficoltà; 2) Non
sono preoccupato per me ma per te, per
la tua reputazione; 3) Gente che parla
male di me ce n'è sempre, ma si trova
sempre chi, a pagamento, smentisce; 4)
Io posso far tutto, come Gesù; 5)
Tranquilla, manterrò la mia promessa (di
coprirla d'or; ndr) devi solo aspettare
fino al primo novembre.
In mezzo al discorso di Berlusconi ci
sono le domande di Ruby. Chiare e
precise: "Gli ho fatto la domanda che mi
interessa di più. Gli ho detto che
voglio uscirne con qualcosa. E' normale,
mi ha risposto... Non si lasciano
soccombere le persone quando il mare è
in tempesta". E poi, dopo le complesse
spiegazioni di lui, l'affondo di lei: "A
me interessa che mantieni la promessa".
E qui si passa alle faccende pratiche:
"Sei andata a prendere le cose che ti ho
lasciato da Spinelli?" le ha detto lui.
E lei spiega che è passata martedì e
mercoledì, ma che una volta l'ufficio
era già chiuso e l'altra il ragioniere
non c'era. Poi aggiunge che sia Lele
Mora (che l'ha in affidamento) che
l'avvocato Giuliatti preferirebbero che
non si facesse vedere a Milano e, meno
che mai, nell'ufficio di Spinelli. "...Perché
non so se sono controllata...". Allora
"Papi" le ha detto di stringere i denti
fino al primo novembre. Poi potrà
"godere" di quanto promesso.
L'abilità dialettica e la grinta della
fanciulla quasi commuovono Luca Risso:
"Brava piccina... Brava... Così va
bene".
E lei, lapidaria: "Gliel'ho detto
chiaro, perché non ho peli sulla lingua.
Gli ho detto che io posso passare per
tutto quello che vuole: per prostituta o
per pazza. L'importante è che ne esco
con qualcosa...". E "Papi"? Papi,
paterno, le ha detto:
"...Non dovrai
passare per pazza o prostituta... Io le
promesse le mantengo...".
"Lei è la pupilla, io sono il
culo...". Seguono due
telefonate con l'amico Antonio Passaro.
Uno che sa poco e ride molto. La prima è
dell'8 settembre 2010. I due scherzano
su come lei chiama Berlusconi: "Lo
chiami zio? Lo chiami nonno?". "No, lo
chiamo Papi". "Ah - fa lui - come la
napoletana?". E qui Ruby
sfiora la Storia: "...No, io sono
un'altra cosa... Quella (Noemi; ndr...)
era la pupilla... Io sono il buco del
culo...".
L'altra risale al 15 dicembre, quando
tutto è già emerso sui giornali e
Berlusconi si è appena salvato in
Parlamento grazie a Scilipoti, Calearo e
Cesario. "Sono sempre stata una
mosca bianca - dice Ruby - Sono una che
fa la differenza". "Abbiamo visto la
differenza che hai fatto - ride Antonio
- A momenti cade il governo". "Ma poi lo
zio si è salvato - spiega lei con
termini un po' imprecisi (Ma un po' di
educazione civica, a scuola, no?) - Ha
passato le elezioni per tre punti
(tradotto: ha ottenuto la fiducia per
tre voti; ndr)... Io ho pregato tutti i
giorni...". Antonio: "Altrimenti tenevi
sulla coscienza tutto quell'ambaradan...".
Ma a lei dell'ambaradan sulla coscienza
non gliene potrebbe fregare di meno:
"No.. no... E' che se non ci sta lui, io
non mangio... Se se ne va, chi cazzo
mangia più...". Lui ride: "...Detto
proprio papale...". Lei chiosa: "Viva la
sincerità". Sipario.
Il Prefetto di Milano
e l'Olgettina
appuntamento sprint con parcheggio
Caso Ruby, nuovi stralci delle
intercettazioni. Grazie alla
raccomandazione di "Papi", la Polanco
ottiene un colloquio con il
rappresentante dello Stato, Gian Valerio
Lombardi. Tempi rapidissimi e massima
deferenza. E la ragazza potrà sistemare
l'auto in Prefettura
di P. COLAPRICO e M. RAZZI
Il Prefetto di Milano Gian Valerio
Lombardi
Grazie alla
raccomandazione di "Papi", Marysthell
ottiene un colloquio con il rappresentante
dello Stato. Gian Valerio Lombardi. Tempi
rapidissimi e massima deferenza. Compreso
l'immancabile "Mi saluti il presidente".
E la ragazza potrà sistemare l'auto in
Prefettura
"Come sta, signora...
Come posso esserle utile?". E' (con tutto
il rispetto) il macellaio? O il
pizzicagnolo?. No, è Gian Valerio
Lombardi, nonostante tutto ancora oggi
prefetto di Milano. E la signora (sempre
con tutto il rispetto) è Marysthell Garcia
Polanco, olgettina di complemento tra le
più fedeli (e anche le più esose) di
"Papi". Quella a cui Berlusconi non sa mai
dire di no anche quando il buon gusto, la
discrezione, il senso dello Stato o almeno
la decenza esigerebbero maggiore prudenza.
Ma Marysthell, da diversi anni in Italia,
si è messa in testa di arrivare alla
cittadinanza. E quando vuole, chiede. E
ottiene.
Ottiene, almeno una corsia (e parcheggio)
decisamente preferenziale, quella
tracciata dal presidente del Consiglio che
ai primi di dicembre informa il
rappresentante dello Stato nella capitale
morale d'Italia che la signora Marysthell
Garcia Polanco telefonerà, chiederà
cose... E si dovrà aiutarla. Che tutto
questo sia accaduto, lo si legge nelle
carte processuali e serve da antefatto
alla meravigliosa serie di tre telefonate
che Repubblica.it pubblica in esclusiva.
Meravigliosa perché istruttiva quant'altre
mai: uno spaccato di sfascio delle
istituzioni in salsa e prosopopea
lombarda, condito appunto da un servile
"come posso esserle utile?" e da
un'immancabile e gioioso "mi saluti il
presidente!". Se i prefetti avessero una
prefettizia spina dorsale, almeno qualcuno
di loro avrebbe potuto (dovuto) ribellarsi
quando questa storia venne fuori e fu
raccontata con dovizia di particolari,
da tutti i giornali. Non ultimo il fatto
che in casa di Marysthell erano stati
trovati 12 chili di cocaina e il suo
fidanzato era appena stato condannato a
otto anni. Questa volta, in più, c'è
l'audio che aiuta a capire meglio....
"Posso parlare col Prefetto?".
La prima telefonata risale al 6 dicembre.
Il prologo è un dialogo surreale tra
Marysthell Polanco (che dice e non dice) e
la segretaria del Prefetto (che sa che lei
dovrebbe dire, ma non si decide a dire).
Farla breve, Marysthell chiede di parlare
col Prefetto "personalmente" e la
segretaria (che ha ricevuto un preciso
input in merito) cerca di capire se questa
Garcia Polanco è proprio quella
raccomandata dal premier... In cuor suo,
forse, la solerte segretaria spera di no
e, per questo tergiversa, chiede, indaga.
Finché Marysthell sbotta: "... Chiamo da
parte del presidente Berlusconi". Aaahhh,
allora tutto cambia e la segretaria si
prostra immediatamente mentre l'impegnatissimo
("ha una riunione") Prefetto, diventa
immediatamente disponibilissimo e si
precipita, garrulo, al telefono: "Come
sta, signora... Come posso esserle
utile?". Marysthell vuole un appuntamento
e, con una breve discussione si fissa per
giovedì 9 dicembre. Ora, signori, è il 6
dicembre 2010: provate voi, albanesi,
romeni, tunisini, senegalesi, ma anche
italiani, a farvi ricevere dal Prefettto
di Milano nello stretto giro di 72 ore.
Potenza dell'aiutino berlusconiano...
"Lei può entrare in macchina".
Trovare un parcheggio nel centro di
Milano, oggi, si sa, è impresa disperata.
Ci vuole fortuna. E chi più fortunato di
un'olgettina raccomandata da "Papi"? La
segretaria del Prefetto Lombardi conosce
bene le regole del gioco e le ricorda a
Marysthell Garcia Polanco in una
telefonata del 13 gennaio 2011. E' senza
voce la pubblica impiegata, ma quella poca
a disposizione la profonde nello spiegare
a Marysthell: "Lo sa, signora, che può
entrare in macchina? Non perda tempo a
cercare un parcheggio. Lei può entrare in
macchina dal Prefetto".
"Scusi se la disturbo". Ancora
la segretaria di Lombardi e Marysthell. E'
il 17 gennaio, la ragazza ha già avuto un
primo appuntamento con Lombardi ai primi
di dicembre. Il problema si è rivelato più
complesso del previsto. I tempi per la
cittadinanza non ci sono perché manca la
continuità necessaria di residenza in
Italia. La cosa, però, non si è chiusa col
primo verdetto negativo e si cerca di
costruire un percorso comunque
relativamente rapido. La segretaria vuol
fissare l'appuntamento per l'indomani:
"Alle 12,30 o alle 18,30? Quando
preferisce". Marysthell opta per il tardo
pomeriggio. E la funzionaria prefettizia,
già che c'è le ricorda la questione del
parcheggio: "Lo, sa che può entrare in
macchina? Per gli impegni del Prefetto,
tutti entrano in macchina".
"Adesso non si gioca più"
Minetti all'attacco di "Papi"
Nicole Minetti
Nicole è arrabbiata con
Berlusconi che vorrebbe convocarla a una
riunione con gli avvocati per concordare una
linea univoca: "Io sono indagata. Prima devo
parlare con il mio avvocato". Ma tutto
sembra precipitare e le Olgettine si
lamentano, mentre circolano sospetti, voci
di tradimenti e di pedinamenti. E spunta il
fisioterapista Puricelli che cerca di
frenare l'ira della consigliere regionale
lombarda
Il gioco si fa duro,
anzi, come dice Nicole Minetti in una
telefonata con Barbara Faggioli: "Adesso non
si gioca più". Siamo a gennaio del 2011 e
l'ordinanza di rinvio a giudizio arriva il
14. Ma già da qualche giorno (una settimana
almeno) le intercettazioni delle telefonate
tra le Olgettine mostrano un clima diverso.
Toni e contenuti scendono sempre più in
basso. Nel senso che il sospetto, ormai si è
insinuato fra tutti; probabilmente anche
nella mente di Berlusconi. Qualcuno
tradisce? Chi tradisce? Berlusconi ci messo
dietro qualcuno per farci controllare? La
"pochade" si avvia a diventare tragedia: i
nervi tremano, c'è voglia di fuggire lontano
non senza, però, aver prima sistemato i
conti. E per Nicole c'è da verificare il da
farsi anche sul piano giudiziario. Lei è
indagata e, appunto, "non gioca più". "Anche
se lui è il mio capo... non vado lì ad
ascoltare la fava e la rava. Prima parlo col
mio avvocato".
"Mi ha detto di convocare le
ragazze". Vale la pena
di partire dalla telefonata del 15 gennaio.
Una confusissima Barbara Faggioli chiama
Nicole Minetti e la trova dura, fredda e
determinata. Niente più "amò", qui siamo
alla carta bollata e ciascuno deve guardare
il suo fondoschiena. La Faggioli ha un
incarico preciso che le viene da "Papi" e
dai suoi avvocati: convocare le ragazze
(tutte quelle elencate nell'ordinanza dei pm
milanesi, cioé, più o meno, tutte le
partecipanti ai riti di Arcore) per le 19
alla presenza dei legali. Chiaro
l'obiettivo: concordare una linea difensiva
per "Papi". Le registrazioni delle
telefonate stanno uscendo e sono
"spiacevoli, alcune molto brutte". Qui c'è
una velata acccusa alle ragazze che, al
telefono hanno parlato troppo (e anche male
del capo). Lui si scusa di averle messe in
questa situazione. Però...
Però, Faggioli, imbarazzatissima, ha anche
il compito di dire a Nicole che "Papi" vuole
parlare con le alle 17, da sola e, alle 18,
vedrà la stessa Barbara. Nicole, sembra
quasi disinteressata, risponde a monosillabi
e mugolii. Ma, quando Barbara, impaziente e
un po' turbata le chiede: "Allora, cosa gli
dico? Perché lui mi richiama", la Minetti
esplode di ira fredda: "Io non ci vado. Non
è più il tempo che una va lì a fare due
chiacchiere, a sentire la fava e la rava. Io
sono indagata e anche lui lo è. Io me ne
fotto...". Faggioli prende coraggio a due
mani e dice una terribile verità: "Ma lui è
il tuo capo... Lavori per lui, no?". "Sì -
risponde lei che dovrebbe essere consigliere
regionale scelta nel listino di Formigoni e,
non risulta avere alcun rapporto di lavoro
con Berlusconi - Ma adesso sono indagata.
Quindi, prima devo sentire Daria (l'avvocato
Daria Pesce, che, allora, era il suo legale;
ndr). Poi vedrò". Barbara insiste: "Potresti
venire con il tuo avvocato...". E, già che
c'è, visto la sicurezza dell'altra, si
arrischia a chiedere un consiglio: "Pensi
che dovrei parlare anch'io con quello che mi
dà consigli legali... l'avvocato?". "Se vuoi
sì... Se vuoi sì... Ma lo devi vedere... Non
è che puoi parlargli al telefono". Nessuno
dice "ciao amo'". E la telefonata finisce
lì. Malissimo.
"Ciao cucciolo". Eppure,
una settimana prima (era appena l'8 gennaio
2011), Aris poteva dirgli ancora "Ciao
cucciolo..." per iniziare una telefonata in
cui si parla delle "pazzie" della notte
prima. "Abbiamo fatto pazzie - dice "Papi" a
Marysthell - Dì a Aida (Yespica; ndr) che
questa sera non faremo niente di speciale
perché io sono stanco... stremato. E quindi
stasera facciamo una cena tranquilla. Con la
musica, ma tranquilla perché io non sarò
protagonista". Si scherza ancora, dunque, e
si fanno inviti per la serata: "Possono
venire Diana, Aida,..?". "Sì, sì, alle 9 e
30...". Però, però, qualcosa s'insinua.
Siamo a livello di battute, per carità, ma
quando Aris gli passa Marysthell e lei (che
da due sere è assente per malattia) gli
chiede se ha ricevuto il suo messaggio di
ieri, Silvio attacca a rimproverarla
scherzosamente sul fatto che "ormai non ti
importa nulla di me", che "hai appuntamenti
più interessanti e sessualmente molto più
eccitanti". La telefonata ha un finale
strano. Silvio si ricorda che anche Elena ha
telefonato per invitarsi e chiede a
Marysthell se può dirle di sì, neanche lei
fosse la padrona di casa... "Sì, va bene...
Chiamala" dice Marysthell. Ma chi è, il
maggiordomo?
"Dobbiamo dargli una sveglia".
Con voce triste, quasi da oltretomba,
Marysthell chiama Nicole e riferisce sulla
festa della sera prima. "Era strano, così
strano... Io gli ho detto che andavo via e
lui ha detto 'bene, ciao' e ha chiamato a
Lorenzo per dirgli di portarmi a casa...".
Marysthell fa l'elenco delle presenti, tra
loro anche "una montenegrina nuova" ed è
visibilmente preoccupata: "C'è qualcosa...
qualcosa di cui ti devo parlare a voce".
L'altra insiste preoccupata: "Ma non puoi
parlarne adesso...? Ti ha detto qualcosa di
me?". E Marysthell: "No, non mi ha neanche
chiesto di te... Secondo me dobbiamo dargli
una bella sveglia... O lasciar perdere una
volta per tutte".
Insomma, se nella telefonata di prima
s'insinuavano solo ombre in un clima ancora
allegro e caciarone, adesso siamo alla
paura, ai sospetti ai segnali di crolli
imminenti. Marysthell, con il suo
leggendario senso pratico riassume così il
concetto: "Siamo indietro...". Indietro con
i pagamenti, sembra voler dire. E, infatti,
aggiunge: "Tu hai dato tanto e non riceverai
niente...Ed è un peccato". E poi racconta un
piccolo episodio che riguarda Aida Yespica:
"Lui è stato carino con Aida... Le ha fatto
un regalo, un anello di Dior... Io ero
seduta vicino a lui e lui mi ha chiesto di
spostarmi per far posto a Aida. Allora ho
preso la borsa e me ne sono andata". Nicole
comincia a essere preoccupata: "Anch'io me
ne sono andata e non mi sono fatta più viva.
Poi l'ho chiamato e richiamato e lui
niente... Non era mai successo".
Insomma, bisogna parlarne, bisogna fare
qualcosa. "Perché lui ha qualcosa... O
qualcuno gli ha detto qualcosa... O lui ci
ha messo dietro qualcuno per sapere i cazzi
nostri... ". Minetti è inferocita: "Io, per
lui, sono stata sputtanata...". E cinica:
"Lui, magari, domani non c'è più... Ma noi
abbiamo trent'anni... Abbiamo una vita
davanti... E la gente si ricorda...". E
amara: "Io rischio grosso per colpa sua...".
"Se volevo fare l'operaio...".
Qui c'è poco da scherzare, perché alle
ragazze del berlusconismo escono parole e
pensieri a dir poco imbarazzanti. Aris e
Nicole si esibiscono qui ridacchiando a
livelli di cinismo inimmaginabili: "Hai
iniziato a lavorare?" chiede la Minetti: "No
- ridacchia l'altra - Ma guadagno lo
stesso... Gliel'ho detto anche a lui. Meglio
di così? mi ha detto". E poi, tranquilla:
"Mi ha detto: guadagni in una notte quanto
un muratore in cinque mesi... E io ho
pensato: se volevo fare l'operaio andavo a
fare l'operaio". "Non gli l'ho detto -
precisa Aris - perché non mi permetterei
mai...".
Qualcuna, però, si è permessa. Una delle
gemelle De Vivo... Almeno a quanto Aris
racconta a Nicole: "La gemellina gli ha
detto: però potresti darci di più... E lui
si è incazzato di brutto...".
"Mi ha detto una bugia". In
questa telefonata compare un nuovo
personaggio. E' Giorgio Puricelli,
fisioterapista del Milan che Berlusconi ha
fatto eleggere in Consiglio Regionale
insieme alla Minetti. I due (Puricelli e
Nicole) parlano di "lui". Il fisioterapista
racconta dei "progressi" del capo: "L'ultimo
dell'anno è rimasto tranquillo a casa, quasi
da solo... Ma ha già ripreso la sua attività
ginnica". Quale sia l'attività ginnica
preferita da Berlusconi lo sanno tutti.
Anche Nicole: "So tutto... So tutto". Ma lei
è letteralmente inferocita perché lui non si
fa più vivo. Puricelli cerca di calmarla:
"Chiamalo tu...". ma lei è irremovibile: "Mi
ha detto una bugia...". Probabilmente si
riferisce alle assicurazioni sul fatto che
nessuno era indagato e a quelle successive
quando le prometteva che l'avrebbe difesa.
"Non mollo... Non sono una ragazza, quando
lo chiamo non è per chiedergli qualcosa...
Se lo capisce bene... Altrimenti vuol dire
che non gli interessa. Se gli interessava,
una telefonata la faceva...". Puricelli
rinuncia ai tentativi di arginare la furia
della ragazza. Che insiste: "Io lo cercavo
per aiutarlo... Ho visto il libro di
Guzzanti "Mignottocrazia". C'è un intero
capitolo su di noi. Volevo sapere se gli
dava fastidio che denunciassi Guzzanti
perché so che Guzzanti, forse gli vota la
fiducia". Politica, soldi, amore, sentimenti
feriti... Possibile che Puricelli abbia
riferito a Berlusconi. Una decina di giorni
dopo, infatti,
telefonerà all'Infedele di Gad Lerner per
insultare il conduttore, la trasmissione
("incredibile postribolo televisivo") e
tutti gli ospiti ("le cosiddette signore
presenti"), invitare Iva Zanicchi ad
"alzarsi e andarsene" e, soprattutto, per
lanciarsi in un elogio sperticato della
Minetti: "che ha due leauree, che si è fatta
da sola, è di madre lingua inglese..."
TI VOGLIO UN ATTIMO
BRIFFARE:
"FOTTILO
DI BRUTTO, TI HO COMPRATO UN BEL COMPLETINO DA SUBMUTANTE
IN MEGA MASK NERISSIMA,MOLTO PNEUMATICO, PERCHE' LUI GODE A FARSELO METTERE NEL
CULO TUTTO, EPPOI VIA ANDARE, PRENDIGLI TUTTO,
CHIARO,FREGATENE !!!"
Ogni giorno le intercettazioni più significative del
processo Ruby. La consigliera regionale Pdl istruisce le giovani (le 'briffa',
secondo il suo neologismo).Le
telefonate delle ragazzeal
premier:"Chiedono
favori, raccomandazioni e immobili". E lui:
"Stasera me lo fate un balletto?". Ghedini e Longo:"Denunceremo
chi ha pubblicato i file"
"Ci sono le zoccole e quelle più troie in mutasub e
serie"
Così Nicole "briffava" le ragazze di Arcore
Nicole Minetti
Un altro gruppo di intercettazioni riguardano Nicole
Minetti che organizza una festa ad Arcore in settembre. Si parla di come
vestirsi e la consigliera regionale, previa telefonata di assenso di "Papi",
deve "briffare" una nuova venuta. Ma si rivelerà un fallimento...
"Gasata dura", "Ti briffo", "Quando arrivi in station?".
Ma come parlava (e, soprattutto, di cosa parlava?) la consigliera regionale
lombarda Nicole Minetti quando (fine estate 2010) si dava da fare per
organizzare i festini di Arcore? Perché Nicole è un'organizzatrice nata e si
preoccupa di tutto: dalla "mise" che le ragazze indosseranno, a che siano
preparate e pronte a tutto. Tutto quello che serve a far sì che lui, il
"boss dei boss", "the love of my life", sia allegro, soddisfatto e su di
giri per la presenza di ragazze nuove e sempre più belle.
Le telefonate di questo gruppo risalgono al 19 settembre 2010. Qualche mese
prima di quelle in cui Ruby spiegava che Berlusconi l'avrebbe coperta d'oro
in cambio del suo silenzio. Telefonate che Repubblica.it ha messo in onda in
esclusiva e che hanno trovato notevole interesse anche in Marocco, come
dimostrano i siti di
"MaroccOggi" ,
"Hespress",
"Goud" e
"Alif
Post". In quelle del secondo gruppo abbiamo visto all'opera Emilio Fede
e alcune delle ragazze alle prese con le intemperanze di Katerina, la
"favorita" pro tempore di "Papi". Nel terzo, la protagonista è indubbiamente
Nicole.
Ecco dunque, la Minetti che discute con Lisa Barizonte. Di cosa? Dei
travestimenti per il "burlesque" serale ad Arcore. Nicole non ha dubbi, si
vestirà da maestra "con occhiali, reggicalze e sotto l'intimo sexy...".
Chissà cosa ne pensano le insegnanti elementari che, di solito, vestono più
morigerati grembiuli... L'altra, la Barizonte, che ha qualche problema con
l'italiano (è sudamericana) non sa bene cosa si metterà. Alla fine, dopo una
discussione lessicale sul termine "vestaglia" bofonchia che indosserà "una
cosa normale". L'importante è che sia divertente...
Ma la festa si avvicina e ci vuole una telefonata a "Papi" per avere
conferme. Lui è dolce e sbrigativo: "Allora...". Lei espansiva e
confidenziale: "Love of my life...". Lui, pensieroso e un po' stanco:
"..Questa sera facciamo una festa, dopo tanto tempo...". Lei non si tiene
più: "Posso portare una ragazza?... Carinissima... bellissima... Alla
seconda laurea". Lui, laconico, risponde tre volte "Ottimo".
A Nicole non resta che "briffare" la preselta "carinissima" e "con due
lauree". Si tratta di una vecchia compagna di studi, Melania Tumini, che
sembra pronta e interessata a partecipare a una serata ad Arcore. Nicole la
"briffa" mentre è in treno. Le dice che Silvio è entusiasta all'idea di
conoscerla, che ha detto "ottimo" (vero) e, già che c'è, le spiega
l'ambientino... "...La tipologia è varia - fa, didascalica - Ce n'è di
ogni... C'è la zoccola, ci sono le 'sudamericans disperate', quelle un po'
più serie come Barbara Faggioli... E, poi, ci sono io che faccio quello che
faccio". Cosa farà mai la Minetti? Niente, intanto dà consigli che hanno il
pregio della chiarezza: "Non sii (sic) timida, fregatene, battitene il cazzo
e via andare..". Un crescendo un po' imbarazzante, ma efficace.
Ma Melania, evidentemente, non ha abbastanza pelo sullo stomaco. O, forse,
non è stata "briffata" bene da Nicole. Perché la sua testimonianza sulla
serata di Arcore sarà tra le più pesanti per dimostrare che non si trattava
di feste eleganti, anzi.
Melania parlerà di un "troiaio" e di essersi sentita in imbarazzo:
"Sembra di stare al Bagaglino", dirà. "E lui - ormai - fa quasi pena...
Si presenta in modo molto basso... Si potrebbe dire: sei malato... E sua
moglie lo diceva".
In fondo, quella di Arcore, è un'educazione sentimentale... Lo dimostra
anche il dialogo tra due ragazze sudamericane, Marystelle Polanco e Aris
Espinoza, oggetto di una delle intercettazioni. Qui si parla (in spagnolo)
abbastanza esplicitamente di soldi. Nel senso che Aris spiega a Marystelle
come ha fatto a ottenere il suo compenso serale che "Papi", quella sera (il
18 settembre) non sembrava intenzionato a scucire. Scena: le ragazze tutte
in macchina, aspettano Aris per partire. Lui cerca di congedarla. Lei,
ferma. "Non te ne vai?". "No". "Rimani?". "No". E, allora, "Papi" capisce.
Fanno duemila euro e Aris sale in macchina con le altre.
E Ruby disse all'amica
"Silvio mi dà quanto voglio"
Sono i giorni in cui scoppia il caso: la ragazza parla al
telefono con gli amici e il padre. "Mi hanno detto di passare per pazza, mi
danno quanti soldi voglio". Il problema è che sono minorenne e che frequento
da un anno Berlusconi" di PIERO COLAPRICO
MILANO - Una volta Silvio Berlusconi ha dichiarato: "Le
intercettazioni sono secchiate di fango (...) non si possono in alcun modo
gettare in pasto al pubblico delle telefonate che, trascritte su carta o anche
rappresentate da attori in tv, rischiano di assumere un significato del tutto
diverso dall'originale".
Esiste però una grande distanza tra realtà di Silvio Berlusconi e la realtà
che va emergendo nell'aula giudiziaria del processo Ruby-Silvio. Nella prima
"realtà" ci si ostina a definire ancora le sue ad Arcore, a Roma, in Sardegna,
sul lago Maggiore come "cene eleganti". La versione è stata modificata più
volte, prima c'erano solo cene, adesso emergono "balletti del genere burlesque".
La realtà non solo della procura, anche di numerosi testimoni, degli
investigatori, delle intercettazioni è meno cangiante.
Ecco, dunque, alcuni audio originali che riguardano i due processi in corso e
imperniati sull'allora minorenne Karima El Mahroug, detta Ruby Rubacuori:
quello con imputato Berlusconi per concussione e prostituzione minorile,
l'altro dedicato a Emilio Fede, ex direttore del Tg 4, Lele Mora, ex agente di
spettacolo, e Nicole Minetti, consigliere regionale pdl, alla sbarra per aver
gestito un "sistema" per portare al "drago" (definizione dell'ex moglie,
Veronica Lario) ragazze facili e ben retribuite per le porno-serate.
Cominciamo questa nostra esclusiva riportando alcune telefonate di Ruby. Sono
state registrate dalla polizia giudiziaria del tribunale, su ordine del gip e
si sente la ragazza raccontare al padre e alle amiche di essere stata "pagata
per tacere". Lei dice da "Silvio". Anche se, parlando con l'amica Antonella,
spiega di essere amica "ma proprio amica..." di Silvio "da un anno". E quando
lei le chiede cosa intenda per "amica", Ruby aggiunge che non c'è stato sesso
anche se nessuno ci crederà perché "lui mi dà 47 mila euro alla settimana...
Ed è pazzo di me, ma proprio pazzo.." Ascoltando queste intercettazioni,
regolarmente depositate e quindi pubblicabili, è possibile farsi un'idea
dell'opera di disinformazione che l'allora presidente del Consiglio e i suoi
collaboratori cercarono di attuare. E' Ruby stessa a confermarlo, parlando con
il padre e con gli amici. "Mi ha detto di passare per pazza, ha detto che mi
dà quanti soldi voglio". "E' pazzo di me". Il problema di questo processo è
che sono minorenne"
Processo Ruby, parla Fadil:
“L’onorevole Rossi mi chiese di fare la danza
del ventre”
La modella ospite delle feste
di Arcore racconta che la deputata del Pdl la
esortò a ballare per Berlusconi insieme ad
altre ragazze. E denuncia "pressioni" da parte
di un uomo misterioso affinché incontrasse
l'ex premier a dibattimento in corso. Il
racconto di un balletto hard di Nicole Minetti
e Barbara Faggioli con tanto di crocifisso.
Iris Berardi "travestita da Ronaldinho".
Chi si fermava la notte "per sesso prendeva
più soldi". L'allora premier avrebbe mostrato
alle ragazze un cartone animato dove
Gianfranco Fini appariva "deformato e seduto
sul wc"
Imane Fadil in Tribunale a Milano
Una deputata del Pdl,
Maria Rosaria Rossi, spinge
le giovani ospiti di Arcore a esibirsi in
danze hard davanti a Silvio Berlusconi. La
consigliera regionale Nicole Minetti
e la show-girl Barbara Faggioli
ballano travestite da suore davanti all’ex
premier. Il quale mostra alle ragazze un
cartone animato satirico con Gianfranco Fini
deformato e seduto sul water. Sono alcuni
degli episodi a tinte forti emersi dalla
testimonianza della modella marocchina
Imane Fadil, ospite dei
festini di Arcore, davanti ai giudici del
processo “Ruby” contro Silvio
Berlusconi, in corso a Milano. La
ragazza ha aggiunto di aver subito pressioni
e minacce da uno sconosciuto, a dibattimento
già in corso, perché incontrasse di nuovo il
premier. Secondo Iman, inoltre, le ospiti
delle cene a Villa San Martino “prendevano
molto di più” se si fermavano anche la
notte. E si fermavano “per sesso, perché le
ragazze se ne lamentavano e avevano paura
delle malattie. Ma tutte facevano a gara per
fermarsi perché chi si fermava prendeva
molto di più”. Tra le protagoniste
dei rapporti a pagamento, una ragazza, “di
nome Joanna”, e una ragazza “del Guatemala”.
L’ex premier Berlusconi è accusato di
sfruttamento della prostituzione minorile e
concussione. Secondo la testimone,
Kharima al Marough alias
Ruby ”poteva vendicarsi e mettere nei guai”
l’ex premier. La teste ha spiegato di averlo
saputo da Barbara Faggioli, secondo la quale
la giovane marocchina “aveva video e foto
molto compromettenti sulle feste” e
“Berlusconi l’aveva allontanata in quanto
minorenne”.
Rispondendo al pm Antonio Sangermano
su eventuali sollecitazioni esterne in
merito alla sua testimonianza, Fadil ha
detto ai giudici di aver subito “pressioni”
da una persona per “andare ad Arcore” tra il
maggio e il giugno 2011, quando il
dibattimento a carico dell’ex premier era
già cominciato. Condito da una minaccia: “Se
dici qualcosa del nostro incontro sono
problemi tuoi”. La ragazza ha raccontato di
aver “incontrato quest’uomo vicino a casa e
mi ha dato un telefono non intercettabile
per organizzare un appuntamento ad Arcore,
ma io non ho voluto”, ha spiegato. L’uomo
“alto biondo e con gli occhi azzurri”
l’avrebbe contattata “circa 5 volte”, e
incontrata altre due volte. L’uomo
misterioso voleva organizzare “un incontro
ad Arcore” a cui Fadil avrebbe dovuto
partecipare. La ragazza però si era
rifiutata, “perché avevo paura e ne avevo
già parlato con il mio avvocato”. In
occasione del secondo incontro, “lui mi
disse che si stava arrabbiando, perché tutte
le volte che organizzava l’incontro io non
ci andavo, e a quel punto ho deciso di non
rispondere più al telefono”. Fadil ha anche
spiegato davanti ai giudici di poter
“cercare quel telefono che mi è stato
consegnato, anche se ho cambiato casa non
l’ho più con me”, per metterlo a
disposizione dei magistrati.
Imane Fadil racconta anche del ruolo attivo
di una deputata del Pdl, Maria
Rosaria Rossi, che nel corso di una
serata le chiese di fare la danza del
ventre. “Mi andò a procurare un foulard e
ballai, la Berardi si dimenava col
reggiseno, Katarina (ndr. un’altra delle
ospiti) m’invitava in modo aggressivo a
ballare con lei. A me non andava, avevo
capito che aveva dei disturbi
comportamentali e, inoltre, non aveva un
buon odore”.
Sulla performance delle ragazze travestite
da suore, con tanto di crocifisso, ecco il
suo racconto: “Eravamo in piedi, stavamo
prendendo da bere al bar – afferma
riferendosi a una serata del febbraio 2010 –
la Faggioli stava facendo una performance
nella saletta del ‘bunga bunga’. Dopo dieci
minuti scomparve con la Minetti, poi si
presentarono con una tunica nera, una croce
e un copricapo bianco e fecero una
performance che non mi sarei mai aspettata.
Fecero ‘Sister act’, poi ballarono, si
dimenarono e si tolsero la tunica, restando
solo con l’intimo”.
Una scena che era già stata raccontata a
ilfattoquotidiano.it da un’altra testimone
diretta delle notti di Arcore.
L’esibizione mette in imbarazzo la giovane
modella. “Chiesi a Lele Mora
di andarmene. Non ero l’unica. Due ragazze
ungheresi si erano avvicinate a me, videro
che ero imbarazzata e parlammo sconcertate.
Berlusconi chiese a Mora che cosa avessi e
lui disse: ‘Lei à particolare, la conosco da
anni’. A fine serata, “Berlusconi mi invitò
a entrare nel suo ufficio. Ci fece dei
regali, tra cui un orologio con lo stemma
del Milan e degli anellini. Quindi, mi prese
in disparte e disse: ‘Non vorrei che tu ti
offendessi, ma so che hai bisogno’ e mi
disse di prendere una busta. La presi e
dentro c’erano duemila euro in contanti”.
Imane lascia la dimora di Arcore,
ma ”mentre uscivamo sentivo che Minetti e
Faggioli avevano deciso di fermarsi a
dormire”
(qui l’intervista di Imane Fadil a Il Fatto
Quotidiano).
Altro siparietto della serata, il cartone
animato satirico con il presidente della
Camera Gianfranco Fini seduto sul water,
mostrato, secondo il racconto della
testimone, da Berlusconi ad alcune ospiti.
“Berlusconi ci portò in uno stanzino. Sul
tavolo c’era I-Pad spento, che poi si fece
accendere. Vedemmo un video cartoon satirico
in cui c’era l’allora presidente della
Camera deformato seduto sul wc. Quello era
il periodo della vicenda della casa di
Montecarlo”.
In un’altra occasione, lo spettacolo serale
ha preso una piega calcistica. E’ sempre
Imane Fadil a spiegarlo ai giudici del
Tribunale di Milano: “In un’altra serata,
invece, è stata Iris Berardi
al centro della scena insieme ad una delle
gemelle De Vivo: “Ricordo
che si travestì da Ronaldinho
con tanto di maglia, maschera del giocatore,
ha ballato per poi rimanere in perizoma”. E
ancora, sempre nella villa di Arcore, lo
show di una ragazza, Roberta Nigro,
che “nella saletta del Bunga Bunga iniziò a
ballare con Lisa Barizonte
e le due cominciarono a toccarsi e Lisa
tolse le mutandine alla Nigro”. Poi “si
aggiunse anche la Minetti, che era ben
preparata a quello spettacolo, perchè
indossava il reggicalze”. Alla fine di
quella serata, ha raccontato ancora Fadil,
“io ricevetti una busta con 5 mila euro in
contanti e Berlusconi mi chiese di fermarmi
per la notte, ma io tornai a casa”.
Rispondendo alle domande del pm, Imane Fadil
ha affermato che “a organizzare le serate
erano Nicole Minetti ed Emilio Fede“,
imputati insieme a Lele Mora in un
procedimento parallelo nel quale la modella
marocchina è parte civile.
Procura di Milano: da
Berlusconi 127mila euro a Nicole Minetti, Imma
ed Eleonora De Vivo
I movimenti bancari,
risalenti a qualche mese fa, sono stati
segnalati dall'Unità di informazione
finanziaria della Banca d'Italia (Uif) ai
magistrati, che hanno acquisito tutta la
documentazione, inserendola nelle
"indagini suppletive" notificate ai difensori
dell'ex premier (processo Ruby) e di Lele
Mora, Emilio Fede e dell'ex igienista dentale
del Cavaliere
Le gemelle Eleonora e Imma De Vivo
Pochi mesi fa
Silvio Berlusconi ha versato
127mila euro in quattro bonifici a
Nicole Minetti, Imma ed
Eleonora De Vivo, tre delle
partecipanti alle cene eleganti del
Cavaliere, ma soprattutto tutte testimoni
nel processo sul Ruby Gate e il
Bunga Bunga. In questo procedimento, l’ex
presidente del Consiglio è imputato di
prostituzione minorile per i rapporti con la
minorenne Karima el Mahroug
e di concussione per le telefonate alla
Questura milanese la notte del 27 maggio
2010, in cui il premier aveva chiesto di
affidare la ragazza marocchina al
consigliere regionale Nicole Minetti. La
notizia è stata pubblicata sull’edizione
odierna del Corriere della Sera.
I movimenti bancari sono stati segnalati
dall’Unità di informazione finanziaria della
Banca d’Italia (Uif) alla Procura della
Repubblica di Milano, che ha acquisito tutta
la documentazione, inserendola nelle
“indagini suppletive” notificate dai pm
Ilda Boccassini e
Antonio Sangermano ai difensori di
Berlusconi (processo Ruby) e di Nicole
Minetti, Lele Mora ed Emilio Fede, gli
ultimi tre imputati di favoreggiamento alla
prostituzione per le “serate eleganti” nella
villa di Berlusconi ad Arcore.
Per quanto riguarda i bonifici bancari
‘incriminati, tra ottobre e novembre scorso
Nicole Minetti ha incassato sul suo
conto corrente presso Banca Intesa due
versamenti, rispettivamente di 15mila e
40mila euro (‘prestito infruttifero’ la
prima causale, nessuna specificazione per la
seconda somma), provenienti dal conto di
Silvio Berlusconi presso il
Monte dei Paschi di Siena. Quelli alla sua
ex igienista dentale, però, non sono gli
unici versamenti contestati all’ex capo del
Governo: a luglio e ottobre scorso, infatti,
ha versato in due tranches 72mila euro –
giustificando la somma come ‘regalìa – sul
conto di Enzo De Vivo
(padre delle gemelle Eleonora e Imma, ndr)
presso la filiale napoletana della Cassa di
Risparmio di Parma e Piacenza. Lo stesso
Enzo De Vivo, interrogato il 5 aprile scorso
da Ilda Boccassini, ha
confermato di aver ricevuto quei soldi
proprio da Silvio Berlusconi: i 72mila euro
non erano per lui, ma per le sue figlie, che
avevano fatto versare la somma sul conto del
genitore per ‘evitare pettegolezzi’.
“Le mie figlie – ha raccontato Enzo De Vivo
ai pm – mi dissero che sul mio conto sarebbe
arrivato del denaro da parte dell’onorevole
Berlusconi che era
destinato alle mie figlie, le quali si erano
rivolte appunto all’onorevole per un aiuto
economico. I bonifici sono pervenuti sul mio
conto proprio per evitare pettegolezzi da
parte dei direttori dell’istituto bancario,
dove le mie figlie avevano dei conti
personali”. Il pm Ilda Boccassini
ha fatto presente a De Vivo che
“dal 12 agosto 2011 al 29 settembre 2011
sono state disposte operazioni di
prelevamento in contante per la somma di
10862 euro”.. “Effettivamente – ha chiarito
l’uomo – sono stati fatti da me dei prelievi
ma le ho utilizzate personalmente quelle
somme, mi sono servite per pagare la
benzina o per cose comunque mie
personali. Le spese come si sa, a causa
della crisi economica che investe il nostro
Paese, sono aumentate, la benzina è
aumentata in modo esponenziale e quindi di
quel bonifico, il primo ricevuto pari a 42
mila euro, io mi sono autofinanziato“.
Le grane per l’ex premier, però, non
finirebbero qui, visto che negli stessi atti
depositati dai pm nei due processi sul caso
Ruby emergerebbe anche il “possibile
pagamento da parte di un terzo (Silvio
Berlusconi) delle spese di difesa”
di Nicole Minetti. E’ quanto risulta da una
segnalazione di Bankitalia sui movimenti
bancari della Minetti, che ha incassato
100mila euro da Berlusconi e il giorno dopo
pagato 87mila euro ai suoi legali. La data
in questione è il 22 giugno del 2011, a
processo sul caso Ruby già
in corso. E’ quanto emerge dalle
segnalazioni che la Banca d’italia ha
inoltrato alla Procura di Milano. Il giorno
successivo, il 23 giugno del 2011, il
consigliere regionale lombardo, imputata per
induzione e favoreggiamento della
prostituzione anche minorile, ha
inviato sempre via bonifico alcune somme ai
suoi legali: 37.440 mila a Daria
Pesce, 24.960 a Piermaria
Corso e altri 24.960 allo studio
legale associato Gagliani Righi.
Nel periodo compreso tra il 15 aprile 2011 e
il 14 ottobre dello stesso anno,
complessivamente, l’ex premier ha bonificato
alla Minetti 145mila euro.
”Nulla di men che lecito”. Così l’avvocato
Nicolò Ghedini ha definito
i soldi versati, tramite bonifici, dall’ex
premier Silvio Berlusconi a Nicole Minetti e
alle gemelle Eleonora e Imma De Vivo, tutte
e tre testimoni nel processo sul caso Ruby.
“Si tratta di somme erogate palesemente
tramite bonifici bancari, totalmente
tracciati, da un conto personale dello
stesso Presidente Berlusconi” ha detto
Ghedini, aggiungendo che “l’accostamento fra
versamenti e qualifica di testimoni nel
processo cosiddetto ‘Ruby’ è assolutamente
pretestuoso e privo di ogni fondatezza”. Il
legale dell’ex premier ha
sottolineato inoltre che “è del resto assai
usuale e non desta alcuna problematica che
vi siano rapporti economici intercorrenti
fra soggetti indagati o imputati e
testimoni. Basti pensare ad un
titolare di azienda che citi quali testi i
propri dipendenti o nel caso di testimoni
che siano familiari o parenti. In realtà, il
presidente Berlusconi con
la consueta generosità – ha concluso Ghedini
– ha ritenuto di aiutare, in totale
trasparenza e proprio mediante palese
bonifico bancario, delle
persone che, a cagione del clamore mediatico
creato su inesistenti vicende processuali,
stanno vivendo momenti di grande difficoltà
familiare, professionale ed economica. Nulla
quindi di men che lecito”.
Ruby, un agente in aula:
“Rilasciata senza documenti per le pressioni
di Palazzo Chigi”
BUNGA BUNGA E CORRUZIONE:La
macchina del bunga-bunga si nutre di
soldi. Ma forse non solo il
bunga-bunga. Berlusconi preleva dai suoi conti
una gran mole di denaro in contanti,
anche nelle settimane in cui è impegnato a
riconquistare, uomo dopo uomo, la maggioranza
in Parlamento. Preleva 13 milioni di
euro. Di solito stacca assegni da 30
mila euro, come l’11, il 21 gennaio e l’11
febbraio, il 12 maggio 2010. Il 16 febbraio
c’è un assegno da 7 mila euro e il 24 febbraio
un altro da 30 mila euro. Sono giorni in cui
Ruby va ad Arcore. Si trova ad Arcore anche
quando dal suo conto al Monte dei Paschi di
Siena vengono emessi assegni di 350 mila euro,
il 23 aprile, e di 330 mila, il 26 aprile.
Tutti assegni firmati da Berlusconi e
incassati da Giuseppe Spinelli,
il cassiere del premier. Gli assegni più
cospicui sono del 21 e 22 dicembre 2010 (350
mila euro) e del 23 dicembre (257 mila).
Mario Landolfi, poliziotto in servizio in
Questura la notte del 27 maggio 2011,
testimonia al processo contro Silvio
Berlusconi. E conferma che le disposizioni del
pm minorile Fiorillo furono disattese per le
telefonate della Presidenza del consiglio.
Resta a Milano il dibattimento contro Minetti,
Fede e Mora
La notte in cui Ruby si
trovava in Questura a Milano ci furono
pressioni perché fosse rilasciata il prima
possibile. E la ragazza marocchina, , che da
minorenne aveva partecipato alle serate
organizzate da Berlusconi ad Arcore, lasciò
gli uffici di via Fatebenefratelli prima che
fossero recuperati i suoi documenti, al
contrario di quanto disposto dal magistrato
minorile Annamaria Fiorillo.
Lo ha affermato in aula al processo milanese
contro l’ex premier Silvio
Berlusconi, accusato di concussione
e prostituzione minorile, l’agente di
polizia Marco Landolfi, in
servizio nella notte tra il 27 e il 28
maggio 2011, sentito come testimone.
Il capo di gabinetto Pietro Ostuni
“chiedeva di accelerare le pratiche per il
rilascio” di Karima al Marough
detta Ruby, ha raccontato
Landolfi. Il commissario capo
Giorgia Iafrate lo chiamò per
dirgli che la ragazza non doveva “essere
fotosegnalata” ma bensì “lasciata andare”. E
questo perché Iafrate aveva ricevuto una
telefonata di Ostuni che a sua volta era
stato contattato dalla Presidenza del
Consiglio dei ministri, che indicava la
ragazza come la nipote dell’allora
presidente egiziano Mubarak.
Il pm Fiorillo aveva disposto che Ruby
dovesse essere fotosegnalata e collocata in
una comunità o altrimenti trattenuta in
questura, ma “la dottoressa Iafrate riceveva
in continuazione telefonate da Ostuni che
chiedeva di accelerare le pratiche del
rilascio poiché alla Presidenza del
Consiglio aveva già detto che era stata
rilasciata”. La dottoressa Iafrate, ha
proseguito Landolfi, “era molto agitata.
Andava avanti e indietro, si alzava per
andare verso la ragazza… Il questore non fu
avvisato di quanto stava accadendo”.
Così Ruby, arrivata in Questura in seguito a
una denuncia per furto, venne affidata a
Nicole Minetti -altra
protagonista delle notti di Arcore che si
era qualificata come “consigliere
ministeriale regionale presso la presidenza
del consiglio dei ministri” - prima che
fosse recuperata, come aveva disposto il pm
Fiorillo, una copia dei suoi documenti di
identità. Come risulta dalle carte ed è
stato riaffermato in aula, il verbale di
affidamento alla consigliera regionale,
imputata in un altro processo, è stato
stilato alle due di notte, mentre i
documenti di identità sono arrivati il
giorno dopo.
Rispondendo al pm Antonio Sangermano
che gli chiedeva se non gli fosse venuto
qualche dubbio sulla parentela della
marocchina con l’ex presidente egiziano,
Landolfi ha risposto: “Ho dato per certo che
i superiori o la dottoressa Iafrate avessero
accertato l’effettiva parentela con Mubarak”.
Intanto resterà a Milano l’altro processo
sulle notti di Arcore, che vede imputati per
favoreggiamento della prostituzione la
stessa Minetti, Emilio Fede
e Lele Mora. Lo hanno
deciso i giudici, che hanno respinto le
eccezioni di competenza territoriale delle
difese che volevano spostare il procedimento
a Messina (dove è avvenuto il primo incontro
tra Fede e Ruby) o a Monza (competente per
territorio su Arcore). Intanto accusa e
difese si sono dette contrarie alle riprese
televisive in aula, questione sulla quale i
giudici si pronunceranno il 2 marzo.
I movimenti
bancari del premier nell'inchiesta fiorentina su Verdini
e Dell'Utri. Dalle mini minor per le bunga girls, ai
prestiti infruttiferi per amici e politici vari, fino ai
finanziamenti ai circoli della Libertà del ministro
Brambilla
Altre due
ragazze parti civili al processo sulle notti
di Arcore. Ma solo contro Nicole Minetti
Iris
Berardi e Barbara Guerra erano tra le più
assidue frequentarici dei festini
organizzati da Silvio Berlusconi. Al
processo per induzione alla prostituzione,
accolte dalla corte anche le richieste già
presentate da Imane Fadil, Chiara Danese e
Ambra Battilana. Che esce dall'aula in
lacrime
La showgirl Barbara Guerra
Altre due ragazze
coinvolte nelle notti di Arcore, Barbara Guerra e Iris Berardi, si sono
costituite parte civile al processo per
favoreggiamento e induzione alla
prostituzione in corso a Milano, ma solo
nei confronti di Nicole
Minetti, e non degli altri due
imputati Emilio Fede
e Lele Mora. La
stessa scelta era stata fatta nella scorsa
udienza dalle giovanissime miss piemontesi
Ambra Battilana e
Chiara Danese, e
dalla modella marocchina Imane
Fadil. Oggi la corte
presieduta dal giudice Annamaria Gatto ha
ammesso tutte le cinque richieste. Nessun’altra
delle 33 ragazze a cui era stato
notificato il decreto del giudizio avviato
come persone offese si è presentata oggi
in aula o ha manifestato la volontà di
costituirsi. Il processo riguarda anche
l’accusa di favoreggiamento della
prostituzione minorile relativo al caso
Ruby.
Guerra e Berardi sono state “vittime e
persone offese” dei festini organizzati
dall’ex premier Silvio
Berlusconi nella sua residenza
di Villa San Martino ad Arcore, ha
spiegato il loro legale Luigi
Faggella. Nella scorsa udienza
il giudice della quinta sezione penale di
Milano Anna Maria Gatto
aveva disposto di notificare il decreto a
tutte le ragazze maggiorenni – il processo
perché, secondo una recente
giurisprudenza, anche le persone che
subiscono il reato di induzione e
favoreggiamento della prostituzione sono
da considerarsi “vittime” e persone offese
da reato.
Nella richiesta di costituzione le due
giovani lamentano un “danno morale”,
mentre, come ha aggiunto l’avvocato, “il
danno all’immagine è nei fatti ed è dovuto
al battage pubblicitario del processo”.
Berardi e Guerra chiedono di essere parti
civili solo contro l’attuale consigliere
regionale lombardo perché, “i fatti che le
riguardano sono da ascriversi alla sola
Minetti”. L’avvocato ha fatto riferimento
ai principi espressi nell’ordinanza del
giudice ovvero alla “libertà di
autodeterminazione nella sfera sessuale
della donna e alla dignità della persona”.
Decidendo di ammettere tutte le richieste,
il collegio ha riconosciuto che le ragazze
possono avere subito un danno dalla
partecipazione alle feste ad Arcore nella
residenza di Silvio Berlusconi. Negli atti
di costituzione, Battilana e Danese hanno
lamentato di avere subito una “profonda
sofferenza per essere state considerate
meretrici”, pur essendo “scappate” dalla
villa dell’ex premier dopo avere assistito
a scene a sfondo sessuale. Hanno sotenuto
di avere patito un “notevole danno
morale”, mentre Imane Fadil ha fatto
riferimento a una compressione nella sfera
di autodeterminazione della libertà
sessuale. “Si farà luce su tante cose in
questo processo”, ha commentato la 27enne
marocchina.
Ambra Battilana, giovanissima torinese
portata ad Arcore da Fede il 22 agosto
2010, è uscita dall’aula in lacrime dopo
aver sentito le argomentazioni delle
difese contro la costituzione di parte
civile. Per i legali degli imputati, il
fatto di non aver concesso nulla di
sessualmente rilevante, non rende
“perfezionato il reato di induzione della
prostituzione”.
Silviomat
Lo stanno
spolpando vivo. Altro che
“dieta depurativa tisanoreica a base di
erbe” di cui favoleggiano i giornali
per spiegare il dimagrimento di
“quattro chili in otto giorni”. Qui
siamo di fronte a una liposuzione di
dimensioni industriali, a un’idrovora
piazzata direttamente nelle sue tasche che
pompa milioni in quantità da oleodotto. Un
continuo salasso a opera di centinaia di
insaziabili sanguisughe attaccate a quel
corpicino mezzo rifatto. Bei tempi quando
qualcuna poteva sistemarla a Raifiction
con una telefonatina all’amico Saccà
perché “sta diventando pericolosa, s’è
messa a dire delle cose pazzesche in giro”.
Ora gli tocca pagare tutti
lui (a parte alcune centinaia di servi
travestiti da parlamentari e una da
consigliera regionale, che manteniamo noi
con tutti gli annessi e connessi).
Ecco, la biografia del Grande Compratore
si divide in due fasi: quella del
palazzinaro parvenu che paga
mafiosi, piduisti, politici, giudici,
ufficiali delle Fiamme Gialle per
gonfiarsi come la rana della fiaba e farsi
accettare in società; e quella del
politico che paga testimoni, avvocati,
papponi, mignotte e complici vari perché
non vadano a raccontare in giro quel che
sanno di lui o han fatto con lui o per
lui. Prima comprava la gente
per riempirsi la bocca, ora per tapparla
agli altri. Prima per guadagnare, ora per
non finire in galera. Più che un premier,
un bancomat: il Silviomat
dal quale tutti possono prelevare la somma
desiderata, e senza bisogno di pin.
Un prelievo oggi, un prelievo domani: di
questo passo lo perdiamo. 600mila dollari
a Mills per testimoniare
il falso. 9,5 a Dell’Utri,
che ogni tanto ha qualche sprazzo di
memoria. Una decina di milioni alle
Papi Girl per affitti,
capricci e cure dentistiche (l’igiene
orale innanzitutto). 5 milioni promessi a
Ruby “per fare la
pazza” più qualche bustona farcita di
contanti e gioiellazzi assortiti “per
non farla prostituire”, senza
dimenticare i 60mila euro per avviarla
alla carriera di estetista con tanto di
“laser anti-depilazione” (un
autentico strumento di tortura: appena
finito di depilarti, te lo spari e ti
ricrescono i peli). 1,2 milioni a
Lele Mora, compresa la
percentuale per Fede.
E ora 500mila euro una tantum più 20mila
mensili a l’amico Gianpi Tarantini,
arrestato e imputato per droga, corruzione
e favoreggiamento della prostituzione:
l’amico ideale per uno statista. È quello
che gli portava le D’Addario a domicilio.
Poi, per non levargli l’illusione di
averle conquistate col suo fascino
magnetico, le pagava pure. Sperava di
entrare nel giro della Protezione civile.
Ma prima di raggiungere la cassa finì in
galera. Se va a processo, saltan fuori le
telefonate: meglio convincerlo a
patteggiare. Niente processo, niente
intercettazioni. I versamenti scoperti dai
pm di Napoli sono tranquillamente
confermati da B.: “Ho aiutato
una persona e una famiglia con bambini che
si trova in gravissime difficoltà
economiche, nulla di illecito: mi sono
limitato ad assistere un uomo disperato
non chiedendo nulla in cambio. Sono fatto
così”. Per la cronaca, il piccolo
fiammiferaio disperato è segnalato in
questi giorni a Cortina e abita pure a
Roma in zona via Veneto. Nelle
intercettazioni, si sentono frasi del tipo
“quello là dobbiamo metterlo con le
spalle al muro”, “bisogna batter
cassa”. Lo dicevano già le
velociraptor dell’Olgettina: “Ora deve
sganciare”, “Finché c’è lui si
mangia”.
Abbiamo il premier più ricattato
del mondo, ma che sarà mai. Che
problema c’è se il capo del governo
stipendia un pappone reo confesso
transitato dalle patrie galere? Ora
Ferrara ci spiegherà che, via, “così
fan tutti” (anche Sarkozy, Zapatero,
Obama, Cameron e persino la Merkel hanno
almeno un pappone a libro paga). I
pompieri della sera scomoderanno Stuart
Mill (ma soprattutto Mills) per iscriverlo
d’ufficio al liberalismo classico. Mons.
Fisichella inviterà a
“contestualizzare” la cosa. E al
Meeting di Rimini qualche prete à
porter ricorderà che pure la
Maddalena doveva avere per forza un
pappone, dunque anche Gesù, a ben vedere…
I giudici lombardi respingono l'eccezione
per chiedere il trasferimento del
procedimento sulla minorenne che vede
imputato Berlusconi. L'impegno al Quirinale
fa saltare la su presenza anche al processo
Mills
"Bacio saffico tra Karima e Minetti"
Una ragazza
fragilissima. Così è stata definita Ruby dal
pm Forno nell'udienza preliminare di lunedì
scorso a Milano. E' il processo a Mora, Fede
e Minetti, la consigliera regionale Pdl sul
cui ruolo emergono altri dettagli.
"Ruby
fragilissima".
Stando alla trascrizione dell'udienza è
emerso che Ruby, quando è stata sentita dai
pm in fase di indagini tra il luglio e
l'agosto scorso, aveva l'aspetto "di una
persona di età ben superiore ai 17 anni". Ma
ascoltando le sue parole i magistrati si
sono resi conto anche "di essere di fronte a
una ragazzina, un'adolescente sofferente e
in difficoltà". Forno chiarisce che quel
racconto di Ruby "è un atto che si è fermato
a metà, per l'impossibilità materiale di
proseguire nell'audizione". Secondo il
magistrato sentire dei minori è un sorta di
work in
progress, un conquistarsi la fiducia da
parte del dichiarante nei confronti di chi
l'ascolta. E nel caso di Ruby questo atto di
fiducia in qualche modo si è interrotto nel
momento in cui la minore ha deciso di
scappare dalla comunità rientrando in
contatto con l'ambiente da cui proveniva.
. Dalle trascrizioni
trapela anche la conferma del bacio saffico
con la Minetti. "E' noto -sostiene Pietro
Forno-, che il fruitore finale aveva
interesse a questo tipo di condotte. Anche
per questo è consentito affermare che la
minore è stata coinvolta in atti sessuali
che, nella misura in cui sono stati
ricompensati, avevano una connotazione di
tipo prostitutivo". Il riferimento al
"fruitore finale" viene chiarito dal pm
Antonio Sangermano in un'altra dichiarazione
riportata nel verbale di udienza, quando il
rappresentante della pubblica accusa parla
di "serate organizzate presso la residenza
del presidente del Consiglio, onorevole
Silvio Berlusconi, quale fruitore finale in
questa ipotesi accusatoria".
Consapevoli della minore età.
Gli imputati erano in più
"perfettamente consapevoli della minore età
di Ruby, come emerge dalle stesse
dichiarazioni, e soprattutto perfettamente
consapevoli di quel che accadeva ad Arcore,
ovvero, che l'introduzione della minore era
strettamente finalizzata a che la stessa
acconsentisse al compimento di atti sessuali
col presidente del consiglio, Silvio
Berlusconi". Lo ha dichiarato sempre
Sangermano nel corso della setssa udienza
davanti al gup del tribunale di Milano Maria
Grazia Romanico.
La parola bordello.
Lunedì scorso, l'udienza era a porte chiuse,
era trapelata la voce che la parola
"bordello" fosse stata associata ad Arcore e
al presidente del Consiglio e immediate
erano scoppiate le polemiche. Nella
discussione per il rinvio a giudizio di
Nicole Minetti, di Emilio Fede e di Lele
Mora per induzione e favoreggiamento della
prostituzione, Forno ha detto: "Abbiamo
tutti gli elementi di una struttura
organizzativa, abbiamo l'arruolatore,
abbiamo il fidelizzatore, e abbiamo,
possiamo dire, l'amministratore del
bordello, colui che paga le dipendenti".
La 26enne campana è arrivata al vertice
notturno del Pdl con la sua smart. Eletta nel
2009 nel consiglio provinciale di Napoli,
secondo le statistiche, dal gennaio scorso ha
partecipato a una sola riunione della
commissione di cui fa parte di Vincenzo Iurillo
La
consigliera regionale del Pdl, indagata
nel Rubygate, ha depositato oggi alla
procura una memoria dove dimostrerebbe
la sua estraneità dall’accusa di
prostituzione minorile, cioè di aver
portato Ruby nella residenza del
premier. Replica il giornalista
siciliano: "Ho letto parte del
documento, ha bisogno di uno psichiatra"
Katia Pasquino accusò la marocchina di furto: la minorenne venne portata in
questura e "salvata" dal premier la notte del 27 maggio 2010. Poi la promessa di
soldi per convincerla a ritirarla: "Ma non ho mai ricevuto niente"
E’ stata depositata oggi in Consiglio
regionale lombardo la mozione presentata dai
consiglieri Chiara Cremonesi (Sel), Arianna
Cavicchioli e Sara Valmaggi (Pd) con la quale
si chiede che Nicole Minetti, indagata per il
caso Ruby ed eletta in consiglio tra le file
del Pdl in un listino bloccato “rimetta il suo
mandato affinchè possa liberamente difendersi
nel processo” e perché “sia tutelata
l’immagine dell’istituzione Regione
Nell'ordinanza del giudice Maria Grazia Domanico le motivazioni con cui è
stata respinta la tesi delle difese, che avevano chiesto di trasferire il
procedimento a Messina. "Le tesi dei legali si basano su collegamenti
"suggestivi"
Berlusconi "con il crocifisso benediceva e toccava". Ecco un estratto audio
del racconto di una testimone chiave del processo Ruby. Riferisce delle
feste di Arcore. In particolare una: Minetti vestita da suora e il premier
con una croce la benedice "dopo lo spogliarello"
Imane Fadil, marocchina di 27 anni,
si è presentata in procura a Milano
per testimoniare sul caso Ruby. E
aggiungere nuovi particolari sul
bunga bunga. Racconta che B. le
presenta come sua fidanzata
Caterina, una ragazza montenegrina
di cui, secondo Fede, il premier era
ostaggio.
Nel processo per favoreggiamento alla
prostituzione in relazione alle feste di
Arcore, oggi ha parlato l'avvocato del
consigliere regionale Pdl. Uno dei punti
toccati è stato il famoso bacio saffico. "Ad
oggi non è agli atti del fascicolo"
Un presidente
da mungere
Da Casoria
all'Olgettina: i debiti del premier. Dalle
indagini emergono spesso assegni e bonifici
ad amici e conoscenti. Sono diverse le
inchieste in cui si cerca di capire se il
Cavaliere sia stato ricattato
"Silvio se non mi fai la grazia",
illustrazione di Emanuele Fucecchi
“Essere Silvio
Berlusconi”. Potrebbe chiamarsi
così un gioco di ruolo, o meglio, il
format televisivo di un talent show in cui
i concorrenti, nei panni di un facoltoso e
generosissimo tycoon dalla brillante
carriera politica, elargiscono a pioggia
regalie alle persone più bisognose.
L’obiettivo del gioco è evitare di
incrociare i “cattivi” che, con diabolica
malafede, subornano la generosità del capo
e spillano soldi su soldi. Magari – a
differenza dei “buoni” – inventandosi
qualche ricattino. Le idee per gli autori
non mancherebbero. Basta scorrere le
cronache degli ultimi anni e il parterre
dei beneficiari, con la non improbabile
possibilità che la lista si allunghi
ancora, è presto fatta. In fondo il nostro
presidente del Consiglio è il più
“ricattabile”, nel silenzio più assoluto
dei grandi opinionisti, del mondo
occidentale.
Patrizia D’Addario,
invece, era la “cattiva” per eccellenza.
Escort pagata (disse) per passare la notte
con il presidente del Consiglio e così in
malafede da infilarsi nel mitico “lettone
di Putin” con tanto di registratore vocale
nascosto. Raccontò di aver cercato le
grazie del premier per chiedere un
“aiutino” per realizzare ciò che non
riuscì al padre, costruire un residence a
Bari. Sembrava fatta, ma la Sovrintendenza
ha bloccato tutto.
Patty è tornata a parlare con Libero poche
settimane fa denunciando di essere stata
strumento di un complotto anti-B. Da
cattivissima a quasi buona?
Meno male che esistono gli amici, antichi
e maschi. Loro non tradiscono mai. A
cominciare dall’avvocato Cesare
Previti, che i soldi li sapeva
usare. La Corte di Cassazione, il 13
luglio 2007, ha stabilito che la sentenza
che nel 1991 annullò il Lodo Mondadori,
consegnando il primo gruppo editoriale
italiano a Silvio Berlusconi
sfilandolo a Carlo De Benedetti,
era comprata. L’acquirente era proprio
Cesare Previti, agente per conto del
Cavaliere con denaro della Fininvest,
beneficiaria finale di tutto.
Ottimo anche l’avvocato inglese
David Mills. Condannato in primo
e in secondo grado per corruzione in atti
giudiziari, ha atteso con serenità la
prescrizone in Cassazione senza fare
troppe storie su quei 600 mila dollari
ricevuti da B. per deporre come si deve
(lo dicono le motivazioni della Suprema
Corte) nei processi Arces e All Iberian,
tenendo fuori il presidente “da un sacco
di guai”. Buoni. Senza se e senza ma.
Silvio B. sa essere riconoscente con chi
gli è fedele (Emilio Fede)
e con chi lo fa divertire (Lele
Mora). Se poi sui 2 milioni e 850
mila euro elargiti a Mora (indagato per
bancarotta fraudolenta per il fallimento
della LM Managment) Fede se ne intasca
metà (dice Lele) che colpa ne ha B.?
Buoni, ma un po’ pasticcioni.
DANIELA
SATANCHE' SI LAMENTA: "SILVIO CONTINUA A
FARE I FESTINI E NON MI CHIAVA PIU' PER
FARMELO METTERE DENTRO IL MIO CULO TUTTA..."
“Non
più lì (ad Arcore) ma nell’altra villa (Gernetto,
ndr). Tutto come prima, non è
cambiato un cazzo. Stessi attori, stesso
film, proiettato in un cinema diverso. Come
prima, più di prima. Stesso gruppo, qualche
new entry, ma la base del film è uguale”.
Flavio Briatore si sfoga così con
Daniela Santanché. Il film
di cui parla è il bunga bunga del premier.
Perché Silvio Berlusconi
non ha mai smesso di farsi organizzare i
festini da Lele Mora. Ed è
proprio l’agente dei vip che va a trovare
l’ex manager della Formula Uno a Cuneo per
sfogarsi. “E’ stato da me due ore, mi fa
pena mi ha detto ‘tutto continua come nulla
fosse’”, racconta Briatore a Santanché,
amica e socia.
Quanto
anticipato dal Fatto Quotidiano
trova così conferma. Il
sottosegretario si preoccupa e la
conversazione (intercettata due mesi fa e
pubblicata oggi dal quotidiano La
Repubblica) si trasforma in una sorta
di testimonianza utile ai pm di Milano
titolari dell’inchiesta sul cosiddetto Ruby
gate. Perché Briatore è uno dei testimoni
nominati dal premier per la sua difesa. Un
amico, che racconta come i festini siano in
realtà cene serie. Al telefono invece
Briatore dice tutt’altro. “Veronica
(Lario, ndr) ha ragione, è malato”.
“E’ malato Dani, il suo piacere è vedere
queste qui stanche che vanno via da lui.
Dopo ‘due botte’ cominciano a dire che sono
stanche, che le ha rovinate”, racconta
Briatore. “Io sono senza parole”, risponde
Santanché. “Ti rendi conto? E che cosa si
può fare?” chiede. E Briatore:
“Dani, io ti dico un’altra roba. Se il
presidente continua a fare che cosa fa….
siamo nelle mani di Dio qui. Perché ieri
sera, l’altra sera, ho saputo che c’era
stata un’altra grande festa lì… (…) Ha
ragione Veronica, è malato. Perché uno
normale non fa ‘ste robe qui. Adesso Lele,
che gli continua a portare, a organizzare
questo, è persino in imbarazzo lui. E dice:
‘Ma io che cazzo devo fare?’”. Santanché
sempra preoccupata: “Ma allora qui crolla
tutto”. E l’ex managar conferma: “Daniela,
qui parliamo di problemi veramente seri di
un Paese che deve essere riformato. Se io
fossi al suo posto non dormirei la notte. Ma
non per le troie. Non dormirei per la
situazione che c’è in Italia. (…) Poi la
gente comincia veramente a tirare le
monete”. Santanché
concorda: “Stanno già tirando”.
Però il sottosegretario è comunque
soddisfatta del rilievo che ha conquistato
nel partito. E racconta all’amico:
“Berlusconi ha fatto fare a me l’accordo. Ho
fatto l’accordo con Masi, e quindi tra il 7
e il 9 aprile viene nominata Lei, perché
sai, una mia carissima amica”.
La telefonata è stata intercettata dalla
procura di Genova ed è molto probabilmente
destinata a finire nei faldoni del processo
milanese a carico del Presidente del
Consiglio. Il telefono di Briatore è finito
sotto controllo della Guardia di Finanza
perché è accusato d’evasione fiscale per il
suo yacht che non paga le tasse italiane ed
è registrato nel paradiso fiscale delle
isole Cayman. Con questa intercettazione
oltre alla posizione del premier potrebbe
aggravarsi anche quella di Emilio
Fede. Stando a quanto racconta l’ex
manager a Santanché, Lele Mora gli ha
spiegato bene la situazione del direttore
del Tg4. Riporta Briatore: “Quella
roba di Fede, è indecente. Non ha più
parlato con il presidente e sembra che abbia
comprato casa alla Zardo, pensa che
deficiente”, dice al sottosegretario.
Manuela Zardo è un’amica di
Fede coinvolta in un’inchiesta sulla
prostituzione. “Mora era in estrema
difficoltà e Fede gli ha preso il cinquanta
per cento dei soldi” del prestito che
Berlusconi aveva fatto all’agente dei vip.
“E poi (Fede, ndr) è andato a dire al
presidente: ‘Erano i soldi che gli ho
prestato’. Invece non è vero, figlio di
puttana’”. Lapidaria la Santanché: “Che
gentaglia”.
Caso Ruby, Berlusconi continua a pagare
E ora siamo sopra quota200
mila euro. A tanto ammontano i
soldi ricevuti in poco più di due anni dalla
ex meteorinaAlessandra
Sorcinellidal
suo amico Silvio Berlusconi. L’ultimo è
arrivato meno di un mese fa. Il Fatto ha
scoperto che16
maggio 2011il
conto corrente delBanco
di Sardegna, filiale di Milano in
via Solferino, intestato alla bella
cagliaritana, registra un bonifico in
entrata di 10 mila euro, il solito taglio e
soprattutto il solito ordinante del passato:Silvio
Berlusconi. Anche la causale è la
medesima: “prestito infruttifero”.
Prima ancora che il deposito degli atti
dellaProcuralo
certificasse, il nostro giornale aveva
descritto il menage finanziario tra la
stellina 27enne e il presidente 72enne. Ora
si scopre che ai 115 mila euro bonificati su
ordine di Berlusconi dal suo cassiereGiuseppe
Spinellinel
2010 e ai 45 mila euro del 2009, si devono
aggiungere altri44
mila e 352euro
incassati dall’amica del premier nel 2011. A
dire il vero questo anno non era partito nel
migliore dei modi per l’ ex studentessa
fulminata sulla via di Arcore all’età di 22
anni. Alessandra Sorcinelli è stata
perquisita e poi sentita in Questura il 15
gennaio scorso nell’ambito delle prime
indagini pubbliche sul caso Ruby. Pochi
giorni prima, come avevamo raccontato
allora, aveva ricevuto 10 mila euro dalCavaliere.
Nelle carte dell’accusa c’erano le
telefonate dell’undici gennaio che avevano
propiziato il versamento, a dire la verità
un po’ sofferto. Il tira e molla tra il
ragioniere Giuseppe Spinelli, cassiere di
Berlusconi, e la sua amica di vecchia data
era delizioso:
Sorcinelli: Passo da lei.
Spinelli: No io sarei pronto anche per fare
subito un bonifico volendo 5 più 5 meno 3
son 7, oppure adesso non so se…
Sorcinelli: Noo, faccia comunque 10, …
perché c’avrò altri pagamenti tra poco.
Spinelli: …e allora faccio 10, perché (…)
non vorrei dire (…) sai io devo eseguire
(ride) io sono in mezzo”.
Pochi giorni dopo era scoppiato il diluvio
delle intercettazioni sui giornali, comprese
quelle del cassiere con la ragazza. Si
pensava che il cicloneRubyavesse
travolto la liaison bancaria e invece ora si
scopre che tutto continua come prima. SeFlavio
Briatorepotesse
ancora parlare serenamente al telefono con
l’amica Dani direbbe: “Stesso film, stesso
conto”.
Proprio così: il Cavaliere se ne frega
altamente del processo, del pmIlda
Boccassinie
delle indagini e continua a fare feste e
bonifici come se nulla fosse, senza tenere
conto della sua attuale posizione di
premier-imputato. Già allora qualcuno storse
il naso nel vedere un indagato,
incidentalmente presidente del consiglio,
che continuava a foraggiare un possibile
testimone a suo discarico. Ora si scopre che
i bonifici continuano nonostante la ragazza
sarda sia inclusa nella lista dei testimoni.
I nuovi bonifici scoperti dal Fatto partono
quando la ragazza era stata già perquisita
(non indagata) e aveva di fatto assunto la
veste di testimone a discarico del premier.
Infischiandosene del fatto che presto la sua
amica sarà chiamata a raccontare quello che
sa sulbunga
bunga, il 25 marzo del 2011
Berlusconi ordina di trasferirle 10 mila
euro. Il 19 aprile il premier si ricorda
dellaPasquain
arrivo e le fa trovare in banca una sorpresa
da 24 mila e 352 euro. Non passa un mese e
arriva il bonifico “standard” da 10 mila
euro per un totale di 44 mila e 352 euro in
meno di due mesi.
Alessandra Sorcinelli risponde con
gentilezza al Fatto e non è imbarazzata per
i nuovi versamenti scoperti. “Silvio
Berlusconi non mi ha pagato niente”,
sostiene, “quei soldi sono dei prestiti per
me e per la mia famiglia che sta
attraversando un momento difficile”. La ex
studentessa di scienze politiche non accetta
di essere equi-parata alle altre
frequentatrici delle feste del premier: “io
non ho mai ricevuto soldi per prestazioni
sessuali. Eppure i giornali mi hanno
distrutto e sputtanato l’immagine. Lo
conosco dal 2005, altre ragazze che sono
coinvolte in questa storia da molto meno. E
io, tra virgolette,da
loro mi dissocio. Io con lui ho un
rapporto diverso”. A chi le chiede se quei
versamenti possano influenzare la sua
testimonianza lei risponde: “pensa davvero
che il premier mi stia pagando per dire
cazzate? Questo aiuto economico c’era da
prima che scoppiasse il caso Ruby. Io ho
avuto delle difficoltà perché non vado più
in video e lui si è offerto di aiutarmi. Se
dovrò testimoniare io dirò la verità, la mia
verità, perché ho la coscienza a posto”.
Il bunga
bunga? “Ora si fa a Villa Gernetto”
festini bunga bunga nella sede dell’Università
delle Libertà. Gli inquirenti
milanesi e genovesi saranno saltati sulla
sedia leggendo le intercettazioni delle
telefonate degli amici di Silvio
Berlusconi: il Cavaliere da ottobre
scorso è sulla graticola per il
Ruby-gate, ma, stando a quanto
racconta chi lo conosce molto bene, le sue
feste sarebbero continuate come se niente
fosse (almeno fino ad aprile). Con una
precauzione: meglio evitare Arcore,
assediata dai cronisti, meglio trasferirsi a
Villa Gernetto, a Monza.
Una delle tante residenze di proprietà del
premier disseminate per la Brianza e la
Lombardia, quello splendido
edificio dove Berlusconi intende collocare
l’Università delle Libertà
e dove ha ospitato il primo ministro croato
Jadranka Kosor.
Gli inquirenti genovesi probabilmente non
immaginavano di incrociare sul proprio
cammino l’inchiesta più clamorosa dell’anno.
Avevano già tra le mani una questione
delicata e spinosa: l’inchiesta sui presunti
reati fiscali commessi attraverso
finti contratti di affitto di yacht.
Tra questi c’è anche l’ormai famoso
Force Blue, un colosso di sessanta
metri ufficialmente intestato a una società
che lo affitta a 34 mila euro
al giorno. Secondo i pm, però, in realtà era
utilizzato soltanto da Flavio
Briatore.
Così nelle intercettazioni finiscono decine
di vip. Ma nelle conversazioni non si parla
soltanto dello yacht, anzi, spesso e
volentieri Briatore e i suoi amici discutono
di lui, del presidente del Consiglio (del
resto lo conoscono bene, sono stati anche
suoi ospiti ad Arcore). E in termini non
sempre affettuosi. Qualcuno, a quanto si
apprende, sosterrebbe che si tratti di una
persona che ha dei problemi, proprio come
aveva detto Veronica Lario
nella sua lettera di due anni fa: “Ho
cercato di aiutarlo come si farebbe con una
persona che non sta bene”.
Gli inquirenti raccolgono centinaia di
conversazioni, poi le girano ai loro
colleghi milanesi. Una cosa va detta subito:
dalle conversazioni non emergerebbero nuovi
reati, né a carico di Berlusconi, né dei
suoi amici. Ci sono, però, elementi che
potrebbero confermare il quadro accusatorio
disegnato dai magistrati milanesi.
Elementi importanti perché a parlare al
telefono con Flavio Briatore non sono
persone qualunque, ma alcune tra quelle più
vicine al premier: da Daniela
Santanchè a Emilio Fede.
Persone note e potenti, normale, quindi, che
le loro conversazioni tocchino temi molto
delicati per la vita del Paese. Ma dai
dialoghi emerge più di una sorpresa. Ecco
allora che gli amici del Cavaliere discutono
di Lele Mora che sarebbe in
difficoltà perché, nonostante lo scandalo e
le indagini, gli continuerebbero ad arrivare
richieste di organizzare serate divertenti
nelle residenze del premier.
Chissà se la compagnia immagina di essere
intercettata. Comunque dalle conversazioni
emergono le professioni di innocenza di
persone come Emilio Fede. Il direttore del
Tg4 è accusato di aver
portato ragazze ad Arcore, ma al telefono
con gli amici nega ogni responsabilità.
Lasciando intendere, pare, che a organizzare
tutto fosse qualcun altro. Un atteggiamento
che potrebbe creare qualche preoccupazione a
Lele Mora.
Sono chiacchierate sul filo del
pettegolezzo, ma qui a parlare sono persone
che hanno conoscenza diretta dei
protagonisti della scena politica e mondana
italiana. Che li frequentano e sanno molto
di loro. Così non poco interesse – anche se
finora non sarebbe emerso nulla di
penalmente rilevante – hanno suscitato le
conversazioni sull’avvicendamento ai vertici
Rai. Briatore e i suoi amici parevano molto
ben informati del siluramento di Mauro Masi.
Così come sembravano soddisfatti dell’arrivo
di Lorenza Lei che era
ritenuta vicina a Daniela Santanchè.
Insomma, alla politica e alla mondanità
delle terrazze romane si sostituisce quella
dei ponti di comando degli yacht. Si discute
di tutto, dalla Rai alle
Generali. E alla fine tante
previsioni, tante chiacchiere si rivelano
assolutamente vere.
SIAMO DELLE ULTRA
MEGA TROIE DI
MERDA DENTRO !!!
Ma chi sono davvero le ragazze che Berlusconi
frequentava e cercava? Dai telefonini esaminati
dagli inquirenti, i cui risultati sono nelle
carte dell'inchiesta cheRepubblica
oggi in edicolaè
in grado di anticipare, esce una immagine
decisamente scomoda per il premier. Una immagine
ricostruita attraverso audio e sms che si
scambiavano tra loro, e che smonta la tesi di
Berlusconi su "bunga bunga" e pagamenti
sostenuta fino alle affermazioni di "non aver
mai pagato una donna" e che nessuna delle ospiti
alle sue cene"eleganti" fosse una prostituta.
Ioana, Ruby, Iris si scambiano battute piccanti,
dicono di "essere delle squillo dentro". E si
confrontano sui clienti: "Domani ne avrò almeno
cinque", dice una. E un'altra di rimando: "Io sì
che sono un puttanone, sono peggio di quelle di
strada, non c'è niente da fare". E poi gli
appuntamenti: "Sei libera sabato sera per un
compleanno? Cena. Quanto chiedi?", è l'sms che
riceve la soubrette Barbara Guerra. E ancora:
"Mi hanno appena confermato che verranno a
prendervi, le tue amiche sono bone e troione
come te? Non deludermi...".
Dopo Milano e Roma anche a Genova sta per
aprirsi un capitolo giudiziario versante bunga
bunga. La procura di Milano ha, infatti, deciso
di trasmettere ai colleghi del capoluogo ligure
un fascicolo che riguarda Ruby, la ragazza
marocchina al centro dello scandalo sessual
istituzionale che coinvolge il premier Silvio
Berlusconi.
Attorno alle feste di Arcore si muoveva la
grande macchina del bunga-bunga. Una complessa
struttura organizzativa, un grande giro di
ragazze (più delle 33 citate espressamente
nell’avviso di chiusura indagini della procura
di Milano) e soprattutto un considerevole volume
d’affari. Dal cilindro senza fondo delle carte
depositate dalla procura di Milano al termine
dell’inchiesta su Nicole Minetti, Lele Mora ed
Emilio Fede emergono nuove intercettazioni,
nuove carte bancarie, nuovi documenti. E si
arricchiscono di prove le ipotesi dei pm a
carico dei tre indagati, accusati di essere i
fornitori delle ragazze, di avere “indotto e
favorito l’attività di prostituzione” di 32
“giovani donne” (maggiorenni), più la minorenne
Karima El Mahroug in arte Ruby, che “compiva
atti sessuali con Silvio Berlusconi, dietro
pagamento di corrispettivo in denaro e altre
utilità, presso la residenza in Arcore”.
Ora scopriamo che è potrebbe essere indagato per
pornografia minorile anche il suo fidanzato e
promesso sposo, Luca Risso: per averla fatta
esibire, minorenne, nel suo locale di Genova, il
“Fellini”. Nello spettacolo, dal titolo “Pepper
and chic”, Ruby mimava atti sessuali di vario
tipo con uomini e donne. “Esibizione
pornografica”, per la procura, che allega le
foto estrapolate dalla memoria di un pc
sequestrato a gennaio a casa di Risso. Foto che
circolavano anche in rete. Si tratta di immagini
esplicite nelle quali la protagonista è visibile
e riconoscibile. Poiché Karima, nelle serate del
16 e 22 ottobre al “Fellini”, aveva ancora 17
anni, è quanto basta per contestare a Risso la
violazione dell’articolo 600 ter comma primo del
codice penale che punisce da 6 a 12 anni
“chiunque, utilizzando minori degli anni
diciotto, realizza esibizioni pornografiche o
produce materiale pornografico ovvero induce
minori di anni diciotto a partecipare ad
esibizioni pornografiche”. La procura di Milano
ha aperto un nuovo fascicolo, subito mandato a
Genova per competenza territoriale. La procura
del capoluogo ligure fa sapere di non aver
iscritto Risso nel registro degli indagati. Il
caso, al vaglio del dottor Mario Morisani, è
stato affidato al gruppo di magistrati che si
occupa di ‘fasce deboli’.
Ma, a proposito di minorenni, anche Minetti e
Mora, secondo i nuovi documenti, rischiano
grosso. Perché i pm Pietro Forno, Ilda
Boccassini e Antonio Sangermano esibiscono
un’analisi del traffico telefonico tra i due e
Iris Berardi, la ragazza brasiliana residente a
Forlì che i 18 anni li ha compiuti soltanto il
29 dicembre 2009. Scoprono che “non risultano,
nel periodo antecedente al novembre 2009,
diretti contatti tra i cellulari in uso a
Berardi Iris con quelli riferibili a Mora Dario,
Fede Emilio e Minetti Nicole. Tuttavia “emergono
rapporti mediati” della ragazza con i tre
presunti “fornitori”. Iris è un’assidua
frequentatrice delle serate di Arcore e, ancor
prima, delle feste a Villa Certosa, in Sardegna.
Il 21 novembre 2009, per esempio, il telefono di
Iris risulta localizzato nelle celle di Porto
Rotondo in Sardegna, che coprono la zona di
Villa Certosa.
Gli “intermediari” per arrivare alla Berardi
sono, per Lele Mora, un telefono intestato alla
società Pinko Pallino srl, con sede legale a
Milano in viale Monza (dove Mora abita e opera).
Il “tramite” per Minetti è invece un’utenza
telefonica intestata a Claudio La Commara, “nato
a Torino il 13/07/1975, con pregiudizi di
polizia per esercizio abusivo di attività di
gioco d’azzardo o di scommessa, denunciato dalla
Questura di Torino il 27/1/2003”.
New entry tra le “arcorine”, Aida Yespica, che
pure i pm non iscrivono tra le assidue. Almeno
una volta, però, il suo telefono risulta
agganciato alla cella di Arcore: durante una
notte in cui c’è anche Ruby, quella tra il 24 e
il 25 aprile 2010.
La macchina del bunga-bunga si nutre di soldi.
Ma forse non solo il bunga-bunga. Berlusconi
preleva dai suoi conti una gran mole di denaro
in contanti, anche nelle settimane in cui è
impegnato a riconquistare, uomo dopo uomo, la
maggioranza in Parlamento. Preleva 13 milioni di
euro. Di solito stacca assegni da 30 mila euro,
come l’11, il 21 gennaio e l’11 febbraio, il 12
maggio 2010. Il 16 febbraio c’è un assegno da 7
mila euro e il 24 febbraio un altro da 30 mila
euro. Sono giorni in cui Ruby va ad Arcore. Si
trova ad Arcore anche quando dal suo conto al
Monte dei Paschi di Siena vengono emessi assegni
di 350 mila euro, il 23 aprile, e di 330 mila,
il 26 aprile. Tutti assegni firmati da
Berlusconi e incassati da Giuseppe Spinelli, il
cassiere del premier. Gli assegni più cospicui
sono del 21 e 22 dicembre 2010 (350 mila euro) e
del 23 dicembre (257 mila).
La procura compie accertamenti anche su un conto
corrente della Bcc-Romagna Occidentale
cointestato ad Antonio Berardi e a Beatrice
Borghi e su un deposito intestato a Borghi
presso la Cassa di Risparemio di Forlì, la città
dove risiede la seconda minorenne di Arcore,
Iris Berardi. Sulla ragazza italo-brasiliana la
polizia giudiziaria chiede notizie anche alla
Banca Popolare dell’Emilia Romagna, su un suo
conto che risulta “tuttora in essere”.
Nelle nuove intercettazioni depositate l’arcorina
Barbara Faggioli avvisa la madre della tempesta
che sta arrivando:
Barbara Faggioli: e non ne posso parlare, però
usciranno probabilmente delle cose sui giornali,
perché sta già iniziando ad uscire qualcosa,
dichiarazioni di una tipa, ovviamente non
credere a nulla, però mi sputtaneranno a vita
Madre di Barbara: perché?
BF: eh, perché è sul presidente
MB: ma chi è che dice queste cose?
BF: ma ‘na mo, una puttana, ma dai una che dice
chee… a me e alla Nicole, è uscita con me e la
Nicole, che c’ha visto da Armani, che siamo
andate insieme io, lei, la Mara Carfagna (…) ha
lasciato queste robe pesanti, ma penso perchè
l’abbiano pagata questi pm di sinistra, siccomee…
ma non so perché ha fatto il nome mio e di
Nicole, forse perché si ricordava il mio, far… e
di Nicole o forse perché era spinta da altri
MB: va bè, ma queste cose devono finire, è uno
schifo! Ma si (inc. le voci si sovrappongono)
BF: si, no, ma robe schifose, no ma poi
spogliarelli integrali, io che so stata a letto
con lui, ma no ma delle robe veramente che io
non posso più uscire di casa eh, se escono
MB: ma robe da matti!
BF: infatti non ne parlare con nessuno, ma non
te ne ho parlato al telefono, anche perché
comunque, però ormai tanto figurati, non è
niente verò però… comunque sia la mia immagine è
a puttane. Oggi gli ho portato delle foto che mi
san procurata di questa qua, aspetta che c’è la
polizia e sono in macchina… solo che non mi ha
ricevuto, allora le ho lasciate all’avvocato lì
e sto tornando adesso da Arcore, delle foto che
ho trovato di lei che faceva gli spogliarelli in
discoteca, che se la faceva mettere in culo in
discoteca (parla di Ruby) …
MB: mh… ma che disgraziata, ma chi bo? Ma tu la
puoi denunciare, no? Per diffamazione
Ma chi sono le ragazze del bunga-bunga? Come
parlano tra di loro? Per farsi un’idea basta
leggere alcuni passaggi degli “accertamenti sul
BlackBerry di Visan Ioana, riportati dal
quotidiano La Repubblica. All’interno della
memory card del telefonino, la polizia postale
le scopre i messaggi audio. Le destinatarie sono
Barbara Guerra (chiamata dalla Visan “Kitty”),
Barbara Faggioli (chiamata dalla Visan “Barby”),
Aris Espinosa e altre non meglio identificate”.
Primo file: “Allora, Barbara, Anna…. che cazzo
di troie di merda siete (ride). Neanche lo
sapete fare, mica come me (ridendo) che sono un
puttanone di strada”.
Secondo file audio: “Raga, questa è per voi
(musica in sottofondo), vi piace? Aris, sono
puttana dentro, non c’è niente da fare, capito?
É che mi vien da dentro, non ce la faccio”.
Terzo file: “E io son già nella vasca senti un
po’, ciaf, ciaf, ciaf, ciaf, amò questa è per
te: (canticchiando dice) zoccola, zoccola,
zoccola, zoccola, zoccola, zoccola, zoccola,
zoccola, zoccola, amò, le ricordi quelle belle
notti (ride)? Ciao zoccolaaaa, anch’io sono
zoccola, io forse un po’ di più”.
Il disappunto dell’ambasciata egiziana - Il
Corriere della Sera racconta i retroscena legati
alla bugia di Berlusconi che, la notte tra il 27
e 28 maggio, chiama in Questura per far
rilasciare la marocchina Ruby spacciandola per
“nipote del presidente egiziano Mubarak”. Quali
sentimenti suscitò nell’ambiente diplomatico
egiziano a Roma questa notizia? “Fastidio e
disappunto”. A confermarlo alla Procura di
Milano è Hatem Abdelkader, capo ufficio stampa a
Roma dell’Ambasciata d’Egitto in Italia. Il
funzionario della missione diplomatica spiega
che «sull’argomento non sono state inoltrate
altre comunicazioni» successive e diverse dal
messaggio protocollato con il numero 87/2010 e
datato 28 ottobre 2010 (giorno dello scoop de Il
Fatto Quotidiano che inaugura il Rubygate”):
messaggio nel quale «l’Ambasciata voleva
esprimere il proprio profondo rammarico per il
fatto che” nella vicenda fosse stato “inserito
il nome del Presidente della Repubblica Araba
d’Egitto Mohamed Hosni Mubarak“, accostato a
“una notizia da respingere e senza alcun
fondamento di verità”.
La circostanza, racconta sempre Il Corriere, ha
anche un altro rilievo per il processo. Si sa
che nelle indagini difensive, Berlusconi chiama
un interprete, il ministro degli Esteri Frattini
e altri membri del governo come testimoni di un
incontro romano con Mubarak risalente a una
settimana prima della telefonata in Questura. In
quell’incontro, Berlusconi chiede davvero al
presidente egiziano se Ruby sia una sua parente
(anche se poi gli stessi testimoni assunti dalle
indagini difensive ammettono che Mubarak non
capisce a cosa si stia riferendo Berlusconi e,
inoltre, che si crea confusione con un’altra
Ruby, famosa in Egitto come cantante. Alla fine
è lo stesso Berlusconi chiuse l’argomento con un
“allora vedremo di informarci meglio”). Ma
quello che più pesa per il giudice Cristina Di
Censo nel rinviare a giudizio Berlusconi per
l’accusa di concussione dei poliziotti milanesi
è l’illogicità del fatto che il presidente del
Consiglio, pur assumendo di aver telefonato
quella notte in Questura mosso solo dallo
scrupolo istituzionale di scongiurare una crisi
diplomatica tra Italia e Egitto, non sembrasse
aver preso alcun contatto con le autorità
diplomatiche egiziane in Italia, ma avesse
mandato di corsa a prelevare la minorenne il
consigliere regionale pdl Nicole Minetti
dicendole “vai tu che sei incensurata e ti
presenti bene”. Da questo punto di vista, la
comunicazione dell’Ambasciata egiziana a Roma
chiude ora l’argomento, conferma che mai i
diplomatici di Mubarak furono allertati, e
accresce la debolezza dell’”alibi” di
Berlusconi.
ECCO
COME VENGONO FINANZIATE LE SCIENZIATE IN
ITALIA:25.000 EURO ALLA FISICA NUCLEARE
ANNA PALUMBO
Papi non dimentica. I suoi generosi
bonifici bancari piovono per premiare
molte delle ragazze del bunga-bunga, ma
anche Noemi, la minorenne da cui tutto
iniziò. La signoraAnna
Palumbo, mamma di Noemi Letizia,
è tra le beneficiarie di versamenti che
partono da un conto del presidente del
Consiglio. Avrebbe ricevuto alcune
migliaia di euro, ventimila in tutto,
secondo quanto attestano i documenti
bancari acquisiti dai pm Ilda Boccassini,
Antonio Sangermano e Pietro Forno che
indagano sul caso Ruby.
Le carte bancarie sono tra i nuovi
documenti che i magistrati si apprestano a
unire alle prove d’accusa già contenute
negli inviti a comparire per gli imputati
SilvioBerlusconie
NicoleMinetti.
Tutto confluirà nella richiesta di
giudizio immediato per il presidente del
Consiglio, accusato di concussione e
prostituzione minorile, che la procura sta
per inviare al giudice delle indagini
preliminari Cristina Di Censo. “Noemi era
la pupilla, io sono il culo”: così Karima
El Mahroug, in arte Ruby, diceva a un
amico. Oggi l’una e l’altra si ritrovano
insieme nelle carte della procura di
Milano. La prima minorenne indicata da
Veronica Lario nella sua denuncia pubblica
(“Non posso stare con un uomo che
frequenta le minorenni”) rispunta
nell’indagine su Ruby Rubacuori. A unirle,
la pista dei soldi (“Follow the money”,
diceva la gola profonda dello scandalo
Watergate).
La settimana scorsa, l’ex agente di Noemi
ed ex braccio destro di Lele Mora,Francesco
Chiesa Soprani, aveva raccontato alFatto
Quotidianoil
suo incontro con i genitori di Noemi
Letizia: “Non erano venuti per soldi, ma
per ripulire l’immagine della figlia. Lo
stesso Elio, il padre, mi ha lasciato
intendere che a occuparsi economicamente
di loro fosse il premier”. Ora i bonifici
lo confermano.
Ma perché Berlusconi versa denaro alla
madre di Noemi? Forse perché vuole far
tacere la famiglia Letizia a proposito
della sua frequentazione con la ragazza
quando era ancora minorenne? Finora erano
noti soltanto alcuni dei bonifici di
Berlusconi a favore di Alessandra
Sorcinelli, ex meteorina di Rete 4.
Nell’invito a comparire per il presidente
del Consiglio erano allegati due bonifici
del 16 luglio e del 17 settembre 2010, di
diecimila euro ciascuno. Ma, come già
documentato dal Fatto, nei dodici mesi tra
l’11 gennaio 2010 e il 17 gennaio 2011,
Sorcinelli aveva ricevuto altri undici
bonifici, causale “prestito infruttifero”,
per un totale di 115 mila euro. E l’ultima
operazione avviene tre giorni dopo
l’invito a comparire, le perquisizioni
delle case di via Olgettina e la
deposizione della stessa Sorcinelli nella
questura di Milano.
A questi 115 mila euro si devono
aggiungere altri 45 mila euro, ricevuti
nel 2009. Il primo bonifico, di 20 mila
euro, è del 15 aprile 2009, con valuta 20
aprile. Il secondo, di 25 mila euro, è del
21 luglio 2009, con valuta 24 luglio.
Tutti i versamenti partono dal conto
personale di Silvio Berlusconi aperto
presso il Monte dei Paschi di Siena,
filiale di Milano 2 – Segrate. E arrivano
sul conto di Sorcinelli, presso il Banco
di Sardegna, filiale di via Solferino, a
Milano. Per quanto appurato finora, la
ragazza ha dunque avuto dal presidente del
Consiglio ben 160 mila euro.
Il premier evidentemente si occupava con
particolare sollecitudine di questa
venticinquenne cagliaritana nonostante
fosse già sotto accusa per le notti
movimentate a Palazzo Grazioli, compresa
quella con Patrizia D’Addario e con
Barbara Montereale che riceve, secondo la
sua versione dei fatti, 10 mila euro, in
contanti.
Ci sono poi i bonifici di diverse decine
di migliaia di euro che Berlusconi dispone
a favore di Nicole Minetti e che
l’attuale consigliera regionale del Pdl e
presunta maitresse di via Olgettina
giustifica sostenendo che fra lei e il
premier c’è una “relazione affettiva”. Non
è la prima volta. Durante il suo secondo
governo, nel 2003, Berlusconi ha avuto una
relazione con Virginia Sanjust, allora
annunciatrice della Rai e moglie di un
agente segreto del Sisde, Federico Armati.
È proprio lui che rivela il rapporto
privilegiato fra Berlusconi e la moglie,
sostenendo che Virginia non solo ha
ricevuto “un bracciale di brillanti di
Damiani”, ma anche soldi, e tanti. Un
bonifico di 50 mila euro ordinato il 14
giugno 2007.
Non sono però solo i bonifici a far paura
a Berlusconi. Il suo incubo sono le
immagini. Teme che vengano fuori foto
compromettenti, o brevi video che le
arcorine possono aver realizzato con i
loro telefonini, sequestrati, come i
computer, dalla polizia. D’altronde
entravano a villa San Martino, come alcune
di loro raccontano, senza subire
controlli. Ed Emilio Fede in
un’intercettazione ammette di aver
acquistato un video da una delle ragazze
per 10 mila euro. Che il presidente del
Consiglio abbia paura di questo materiale
lo si capisce anche da una dichiarazione
rilasciata ieri sera dal senatore di Fli,
Luca Barbareschi, tornato a essere
solidale con il premier, tanto da averlo
incontrato lunedì. “Nell’inchiesta”,
accusa Barbareschi, “ci sono delle foto
fatte in casa di Berlusconi con strumenti
professionali usati per lo spionaggio. Non
sono foto scattate dalle ragazze”. Come
dire: la procura di Milano ha violato le
leggi per incastrare il Cavaliere. Si
evoca ancora il solito complotto.
Per la prima volta
nella storia, gli Usa subiscono un downgrade.
Standard & Poor's abbassa il rating ad AA+ con
outlook negativo legato ai rischi politici.
Rabbia, dunque,
mista a sgomento all’interno dell’amministrazione
Obama che
adesso si trova con il triste primato di essere il
primo governo nella storia statunitense che ha visto
un abbassamento del giudizio di rating sul debito
del Paese (una decisione che puo’ minare ancor piu’
la fiducia degli investitori). “Una sentenza viziata
da un errore da 2mila miliardi di dollari parla da
sè”, ha tagliato corto un portavoce del Tesoro.
Anche questo botta-e-risposta segna una prima volta
nei rapporti con Standard & Poor: non c’era mai dato
che l’amministrazione criticasse apertamente la sua
capacità di comprensione del sistema politico
statunitense. Il Tesoro Usa ha discusso per tutto il
pomeriggio di venerdì con gli uomini di S&P tentando
di convincerli che le prospettive del debito sovrano
siano migliori di quanto appaiano a prima vista, ma
non sono riusciti nell’intento. In sostanza
l’agenzia ritiene che i tagli approvati da
Washington per elevare il tetto del suo debito non
siano stati sufficientemente severi.
Obama getta la spugna: USA in
bancarotta? NO, basta spostare l'asticella e l'arte
dello stampare moneta prosegue nel suo corso...Obama
ha ceduto. Il tetto del
debito pubblico
degli Stati Uniti fissato per legge sarà alzato di
2.400 miliardi di dollari per evitare il default.
l'8 luglio 2011 segna
l'inizio del tracollo economico italiota. Le Borse
mondiali vendono a tonnellate tutti i titoli di
credito italioti nella speranza di rientrare ora di
un credito che domani non potranno piu' far valere.
Il risultato è una crescita spaventosa del tasso di
interesse che il governo italiota deve allegare per
rendere appetibili quei titoli di credito necessari
per stampare carta moneta. Ma è una coperta ormai
inesistente: 2000 miliardi di euro di debiti sono un
pianeta che non può piu' essere rifinanziato. La
manovra da 160.000 miliardi di vecchie lire non può
piu' rattoppare un buco da 4.000.000 di miliardi di
vecchie lire....
La denuncia
arriva direttamente dal quotidiano economico del
Wall Street Journal. In sostanza nei bilanci dei
primi dieci istituti americani le perdite nascoste
pesano tutt'ora per quasi 14 miliardi di dollari
C'ERANO QUASI 300 MILIONI DI EURO DI CONTENZIOSO
MONDADORI - DI PROPRIETA' FRAUDOLENTA DI TESTA
D'ASFALTO - COL FISCO PER LA SOLITA EVASIONE FISCALE.
SICCOME LO STATO HA BISOGNO DI DENARI E SICCOME I
PEZZI DI MERDA NATURALMENTE AL GOVERNO AGISCONO PER IL
BENE COMUNE, ECCO CHE CON UN CODICILLO MONDADORI SE NE
ESCE CON UN CONTRIBUTO DI 8,6 MILIONI DI EURO, IL
RESTO?? CHE SI FOTTANO!!!
La Russa mattatore della
manifestazione a Milano. Pochissimi intimi hanno
potuto ammirare il vasto campionario in sfilata a
cominciare dal SubTranMutantex Brambilla
La Cina
Capital-Comunista e' la seconda economia mondiale dopo
gli Stati Uniti. Italia retrocessa al settimo posto.
Una bolla di calore
clamoroso manda in fumo, nel mese di luglio, il
raccolto di grano di Russia ed area Mesopotamica.
L'abbattimento delle riserve di grano sui mercati
mondiali determina una velocissima ascesa del prezzo
del pane soprattutto nei paesi terzomondisti
chegenerano fortissimo malcontento popolare, un
malcontento che esploderà nel gennaio 2011 in tutto il
Nord Africa e Medio Oriente con la caduta dei regimi
di Gheddafi (guerra civile orchestrata dalla potenze
occidentali allo scopo di mettere le mani sul petrolio
alla fonte), Mubarach in Egitto, Ben Alì in Tunisia (
con sfruttamento delle forze di destra italiote del
flusso migratorio generatosi allo scopo di tamponare
l'emorragia di voti alle amministrative
dell'aprile-maggio 2011), Emiri in Bahrein, Assad in
Siria, anche se quest'ultimo, protetto da Russia ed
Iran,continua a mantenere il potere attraverso il
massacro totale della popolazione.
COME
SI CHIUSE IL LUGLIO ITALIOTA DEL 2010? CON 18 MILIARDI
DI TAGLI FINANZIARI A SCUOLA E REGIONI SUI 25
REALIZZATI IN MANOVRA DA TREMORTI
PER "CORREGGERE" I
CONTI PUBBLICI E CON L'ALLUNGAMENTO DEI TEMPI DELLA
PENSIONE. IL GRAN VISIR DOPO AVER ESPULSO LA SUA
CAMERIERA FINI DAL PARTITO, LO FA MASSACRARE DALLA SUA
STAMPA FINANZIATA PUBBLICA SUL CASO DELL'APPARTAMENTO
DEL COGNATO SVENDUTO DAL PATRIMONIO IMMOBILIARE DI AN.
IL PAPPAMENTO NEL FRATTEMPO NEGAVA L'AUTORIZZAZIONE A
PROCEDERE DELLA PROCURA CONTRO COSENTINO, ACCUSATO DI
CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA. LA VITTORIA
NEI VOTI DEL PAPPAMENTO DEL GRAN VISIR SI DEVE ALLA
PODEROSA VENDITA DI PARLAMENTARI DI MEZZA TACCA
PROVENIENTI DA TUTTO LO SPETTRO POLITICO AL GRAN VISIR
CHE NON LESINA DANARI A PIOGGIA PER TUTTI COLORO CHE
SI VENDONO COME DEI MERDOSI. IL CASO COSENTINO SI LEGA
ALLA SCOPERTA DELLA LOGGIA MASSONICA P3 COSTITUITA DA
TESTE DI CAZZO DEL GRAN VISIR CON LO SCOPO DI
CORROMPERE A MANI BASSE LA CORTE COSTITUZIONALE REA DI
AVER STOPPATO TROPPE LEGGI AD PERSONAM DEL GRAN VISIR.
NELLA LOGGIA VI ENTRA ANCHE IL GINNICO BERTOLASO, IL
COMANDANTE IN CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE, RITIRATOSI
POI NEL NOVEMBRE 2010. PROSEGUE NEL FRATTEMPO LA
PODEROSA CADUTA ECONOMICO-INDUSTRIALE DELL'ITALIA.
Aveva 71
anni, era malata da tempo. E' stata la
fondatrice del Kenya's Green Belt Movement. Il
premio le fu assegnato per "il contributo alle
cause dello sviluppo sostenibile, della
democrazia e della pace"
Le spese
folli del Man City
un miliardo per la premier
Sergio Aguero, una delle
stelle del City
Uno studio
del 'Daily Telegraph rivela che dal
2008 ad oggi lo sceicco Mansur bin
Zayed al-Nahyan ha sborsato qualcosa
come un miliardo e 200 milioni di
euro per acquistare e rafforzare il
club inglese
dal corrispondente
LONDRA
- Che cosa serve per
vincere la Premier League in
quattro anni, o perlomeno per
arrivare all'ultima giornata con
"due dita" sul titolo, come dice
Roberto Mancini alla vigilia del
match decisivo di domenica con i
Queen Park Rangers? Serve, più o
meno, un miliardo di sterline,
vale a dire un miliardo e 200
milioni di euro, la cifra spesa
dal 2008 ad oggi dallo sceicco e
petroliere Mansur bin Zayed
al-Nahyan, fratello del principe
della corona di Abu Dhabi, per
acquistare e rafforzare il
Manchester City. Lo rivela uno
studio dei bilanci delle società
della massima serie inglese
compiuto dal Daily Telegraph, che
mette in luce i favolosi guadagni
e le ancora più favolose spese del
campionato probabilmente più bello
ma certamente più ricco del mondo.
Per l'esattezza, da quando è
diventato di proprietà (di fatto)
degli Emirati Arabi, il City ha
speso 930 milioni di sterline, a
cui tuttavia vanno aggiunti gli
acquisti (55 milioni di sterline)
dell'estate scorsa, più i salari,
i premi e le spese varie della
stagione in corso, che ancora non
risultato nei bilanci del club. Il
totale di quattro anni o meglio
quattro campionati supera dunque
nettamente il miliardo di
sterline, una somma strabiliante.
Nel bilancio relativo ai primi tre
anni della gestione Mansur, la
squadra ha generato 365 milioni di
sterline tra incassi allo stadio,
diritti televisivi e sponsor, per
cui il resto, 565 milioni di
sterline, pari a più di 600
milioni di euro, ce lo ha dovuto
mettere lo sceicco di tasca
sua. Non un
problema, per uno dei (giovani)
uomini più ricchi del pianeta,
tantomeno per l'emiro di Abu Dhabi
che attraverso il suo fondo di
investimenti distribuisce denaro a
pioggia dove meglio ritiene
opportuno in una strategia di
conquista del "soft power" di cui
il suo piccolo paese ha bisogno
per sentirsi rispettato e proetto
sulla scena internazionale.
L'analisi del Telegraph rivela
inoltre che, relativamente alla
stagione 2010-2011, le venti
squadre della Premier League hanno
generato complessivamente un
fatturato di 2 miliardi e 230
milioni di sterline, pari allo
0,148 per cento del pil della Gran
Bretagna: come una multinazionale
dell'industria, dunque. Tutti
insieme, i venti club hanno speso
1 miliardo e mezzo in salari e
costi per lo staff. E tutti
insieme hanno accumulato un debito
di 1 miliardo e 390 milioni di
sterline, che costa loro 97
milioni di sterline l'anno di
interessi. Il City ha chiuso la
scorsa stagione con il passivo più
pesante: 194 milioni di sterline.
Lo seguono, in questa graduatoria
dei bilanci in rosso, il Liverpool
con 89 milioni e il Chelsea con 86
milioni. Le altre due grandi del
football inglese hanno invece
chiuso il bilancio 2010-'11 in
attivo: il Manchester United con
62 milioni di sterline e l'Arsenal
con 21 milioni. Ma l'Arsenal non
vince più niente da cinque anni e
lo United, se non riuscirà a
portare via il titolo al City
all'ultima giornata, chiuderà la
stagione senza neanche un trofeo,
il suo peggior risultato dal 2004.
Per vincere a questo livello, è il
messaggio della Premier, bisogna
spendere, possibilmente intorno a
un miliardo. In attesa che la
regola della Uefa sul Financial
Fair Play, ovvero sull'obbligo di
spendere quanto si guadagna e non
di più, entri presto in funzione.
Stracittadina
combattutissima anche se piena di
errori, anche arbitrali. Finisce 4-2
per i nerazzurri: reti in
successione di Milito, Ibrahimovic
(uno su rigore), quindi ancora il
Principe con due tiri dal dischetto.
Chiude la serata Maicon
MILANO
- E' stato uno dei
derby più roventi degli ultimi
anni. Lo vince l'Inter, che si
regala un barlume di speranza per
la conquista del terzo posto e
soprattutto affossa le speranze
scudetto del Milan. Un successo
meritato, frutto di una partita
ricca di errori (4-2, troppi gol
per la perfezione tattica), anche
arbitrali, ma che ha visto le
squadre battersi con le ultime
energie - poche - rimaste dopo una
stagione logorante. Insomma,
Stramaccioni forse di guadagna la
conferma azzeccando il primo derby
della vita, ma va dato atto al
Milan di non avere mollato neanche
un momento l'idea di prendere la
Juve campione d'Italia.
Per capirci qualcosa, nella
confusione generale che
caratterizza il finale del primo
tempo, bisogna carpire il quadro
tattico soprattutto nella parte
iniziali. Stramaccioni la affronta
simil Ranieri (ricordate il derby
di andata), con due linee molto
serrate - Alvarez va a sinistra -
con Sneijder sulla trequarti a
sostegno di Milito. Allegri
sceglie il guizzante Robinho quale
partner di Ibra, lasciando a
Boateng il compito di giocare tra
le linee e dando a van Bommel le
chiavi della mediana. Dicevamo del
derby di andata. Tatticamente
simile, è diverso caratterialmente
l'approccio dell'Inter, che non
aspetta ma aggredisce. Il gol di
Milito con un destro sotto misura,
che segue ad una occasione analoga
divorata da Ibrahimovic, è il
primo spartiacque della partita.
Prende il via una fase tutta
nerazzurra, condita anche dal
presunto gol fantasma - meno netto
di quello di Muntari - dopo un
colpo di
testa di Samuel
splendidamente respinto da Abbiati.
Il secondo spartiacque della gara
lo offre l'arbitro Rizzoli, che
inventa un rigore per il Milan -
gelido Ibra nella trasformazione
in barba alle provocazioni di
Julio Cesar - ed innesca reazioni
a catena. Animi esacerbati, si
scatena una specie di caccia
all'uomo. Menzione 'specialè per
un calcione di Samuel a Robinho,
meritevole di un rosso vivo che
non arriva. Insomma, Inter
sull'orlo di una crisi di nervi e
Milan paradossalmente
rivitalizzato di energie sempre
più carenti. Da segnalare nel
contesto i cambi forzati di
Abbiati e Bonera con Amelia e De
Sciglio che privano Allegri di
altri cambi.
La ripresa vede un Milan più
concreto, con Ibra che subito
mette la freccia con un preciso
tocco morbido. Interisti sempre
più nervosi, calmati solo dal
rigore - giusto - concesso a
Milito (che trasforma) per ingenua
trattenuta di Abate. Energie che
calano, squadre lunghe, è fin
troppo evidente che non finirà
così. Il match point del Milan è
sulla coscia di Muntari, che da
due passi non tramuta in rete un
assist di Ibra. Quello dell'Inter
è per Milito, che sigla la sua
tripletta personale segnando il
terzo rigore della serata: il
fallo di Nesta su girata di testa
di Pazzini è soggetto ad
interpretazione, in pratica altre
polemiche. Il Milan, sbilanciato
dall'ingresso di Cassano, non ne
ha più, l'Inter dilaga e Maicon
con un destro da lontano fa poker.
I nerazzurri consegnano lo
scudetto alla poco amata Juve: a
giudicare da come si sono
impegnati, la cosa non li tocca
particolarmente
Inter batte Milan 4-2
(1-1) Inter (4-3-2-1):
Julio Cesar 6.5; Maicon 6.5, Lucio
6.5, Samuel 5, Nagatomo 6; Guarin
6.5 (17' st Obi 6), Cambiasso 6.5,
Zanetti 6.5; Sneijder 6.5 (39' st
Cordoba sv), Alvarez 6 (30' st
Pazzini 6); Milito 7 . (12
Castellazzi, 17 Palombo, 23
Ranocchia, 28 Zarate). All.:
Stramaccioni 7. Milan (4-3-1-2):
Abbiati 6.5 (35' pt Amelia 6);
Abate 6, Nesta 5.5, Yepes 5.5,
Bonera sv (21' pt De Sciglio 6);
Nocerino 6, Van Bommel 6, Muntari
6 (32' st Cassano sv); Boateng 6;
Robinho 6, Ibrahimovic 6.5. (5
Mexes, 8 Gattuso, 18 Aquilani, 21
Maxi Lopez). All.: Allegri 6.5 Arbitro: Rizzoli
di Bologna 4.5. Reti: nel pt 14'
Milito, 44' Ibrahimovic (rigore);
nel st 1' Ibrahimovic, 7' Milito
(rigore), 34' st Milito (rigore),
42' st Maicon. Recupero: 3' e 3' Angoli: 10-4 per
l'Inter. Ammoniti: Zanetti,
Nocerino, Julio Cesar, Abate,
Alvarez, Van Bommel per gioco
falloso; Maicon per comportamento
antiregolamentare. Spettatori:
78.222 per un incasso di 2.655.183
euro.
In attesa della
finale di Champions con il Bayern,
i blues allenati dal tecnico
italiano conquistano la coppa
d'Inghilterra battendo 2-1 in
finale il Liverpool. Segnano
Ramires e Drogba, accorcia Carroll.
I reds nel finale reclamano per un
gol fantasma, gli rimane la Coppa
di Lega e la partecipazione
all'Europa League...
IL REAL MADRID VINCE IL 32° TITOLO
DELLA SUA STORIA SU 81 CAMPIONATI
GIOCATI, OVVERO IL 40% !!! COSA GLI
ESCE DAL BUCO DEL CULO DI MOURINHO:
"IL CAMPIONATO PIU' DIFFICILE...",
MA CHE CAZZO DICI, COGLIONE DI UN
PORTOGHESE DI MERDA !!!
IL CALCIO COME
SPECCHIO DI UNA NAZIONE AI TITOLI DI
CODA...
L'arbitraggio di De Marco manda
su tutte le furie il n.1 rosanero:
"Ce l'hanno con me perché dico
troppe verità. Mi dipingono come
un matto ma sono le istituzioni
che non funzionano".
(ansa)
Calcioscommesse, caso Genoa,
spettatori che fermano il gioco,
caos della Lega di serie A,
contenzioso Coni-Lotito, eccetera.
Il nostro calcio è messo davvero
male e in Europa conta sempre di
meno. Ma intanto litiga, in un clima
purtroppo sempre più avvelenato.
Vediamo che succede.
Calcioscommesse:
ormai ci siamo. La prossima
settimana arrivano i primi
deferimenti (e non saranno pochi) di
Palazzi e c.. Il processo si terrà
verso fine maggio: poi un altro ci
sarà a luglio. Un'estate caldissima,
il rischio che le classifiche (di A,
B e Lega Pro) siano sconvolte e che
molti club, il prossimo anno,
possano iniziare i campionati con
una penalizzazione. Non c'è
speranza comunque che la
responsabilità oggettiva venga
annacquata. Per ora è così. I club
però in futuro dovranno cautelarsi
contro i loro calciatori "infedeli",
toccandoli sul portafoglio. C'è il
rischio comunque che torni in
discussione anche la questione delle
Coppe europee: la classifica del 13
maggio potrebbe non essere
definitiva.
Il fischio dalla
tribuna: un inedito o
quasi, quello che è successo a
Udine. Dopo il laser che disturba,
ecco anche l'imbecille di turno che
ferma il gioco. Bergonzi non si è
fermato, ed è prassi che gli arbitri
non si fermino, pur potendolo fare
(non solo obbligati, possono):
questo per evitare che ci siano
disturbatori di mestiere e che il
gioco sia spezzettato. Ma è vero,
come sostiene la Lazio, che "prima
l'arbitro e il quarto uomo hanno
detto di voler annullare il gol
(dell'Udinese), poi hanno cambiato
idea"? Lo sostiene anche il friulano
Domizzi. E se fosse davvero così,
sarebbe gravissimo e la procura
forse dovrebbe aprire un'inchiesta.
La Lazio ora sembra intenzionata a
chiedere la ripetizione della gara
per errore tecnico: ma se l'arbitro
non ammette, ci sono poche
speranze.
La Lega di serie A:
la "macchina" funziona (basta vedere
il successo della Coppa Italia) ma a
livello d'immagine siamo ai minimi
termini. Ora si discute anche un
sistema di governo diverso, perché
quello attuale non funziona. Ma con
l'aria (pessima) che tira, ecco che
l'attuale presidente, Maurizio
Beretta, potrebbe restare sino a
dicembre, a forza di proroghe. Poi,
presto, ci sarà da discutere anche
la questione della ripartizione dei
diritti tv, circa un miliardo di
euro a stagione, dal 2012 al 2015; e
allora lì ne vedremo davvero delle
belle...
Caso Genoa:
la Figc ha aperto un'inchiesta sulla
vergogna della partita interrotta,
sul ricatto della maglie, sul
comportamento di Preziosi e dei
giocatori. Cose mai viste,
tipicamente italiane. C'è da sperare
solo che il superprocuratore Stefano
Palazzi non ci metta un anno a
chiudere l'indagine, visto com'è
oberato di lavoro. C'è da indagare
inoltre, ma seriamente, sui rapporti
fra alcuni club e frange di tifosi
che poi, vedi Genova, si comportano
in quel modo. Intanto la prima gara
a porte chiuse, quella col Cagliari,
non si potrà giocare a Marassi, come
stabilito dal giudice, ma si terrà a
Brescia. Il prefetto di Genova nei
giorni scorsi aveva fissato le ore
15, e non le 20,45: non è bastato,
la questura ligure non è in grado di
garantire la partita che così viene
dirottata a Brescia. Su quello che è
successo in quella domenica,
qualcosa che resterà nella storia
del nostro calcio, provvederà poi a
giugno il capo della polizia,
Antonio Manganelli. In silenzio,
come di consueto. Ma provvederà...
Lite Coni-Lotito:
il patron della Lazio
non si è accordato per l'affitto
dell'Olimpico (in ballo solo una
questione di 112 biglietti della
tribuna autorità?) e ha iscritto la
squadra a Palermo per le Coppe
europee, Champions o Europa League
che siano. Uno sgarbo non tanto al
Coni (che non due concerti in più
recupera quello che la Lazio paga in
un anno) ma soprattutto ai suoi
tifosi. Se ne rende conto Lotito?
Inoltre, se entro il 30 giugno non
trova l'accordo con Petrucci non può
iscrivere la squadra al campionato.
Ma vogliamo scherzare? Il Coni ha
due squadre di calcio, la Roma e la
Lazio, che giocano all'Olimpico: non
può concedere privilegi a nessuno,
anche se lo volesse, perché soggetto
al controllo della Corte dei Conti.
A Lotito non resta che una
soluzione: mettersi d'accordo.
Dal Portogallo
danno per certo l'arrivo del tecnico
sulla panchina giallorossa. Baldini
non si arrende e vuole convincere
Luis Enrique a cambiare idea e
restare un altro anno
City, derby e
primo posto. Mancini zittisce
Ferguson
Sotto gli
occhi di Maradona, un gol di Kompany
stende il Manchester United: parità
in vetta alla classifica ma
Balotelli e compagni, a due giornate
dalla fine, hanno un netto vantaggio
nella differenza reti che sarà
decisiva in caso di arrivo in
parità: +8
MANCHESTER - La Premier è nelle
mani di Roberto Mancini. Il
Manchester City vince 1-0 il derby
con lo United nell'attesissimo
monday night e acciuffa i Red
Devils in vetta alla classifica,
avendo però un netto vantaggio
(+8) nella differenza reti
generale che sarà decisiva in caso
di arrivo in parità. Nelle due
giornate che mancano alla fine del
campionato, il City giocherà in
trasferta con il Newcastle e poi
in casa con il Qpr, mentre lo
United sarà impegnato all'Old
Trafford con lo Swansea e
all'ultima giornata in casa del
Sunderland.
DECIDE KOMPANY - Sotto gli occhi
di Maradona in tribuna, a decidere
la supersfida all'Etihad Stadium
(Balotelli l'ha vista tutta dalla
panchina) è stato un gol nel
finale del primo tempo di Kompany,
bravo con un imperioso stacco di
testa a beffare la sorpresa difesa
dello United e il portiere
spagnolo De Gea. Ha fatto sempre
la partita la squadra di Mancini,
facendo quasi il doppio del
possesso palla e tenendo sempre in
mano il pallino del gioco. Non ha
mai sofferto in difesa ed ha avuto
costante predominio a centrocampo,
affidandosi davanti all'inventiva
di Silva, Nasri e Tevez che hanno
tenuto in costante apprensione la
retroguardia avversaria.
BATTIBECCO FERGUSON-MANCINI - Ha
fatto poco lo United per rientrare
in partita, pochissime le
occasioni create, non pervenuto
Rooney. Nervoso anche in panchina
sir Alex Ferguson, che ha avuto un
battibecco con Mancini nel finale
dopo un intervento duro di De Jong
su Welbeck. Il tecnico italiano è
stato osannato dai tifosi, che
hanno cantato a lungo il suo nome.
In cambio potrebbero ricevere il
terzo scudetto della loro storia.
Quello che manca da 44 anni.
Dopo Guardiola anche Robben sul
mercato
Bayern, Robben
non rinnova
per la lite con Ribery
Il giocatore
olandese avrebbe deciso di non
prolungare il contratto con il club
bavarese: è deluso dalla dirigenza
che non lo avrebbe sostenuto dopo il
pugno ricevuto dal francese durante
la semifinale d'andata con il Real
BERLINO
- E' rottura tra Arjen
Robben e il Bayern Monaco. Secondo
quanto sostiene la 'Bild', e a
meno di tre settimane dalla finale
di Champions con il Chelsea, il
giocatore olandese avrebbe deciso
di non rinnovare il contratto con
la società bavarese, perché deluso
dalla reazione del club dopo il
litigio con Ribery durante la
semifinale d'andata con il Real
Madrid. "Il clan Robben non è
contento di come la dirigenza del
Bayern ha gestito la questione del
pugno", scrive il quotidiano
tedesco. Robben era stato colpito
dal francese negli spogliatoi
prima che i due venissero separati
dai compagni di squadra. "Invece
di sostenere il giocatore
olandese, il club ha preferito
minimizzare l'incidente", spiega
ancora il giornale citando
l'entourage di Robben.
Ribery, dopo l'episodio, aveva
dovuto presentare le sue scuse
alla squadra ed era stato punito
con una multa di 50 mila euro. Ma
a quanto pare non è stato
sufficiente: Robben e il padre,
che è l'agente del giocatore,
avrebbero rifiutato di mettere la
firma, prevista per fine aprile,
sul rinnovo del contratto fino al
2015. La dirigenza del Bayern
resta convinta che alla fine
arriverà la fumata bianca, ma ha
anche precisato che nessun altro
incontro è previsto prima della
finale di Champions in programma
il 19 maggio proprio a Monaco.
Dell'addio
di Robben si
era già parlato nelle scorse
settimane: l'olandese è nel mirino
di molte squadre, anche italiane,
a partire dalla Juventus. Lui
stesso si era detto lusingato
dall'interessamento del club
bianconero.
I
bianconeri vincono 4-0 a Novara e
restano a +3, i rossoneri sbancano
4-1 Siena. I nerazzurri superano...
Lo 'zar' resta
Spalletti
Zenit ancora campione
La squadra di
San Pietroburgo conquista il secondo
titolo consecutivo sotto la guida
del tecnico toscano. Un trionfo
arrivato con tre giornate di
anticipo grazie alla vittoria sulla
Dinamo Mosca. Criscito dedica il
titolo a Morosini
A San
Pietroburgo è festa grande per
il titolo vinto dallo Zenit
SAN
PIETROBURGO - Lo zar è
ancora Luciano Spalletti. Lo Zenit
San Pietroburgo allenato dal
tecnico toscano si
conferma infatti campione di
Russia. Un successo netto dopo una
stagione infinita, dovuta al
cambio del format del campionato
per adeguarlo al resto d'Europa.
Per lo Zenit è il terzo titolo
della sua storia, giunto con tre
giornate d'anticipo: decisiva la
vittoria per 2-1 sulla Dinamo
Mosca firmata da Shirokov e
Kerzakhov su rigore.
La squadra di Spalletti sale a 84
punti, a +15 sulla stessa Dinamo e
sul Cska, appaiate al secondo
posto.
Per Luciano Spalletti, arrivato a
San Pietroburgo nel dicembre 2009,
si tratta del quarto trofeo
conquistato da quando è al timone
dello Zenit: per lui due
campionati (2010 e 2012), una
Coppa di Russia (2010) e una
Supercoppa di Russia (2011).
L'ORGOGLIO DI
SPALLETTI - "Questa
squadra ha giocato due campionati
di fila in modo incredibile,
specialmente l'ultimo. E' stata
una stagione lunga e dura ma
abbiamo fatto tutto bene, la
squadra ha dimostrato grande
carattere", commenta con
entusiasmo Spalletti. "Siamo la
squadra che ha segnato più gol,
sono orgoglioso di quanto i miei
ragazzi abbiano lavorato
duramente, bravi loro e bravi i
tifosi, ci meritiamo tutto".
LA DEDICA DI CRISCITO
- "Questa vittoria la
dedico soprattutto a te Piermario!!!".
Lo scrive Domenico Criscito su
twitter dedicando il titolo
all'amico ed ex compagno di Under
21 Piermario Morosini, morto il 14
aprile a Pescara,
mostrando la
maglia con il numero 25 ed il nome
dello sfortunato gicoatore del
Livorno.
Orgoglio Roma,
rammarico Napoli
Finisce 2-2
all'Olimpico. I giallorossi giocano
meglio nel primo tempo, chiuso in
vantaggio grazie ad una rete di
Marquinho. Nella ripresa i
partenopei ribaltano con Zuniga e
Cavani, ma quando sembrano disporre
dell'avversario subiscono il pari di
Simplicio, che sale in tribuna a
baciare moglie e figlio. I campani
agganciano la Lazio, che però deve
giocare domenica sera a Udine
Guardiola
verso l'addio
Mou medita di restare
Secondo la
stampa iberica il tecnico blaugrana
avrebbe ormai deciso di porre fine a
quattro anni ricchi di trionfi a
Barcellona, inutile un summit a casa
sua con i dirigenti ad offrire un
contratto in bianco: decisione entro
sabato.
MADRID
- Ora che Mou si
avvicina, Pep sembra allontanarsi.
Dopo le inattese sconfitte nelle
semifinali di Champions League
contro Chelsea e Bayern, Mourinho
e Guardiola avrebbero sciolto gli
ultimi nodi legati al loro futuro.
In direzioni contrarie. E non
poteva essere che così.
Il probabile addio di Guardiola
avrà notevoli ripercussioni su
quello che sarà il futuro del
progetto-Barça. Ma non solo: il
fatto che l'allenatore catalano
lasci la panchina azulgrana,
scatenerà l'asta al rialzo dei
club più importanti d'Europa per
accaparrarselo. Due su tutti: il
Chelsea di Abramovich e il Milan
di Berlusconi.
A questo proposito, il quotidiano
Mundo Deportivo, vicino alla
dirigenza del Barcellona, sembra
avere pochi dubbi: "Pep è più
vicino al no". Nella riunione di
oggi, mercoledì, il presidente del
club, Sandro Rosell, ha dato carta
bianca a Guardiola che, però, non
ha mai vincolato la propria
permanenza a questioni di potere.
Il tecnico più vincente degli
ultimi anni ha sempre manifestato
una certa voglia di cambiare aria.
Voglia che avrebbe ribadito
nell'incontro di questa mattina,
nel quale ha fatto sapere che
renderà nota la propria decisione
solo dopo averla comunicata di
persona alla squadra.
L'appuntamento è quindi fissato
per venerdì mattina, giorno della
ripresa degli allenamenti.
Da una parte Pep ha sempre ammesso
che è molto difficile riuscire a
motivare a dovere un gruppo per
più di quattro anni. Dall'altra,
il tecnico
ha voglia di misurarsi con un
altro campionato per rispondere a
tutti quelli che lo vedono poco
adatto a una panchina che non sia
quella del Barcellona. E c'è chi
parla anche di possibile anno
sabbatico. Quello che è certo è
che molto dipenderà dalle
condizioni di Tito Vilanova, il
suo inseparabile secondo, che
durante l'ultima stagione ha avuto
seri problemi di salute.
Gli
spettatori tengono solo per
gli ascolti tv che infatti crescono
e per la finale di Coppa Italia, il
20 maggio, ci vorrebbero almeno...
quattro stadi Olimpici (richieste
per 300.000 biglietti!). Il nostro
calcio ha tanti problemi e a livello
europeo quest'anno ha rimediato
sonori schiaffoni (dal prossimo
anno, poi, inizia il declino con
sole tre squadre in Champions, di
cui una ai preliminari...).
Alla
tredicesima giornata di ritorno gli
spettatori medi erano 22.000
(circa), due anni fa 23.500.
Insomma, c'è una continua emorragia
del sistema. Non un crollo, e
nemmeno una crescita significativa.
Gli stadi, si sa, sono quello che
sono, tranne rare eccezioni . I
prezzi in qualche caso troppo cari
(scandalosi quelli della finale di
Coppa Italia).
Alcune piazze hanno scontato la
modesta annata delle loro squadre:
vedi Firenze e Roma (versante
giallorosso). Poi ci sono impianti
piccoli come Novara, Siena e Cesena.
Il Cagliari ha dovuto giocare alcune
gare "interne" a Trieste: e gli
abbonati? Pensate che fregatura. E
la crisi economica poi fa il resto.
Siamo lontani anni luce dalla
Bundesliga e dalla Premier League,
ma questa non è certo una novità.
Che
fanno i club per riportare i tifosi
negli stadi? Niente, assolutamente
niente. Alle società basta che
le tv possano fare grandi ascolti e
strappare da loro ingenti
finanziamenti (ben TRE MILIARDI DI
EURO IN 12 ANNI !!!),
e li fanno: sia Sky che Mediaset
Premium sono in crescita. Il calcio
in Italia rischia di diventare
sempre più uno sport televisivo.
Non si sa ancora inoltre cosa
succederà il prossimo anno con la
tessera del tifoso, che dovrà
trasformarsi, nelle intenzioni, in
fidelity card. A fine stagione sarà
necessario che il Viminale faccia il
punto con la Lega di serie A, prima
che vengano programmati i piani per
gli abbonamenti. Un'incertezza che
non piace, e penalizza i tifosi.
"Si gioca troppo": l'allarme arriva
proprio dai calciatori. "Si guadagna
troppo"......nessuno lo dice NEMMENO
QUEL TESTA DI CAZZO DI FULVIO
BIANCHI CHE PREVEDEVA ASSOLUZIONE
PIENA PER MOGGI, UNA SPECIE DI
SIBILLA CUMANA ALLA ROVESCIA DATO
CHE NON NE AZZECCA MAI UNA.....TANTO
CHE NON SI CAPISCE PERCHE' ANCORA
SCRIVE.........AH GIA', LA
REPUBBLICA E' UN BEL CAROZZONE
SOSTENUTO DA 50 MILIONI DI SOLDI
PUBBLICI A BABBO MORTO....UN PO'
COME I PARTITI DIMMERDA DI STO PAESE
DIMMERDA !!!!!E' vero: un tempo,
ricorda il dottor Piero Volpi,
consulente dell'assocalciatori, un
giocatore faceva al massimo 45-50
partite in una stagione. Ora può
arrivare a 65-70. Un esempio: Michel
Platini 56 gare nel 1982-83; Samuel
Eto'o 62 partite nel 2009-'10.
Giovanni Petrucci ha detto che è un
problema che va discusso con
serenità (che manca), senza farsi
travolgere dall'emozione. Ma in
realtà, ridurre il numero delle
partite è sempre più difficile. Ci
sono le esigenze di Fifa e Uefa, che
allargano i loro tornei (con
soddisfazione delle Federazioni che
prendono più soldi...). Ci sono i
campionati nazionali che, vedi
soprattutto l'Italia, devono
rispondere alle tv che li tengono in
vita a suon di miliardi di euro.
Da noi, da anni si parla di riforma
dei campionati: al massimo si può
fare il blocco dei ripescaggi per la
serie B e la Lega Pro (e difatti se
ne parlerà nel prossimo consiglio
federale del 27 aprile), ma di un
progetto di riforma vero, serio,
approfondito e che coinvolga tutte
le aree calcistiche non c'è nulla.
Ogni Lega va avanti per conto suo, e
anche il sindacato calciatori ha
l'esigenza di tutelare i posti di
lavoro. Nessuna nazione europea ha
il nostro parco professionistico. La
Lega B vorrebbe partire il più
presto possibile con quello che il
presidente Andrea Abodi ha fatto
(già) votare ai suoi club: la
riduzione da 22 società (follia del
passato...) a venti. Un primo passo
avanti ma significativo.
La Lega Pro ha già stabilito di
scendere a tre gironi con un massimo
di 60 club (trenta in meno rispetto
ad anni fa, altra follia): scelta
obbligata perché molte, troppe
società, non ce la fanno ad
iscriversi, mentre altre dopo
essersi svenate per iscriversi
falliscono a campionato in corso o
non pagano più gli stipendi (basta
vedere le tante, troppe
penalizzazioni). Per questo
giustamente Mario Macalli vuole
"ripulire" la sua Lega: solo club
sani in futuro. Ma, ripeto, un piano
organico non c'è. La Lega di A, ad
esempio, da decine d'anni ha in un
cassetto un progetto di
ristrutturazione del campionato ma
non ci pensa assolutamente a tirarlo
fuori. I grossi club (Milan, Juve,
Inter, ecc.) sarebbero a favore di
una riduzione da 20 a 18 squadre,
avendo così più spazio per
l'attività internazionale. Ma i
medio-piccoli non ne vogliono
sapere. Temono, ma non è detto che
sia vero, che le pay tv, riducendo i
club, possano pagare di meno. Di
sicuro si giocherebbero meno gare,
il calendario non sarebbe così
ingolfato (con turni
infrasettimanali in inverno che
scatenano solo polemiche e disagi
per i tifosi) e il livello del gioco
probabilmente ne avrebbe un
beneficio. Ma tutto è fermo. Non se
ne discute nemmeno. Sino al 2015 la
Lega di A ha venduto i diritti tv
con questo "format" del campionato,
è vero: ma perché non studiare un
piano dal 2015 in avanti? Una volta
c'erano 18 squadre e quattro
retrocessioni. Ora sono venti, e
sole tre retrocessioni (con il
"paracadute"). Pensate che possano
(vogliano) tornare all'antico? Pia
illusione. Anni fa, molti anni fa,
l'attuale presidente della Figc,
Giancarlo Abete, aveva studiato un
piano dettagliato di riforma dei
campionati. Fu bocciato dai veti
incrociati. Ora Abete, che è il n.1
del calcio, non può certo imporlo
alle Leghe: lo statuto glielo vieta.
E così tutto resta fermo, si
sprecano i tavoli di lavoro (e le
cene) che non portano a nulla. La
tragedia di PierMario, comunque,
potrebbe portare ad una maggiore
attenzione, e prevenzione, per
quanto riguarda la salute degli
atleti. La Lega Pro presto firma un
protocollo con la Federazione medici
sportivi. Ospite in studio durante
la rubrica "Mattino Sport", in onda
dalle 7 di questa mattina su Rai
Sport 1, il presidente della Lega
Serie B, Andrea Abodi, ha fatto il
punto a poche ore dalla tragica
scomparsa di Morosini. "Cercare di
migliorare la sicurezza? Si può
sempre fare di più, ma se vogliamo
dare un senso a tutto quello che è
successo, dobbiamo alzare
l'asticella dell'attenzione in tutti
i sensi. In tutti i campi di calcio
ci sono i defibrillatori e questo va
ricordato. Al di la di quello che è
accaduto, che ha davvero sconvolto
tutti, nostro compito adesso è
trovare soluzioni per salvare la
vita di tutti quelli che potranno
avere lo stesso problema in futuro.
Cosa faremo per ricordare Morosini?
Il prossimo weekend tutti i
giocatori che scenderanno in campo
avranno la maglietta numero 25 di
Morosini". Giancarlo Abete insiste
sulla preparazione degli allenatori
e su una diffusione più capillare
dei defribillatori.
+++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
«Via
l'Europa League e Champions a 64
squadre»
Sarebbe il progetto segreto di
Platini e in Germania la Bild è
sicura: rivoluzione a partire dal
2016
s
N
ROMA -
Cancellare l'Europa League e
allargare la Champions League a 64
squadre rispetto alle 32 attuali.
È il progetto del presidente dell'Uefa
Michel Platini che vorrebbe
rivoluzionare l'attuale assetto
delle competizioni europee a
partire dal 2016, almeno secondo
quanto riporta il giornale tedesco
'Bild', nella sua edizione
on-line. La riforma porterebbe da
quattro a sei gli ingressi nella
'nuova Champions' delle maggiori
potenze europee (Spagna,
Inghilterra e Germania)
permettendo però anche ai paesi
più piccoli come Lettonia,
Bielorussia e Slovacchia di
partecipare alla fase centrale
della competizione. Il progetto di
allargamento della Champions ad
altre 32 formazioni, che non
sarebbe stato accolto con grande
entusiasmo dai grandi club come
Barcellona e Bayern Monaco, nasce
dalla mancanza di appeal per gli
sponsor della Europa League e
dalla necessità di Platini di
aumentare il suo consenso. Il
presidente dell'Uefa - scrive la
Bild - è un grande sostenitore
delle piccole federazioni e in
particolare dell'Europa dell'Est.
Proprio quelle che nel 2007 gli
permisero di sedere sul trono
dell'organo di governo del calcio
continentale a scapito del suo
predecessore, lo svedese Johansson.
FEUDALESIMO
CALCISTICO
L'Italonia
anni '10 del 2000 ha il pregio,
eufemismo,di mantenere in vita
anticaglie di medioevale memoria.Grazie
al governo dei "Tecnici" è sull'orlo
della liquefazione
politico-sociale,per ora scongiurata
solo dalla "dea fortuna".
L'industria del calcio tuttavia ha
anticipato i tempi di una
disintegrazione:La
Lega di A ha deciso di mettersi da
parte, la collaborazione con le
altre componenti del calcio è ad
intermittenza, e a volte
inesistente. Una situazione che non
porterà lontano. Tra l'altro, la
Lega sembra quasi ostaggio di
Claudio Lotito. Il rischio che
l'assemblea del 2 aprile venga
ancora monopolizzata dal n.1 della
Lazio c'è, così come successo in
occasione del consiglio di ieri. Il
patron laziale, pluricondannato
(frode sportiva in primo grado e
aggiottaggio in secondo), non ci sta
ad essere stato sospeso dalla Figc
in base alla nuove norme etiche del
Coni (che valgono non solo per
Lotito, ovviamente) e per questo ha
fatto ricorso al tribunale che
deciderà il prossimo 3 aprile. Una
volta nel calcio esisteva la
clausola compromissoria, ora pare
che non valga più nulla, o almeno
non vale più nulla per qualcuno:
comunque, la Figc, ricevuta la
notifica, ha correttamente passato
le carte al superprocuratore Stefano
Palazzi: deciderà lui che fare (con
calma, magari fra un annetto). Di
sicuro Lotito strillerà ancora
nell'assemblea del 2 aprile: vuole
la solidarietà e l'appoggio della
Lega ma ci sono delle società
(Inter, Cagliari, Palermo) che non
ci pensano nemmeno mentre altre sono
dalla sua parte (vedi Genoa, Parma,
Catania) e altre ancora hanno ben
altri problemi e non se ne
interessano assolutamente. Il guaio
della Lega è proprio questo: quando
dirigenti di lungo corso, e sicure
capacità, come Adriano Galliani si
fanno da parte e curano gli
interessi solo dei loro club, ecco
che manca una guida forte,
carismatica. Non c'è nessuno che
riesca a tenere insieme i
presidenti, tantomeno Maurizio
Beretta, in "uscita" dal marzo
scorso. Ma questo vuole dire che la
Lega va commissariata? Per ora
funziona, male ma funziona. Prende
le decisioni che deve prendere anche
se magari con grosso ritardo. Non ha
ancora ricostituito gli organi
interni (vicepresidente e membri del
Consiglio) per nemmeno deciso chi
deve prendere il posto di Lotito in
consiglio federale, ma basta questo
per commissariare? Il rischio c'è
indubbiamente se la situazione
dovesse continuare con questo stallo
"politico", più che funzionale.
Per lo studio "Report Calcio
2012", nella stagione scorsa i
club si sono indebitati per quasi
tre miliardi di euro. Dato in
crescita del 14 per cento, visto
che nella precedente stagione i
club della massima serie avevano
300 milioni di pendenze in meno
LA
JUVENTUS ricorre al TAR per un
risarcimento danni da 444 milioni di euro
ed alla Corte d'Appello di Roma per
impugnare il LODO TNAS che chiudeva
CALCIOPOLI QUATER
'JUVENTUS FOOTBALL CLUB S.p.A. ha
depositato in data odierna presso il
Tribunale Amministrativo Regionale del
Lazio ricorso ai sensi dell’art. 30 del
codice del processo amministrativo contro
la Federazione Italiana Giuoco Calcio
(FIGC) e nei confronti della F.C.
INTERNAZIONALE s.p.a. chiedendo la
condanna al risarcimento del danno
ingiusto subito dall’illegittimo esercizio
dell’attività amministrativa e dal mancato
esercizio di quella obbligatoria in
relazione ai provvedimenti adottati dalla
FIGC nell’estate del 2006 e del 2011.
Con tale atto JUVENTUS intende far
accertare la mancanza di parità di
trattamento e le illecite condotte che
l’hanno generata ottenendo il risarcimento
agli ingenti danni che sono
prudenzialmente stimati in diverse
centinaia di milioni di euro per minori
introiti, svalutazione del marchio,
perdita di chances e di opportunità, costi
e spese.
Il ricorso dà seguito alla pronuncia del
Presidente Tribunale Nazionale di
Arbitrato dello Sport (TNAS) del 9
settembre 2011 che ha rimesso la Società
innanzi al TAR limitatamente ai danni e
rientra nella più ampia strategia di
tutela della Juventus in ogni sede, già
preannunciata nella conferenza stampa del
10 agosto 2011.' E così: Lo prevede la
legge 380 del 2003, in questo caso la
Juventus non rompe la clausola
compromissoria in quanto ultima ratio a
fronte di tutti i ricorsi presentati in
sede giuridica sportiva.
Il
10 febbraio
2012
la Juventus ha impugnato davanti alla
Corte d'Appello di
Roma
il lodo arbitrale TNAS del
15 novembre
2011,
portando così davanti alla giustizia
ordinaria anche la mancata revoca dello
scudetto
2005-2006.
(
CALCIOPOLI IL PROCESSO SPORTIVO 1,2,3
GRADO LUGLIO-OTTOBRE 2006)
(
CALCIOPOLI BIS, IL CASO INTER E
L'INTERVENUTA PRESCRIZIONE PER UN RIMANDO
A GIUDIZIO DELL'INTER STESSA, LUGLIO 2011)
(CALCIOPOLI TER, LA RADIAZIONE DI
MOGGI-GIRAUDO-MAZZINI DEFINITIVA, FEBBRAIO
2012)
(CALCIOPOLI QUATER: LA JUVENTUS RICORRE
ALLA FIGC PER LA REVOCA DELLO SCUDETTO
2006, RICORSO RESPINTO NEL LUGLIO 2011
ribadito con sentenza TNAS del novembre
2011)
(CALCIOPOLI QUINTIES, LA JUVENTUS RICORRE
ALL'UEFA PER L'ESCLUSIONE DELL'INTER DALLA
COPPE EUROPEE, RICORSO RESPINTO)
MILANO - TUTTA LA DOCUMENTAZIONE INSERITA IN
INTERNAZIONALSIT.ALTERVISTA.INDEX71.HTM
FINITA PER SEMPRE:
Niente sconti per Moggi e
Giraudo
Corte Coni conferma la radiazione
Ribadita la
sentenza che era stata decisiva dalla corte di
giustizia sportiva della Figc nell'ambito del
procedimento sportivo su Calciopoli. Respinto
anche il ricorso di Mazzini
ROMA -
L'Alta Corte di Giustizia
presso il Coni ha respinto i ricorsi
presentati da Antonio Giraudo, Innocenzo
Mazzini e Luciano Moggi, confermando la
radiazione che era stata decisa dalla corte di
giustizia della Figc nell'ambito del
procedimento sportivo su Calciopoli.
"Moggi era il capo
decisive schede sim"
Depositate le motivazioni
del processo di Napoli che ha condannato l'ex
direttore generale della Juventus. "Chiari gli
elementi di prova"
di
DARIO DEL PORTO
Ecco tutte le 558 pagine
delle motivazioni su Calciopoli
depositate dal giudice Teresa Casoria della
nona sezione del tribunale di Napoli che ha
condannato Moggi, Bergamo e altri coimputati
e ha portato alla forte penalizzazione della
Juventus.
NAPOLI -
Depositate le motivazioni della sentenza
Calciopoli. ''Sussiste la prova della
responsabilità di Luciano Moggi a carico del
quale si ravvisano elementi utili per
ravvisare la condizione di capo'',
dell'associazione a delinquere ipotizzata
dalla Procura di Napoli, scrive in 561
pagine il collegio presieduto da Teresa
Casoria. Moggi è stato condannato a 5 anni e
4 mesi di reclusione.
Secondo i giudici va ''sgomberato il campo
da inutili esagerazioni'' come le ''vane
parole'' di alcuni testi come Manfredi
Martino e l'ex arbitro Nucini. Ma fatta
questa premessa, restano ''gli elementi di
prova per ravvisare l'esistenza di una
struttura organizzata per raggiungere il
fine della frode sportiva. Struttura avente
quale capo Moggi''. Nella interpretazione
dei giudixi appare come «ben più pregnante e
decisivo l'elemento dell'uso delle schede
straniere delle quali e' risultata la
disponibilità procurata da Moggi a
designatori e arbitri''.
Dato che per il tribunale ''ha resistito
alla critica di difese e consulenti''.
Nella interpretazione dei giudici il
processo non "ha in verità dato conferma del
procurato effetto di alterazione del
risultato finale del campionato di calcio
2004-2005 a beneficio di questo o quel
contendente". Ciò nonostante, il tribunale
ritiene "sufficienti le parole pronunciate
nelle conversazioni intercettate, nel cumulo
con il contatto telefonico ammantato di
clandestinità rappresentato dall'uso di
schede straniere, per integrare gli estremi
del reato" di frode
sportiva che, ricordano i giudici, è un
reato di tentativo.
Nella sentenza non mancano stoccate al
lavoro degli investigatori.
il collegio sottolinea che la difesa è
stata "almeno in fatto molto ostacolata
dall'abnorme numero di telefonate
intercettate, oltre 170 mila, e dal metodo
adoperato per il loro uso, indissolubilmente
legato a un modo di avvio e sviluppo delle
indagini per congettura". Il tribunale però
ritiene che il processo, "confezionato con
il ricorso a dosi massiccie di
intercettazioni, non abbia patito totale
disfatta nell'urto con il dibattimento" da
cui non sono emersi, "contrariamente a
quanto sostenuto dal coro delle difese,
fatti di totale annullamento della portata
probatoria del discorso telefonico".
I magistrati escludono invece che il
sorteggio arbitrale sia stato truccato. E su
questo punto viene assestata una nuova
bacchettata alla procura che, sostiene il
collegio,"incomprensibilmente si è ostinato
a domandare di sfere che si aprivano, sfere
scolorite e altri particolari "
Altro
lutto nel calcio: è morto Carlo
Petrini
Lutto nel mondo del calcio. È
morto questa mattina
nell'ospedale di Lucca Carlo
Petrini, ex attaccante della
Roma. Aveva 64 anni. Cresciuto
nelle giovanili del Genoa, vestì
anche la maglia del Milan nel
1968-1969, del Torino ('69 a
'71), con cui vinse la Coppa
Italia 1970-1971. Petrini arrivò
nella Roma di Nils Liedholm
nella stagione 1975-1976. Carlo
Petrini era ricoverato nel
reparto di oncologia
dell'ospedale di Lucca da sabato
scorso. Le sue condizioni,
secondo quanto si apprende da
fonti sanitarie, al momento del
ricovero erano gravissime. Da
tempo malato di tumore. L'ex
attaccante di Milan, Torino e
Roma era stato tra i primi a
denunciare l'uso del doping nel
mondo del calcio in particolare
tra negli anni Sessanta e
Settanta, ed era diventato una
specie di "fustigatore" del
mondo del pallone. Coinvolto
nello scandalo scommesse del
1980, Petrini abbandonò il
calcio e ha poi raccontato le
sue esperienze in diversi libri.
NUMEROSI LIBRI - Carlo
Petrini, che nella sua carriera
ha giocato anche nel Catanzaro
dal 1972 al 1974, dopo avere
smesso col calcio ha scritto
numerosi libri tra i quali "Il
calciatore suicidato". Per
scrivere il volume, Pertrini
indagò in prima persona sulla
morte del calciatore del Cosenza
Donato Denis Bergamini, travolto
da un camion il 18 novembre 1989
sulla statale 106 a Roseto Capo
Spulico (Cosenza). Petrini
sostenne che la morte del
calciatore era avvenuta per mano
della criminalità locale,
nonostante la magistratura
avesse chiuso la pratica
attribuendo la morte di
Bergamini ad un suicidio. Una
tesi quest'ultima, messa in
dubbio dalla Procura di
Castrovillari che su richiesta
dei familiari di Bergamini ha
riaperto l'inchiesta ipotizzando
che il calciatore sia stato
ucciso. In precedenza, nel 2000,
Petrini aveva pubblicato la sua
autobiografia, "Nel fango del
dio pallone", in cui denunciava
la pratica del doping che, a suo
dire, già negli anni '70-'80 era
dilagante.
IL PERSONAGGIO - Carlo
Petrini viveva a Lucca dal 2003.
Dopo una squalifica per il
calcio scommesse alla fine degli
anni '70, aveva goduto
dell'amnistia grazie alla
vittoria ai mondiali dell'82.
Tornato al calcio nelle serie
minori aveva chiuso la carriera
in Liguria. Dal 2005 era sposato
con Adriana Clocchiatti, figlia
dell'ex calciatore della
Lucchese Giovanni Clocchiatti.
Aveva subito ben cinque
operazioni agli occhi e da
alcuni mesi era diventato
completamente cieco. Più volte
negli ultimi anni, seppur già
molto malato, aveva ricevuto
giornalisti che lo
intervistavano per le sue
dichiarazioni e i suoi libri su
doping e scommesse, nella sua
abitazione a due passi dal
centro storico.
Addio a
Chinaglia
Fece grande la Lazio
A 65 anni
si è spento in Florida per un
infarto l'ex stella dei
capitolini, con i quali vinse
uno scudetto storico. Chiuse la
carriera negli Stati Uniti,
insieme alle stelle dei Cosmos
Giorgio Chinaglia in
azione con la maglia della
Lazio
Un lutto
sconvolge il mondo del calcio.
All'età 65 anni è morto
Giorgio Chinaglia, ex gloria
della Lazio e della Nazionale
azzurra. Chinaglia si trovava
ricoverato dallo scorso
venerdì in un ospedale della
Florida dove era stato
ricoverato per un attacco di
cuore. La notizia è stata
riportata su Twitter dal
direttore organizzativo del
Milan, Umberto Gandini, in
contatto con ambienti dello
sport americano, è stata
successivamente ripresa da Sky
Sport. "Ho appena saputo che
un grande amico e' scomparso
prematuramente, il grande
Giorgio Chinaglia. Riposa in
pace, Campione!" le parole del
dirigente milanista, che poi
ha scritto altri particolari.
"Purtroppo non e' un pesce
d'Aprile.... Mi dispiace! Era
ricoverato da una settimana
per problemi cardiaci, era
tornato a casa da qualche
giorno dopo una crisi cardiaca
che sembrava avesse superato.
Purtroppo non e' stato cosi.
Non me la sento di aggiungere
molto, se non che era un
carissimo amico che ho
conosciuto negli Stati Uniti
dopo che aveva smesso di
giocare. L'ho visto l'ultima
volta l'anno scorso, gli avevo
parlato recentemente, ero
molto legato a lui per
questioni personali"
"Mio padre - ha detto Anthony
Chinaglia, figlio dell'ex
giocatore - è morto questa
mattina intorno alle 9:30. Era
stato operato una settimana fa
dopo un attacco di cuore. Gli
erano stati impiantati 4 stent
e l'operazione era andata
bene. Era stato rimandato a
casa dove sembrava essersi
ripreso. Stamattina si era
svegliato per prendere una
medicina e si era rimesso al
letto.
Poi sono
andato a controllarlo ed ho
scoperto che non respirava
più. Ho provato a rianimarlo
ma non c'è stato niente da
fare".
Da giocatore Chinaglia iniziò
la sua carriera in Galles,
nelle file dello Swansea City,
quindi arrivo in Italia nelle
serie minori con Massese e
Internapoli. La squadra alla
quale legò indissolubilmente
la sua carriera è però la
Lazio, dove arrivò nel 1969 e
dove vinse uno scudetto
storico nella stagione
1973-74. In quello stesso
anno, fece parte della
sfortunata spedizione della
Nazionale ai mondiali di
Germania, in cui fu
protagonista di accese
polemiche con il ct Ferruccio
Valcareggi. Nel 1976 lasciò
l'Italia per iniziare
l'avventura americana con i
Cosmos, insieme ad altre
stelle del calcio mondiale.
Nel 1983 tornò alla Lazio,
questa volta come presidente,
ma due anni dopo fu costretto
a cedere la società per
problemi economici.
Nell'ottobre del 2006 cercò
una nuova scalata ai vertici
della Lazio, ma il nucleo
valutario della Guardia di
Finanza ne richiese una
ordinanza di custodia
cautelare. Nel luglio 2008 è
stato colpito da un mandato di
arresto per riciclaggio.
Dal gennaio 2011 era
ambasciatore insieme a Carlos
Alberto dei New York Cosmos,
con l'obiettivo di rilanciare
la società insieme al
presidente Pelè e al direttore
tecnico Eric Cantona.
Potenti esplosioni fanno tremare
la capitale siriana, facendo innalzare colonne di fumo. Tra le vittime anche
alunni che andavano a scuola. Testimoni raccontano l'orrore e donne in lacrime
nella zona. Ancora denunce dell'opposizione: decine uccisi o arrestati negli
ultimi giorni di A. STABILE
Si è conclusa la
pesante offensiva nella
capitale e varie province dell'Afghanistan: 47 vittime in totale. Attacchi ad
ambasciate, Parlamento e Isaf.
Il racconto di Andrea Cucco:
"Sparatorie ovunque". La rivendicazione: "Vendetta per profanazioni marines"
/ Mappa
L’escalation di violenze nei primi mesi del 2012
dovrebbe far riconsiderare la definizione di frozen conflict con cui è stato
definito il contesto macedone, circa due milioni di abitanti un quarto dei
quali albanesi stabiliti principalmente nel nord. Con un tasso di
disoccupazione del 30% di Alessandro Cesarini
Chi
partecipa ai talk show deve
sapere che d’ora in poi farà una scelta di
campo”. Le parole sono di Beppe Grillo
e il riferimento pare sia evidentemente la
partecipazione ai programmi di approfondimento
politico di ieri sera a La7 e su Rai Tre (Otto
e mezzo e Ballarò).
Il comico e leader del
Movimento Cinque Stelle scrive intorno alle 23
sul suo blog: “Se il
MoVimento 5 Stelle avesse scelto la
televisione per affermarsi, oggi sarebbe allo
zero qualcosa per cento. Partecipare ai talk
show fa perdere voti e credibilità non solo ai
presenti, ma all’intero MoVimento”.
A La7 Lilli Gruber aveva
invitato Federico Pizzarotti
che contenderà la poltrona di sindaco di
Parma al candidato del
centrosinistra Vincenzo Bernazzoli
e Nicola Fuggetta che si era
presentato come candidato sindaco a
Monza. A Ballarò, invece, ha
partecipato per una parte della serata
Paolo Putti, che è stato estromesso
dal ballottaggio dal Terzo Polo per un solo
punto percentuale.
Così Grillo ribadisce: “Nei talk show il
dibattito avviene con conduttori di lungo
corso e con le mummie solidificate dei
partiti. C’è l’omologazione con il passato.
Che senso ha confrontarsi con Veltroni
o con Gasparri in prima
serata? Più che spiegarlo e ribadirlo non
posso fare. Comunque chi partecipa ai talk
show deve sapere che
d’ora in poi farà una scelta di campo”.
Inutile dire che sul blog di Grillo è partito
il dibattito degli utenti che si sono
sbilanciati anche sulla prestazione di Putti
ospite di Giovanni Floris
(con Fassino, Vendola,
la Bernini e il ministro
dell’Agricoltura Catania):
“Una conferma spiacevolissima – scrive duro
Maurizio – Un cretino
esibizionista, che si sta facendo fare a
fettine da uno sciame di politicanti ed è
arrivato a farsi dire “siete identici a noi”
da uno del Pd. Evidentemente non tutti i
candidati del MoVimento sono seri,
intelligenti e soprattutto non tutti hanno
capito che il personalismo nel Cinque Stelle
non porta da nessuna parte, fa solo danni. Via
subito questi novelli Scilipoti”.
Putti peraltro stamani ha replicato a
Omnibus: “ ”Grillo non è un leader ma una
persona che ha messo a disposizione risorse e
intuizioni e che fa da megafono al Movimento
nelle città e in rete – ha detto il candidato
sindaco di Genova – Nel Movimento esiste uno
staff formato anche da tecnici, professori
universitari, professionisti, docenti, che
discute dei contenuti e poi Grillo fa da
megafono in rete usando anche delle
provocazioni”.
“A me Putti a Ballarò stasera è piaciuto meno
di niente – interviene ancora nel blog di
Grillo Marco – Uno parlava di
urban lab e gli altri parlavano di politica,
leggi elettorali, voti di protesta, candidati
sbagliati. La crema che dentro al
dibattito-merda diventa per il telespettatore
merda a sua volta. Io eviterei le gogne
mediatiche, grazie”. A favore delle
partecipazioni televisive invece Riccardo:
“Beppe, il signor Putti li ha sbaragliati.
Quello che dici è vero perché non si arriva
così in alto per caso però una soddisfazione
ogni tanto, un peccato una tantum è come
quando il medico ci dice di non fumare dopo il
caffè”.
C’è chi, ironico, si preoccupa del puntare
solo sui blog: “Guardate che con la volontà di
non partecipare al confronto televisivo e con
un consenso M5S in continua crescita sulla
rete – dice Zeon Porter –
finirà che vi faranno una leggina
“democratica” sulla regolamentazione dei blog,
magari fatta su misura per i grillini
boom-boom”. Qualcun altro, come David,
dà invece consigli più tecnici: “Spesso i
candidati m5s sono giovani e si emozionano
facilmente in tv e questo li fa sembrare dei
coglioni. Però quando ci saranno spero presto
le politiche, in quel caso negli spazi tv
regolamentati dove è assicurato un certo tempo
per presentare le proprie idee e il proprio
programma. In quel caso bisogna andarci”.
Altri toni sembrano quasi indicare i primi
attriti tra eletti ed elettori: “Dopo 30
secondi di Ballarò avevo già voglia di
astenermi definitivamente dal voto – protesta
Ivan – Signor Putti, una
piccola chiosa. Lei e tutti gli altri
rappresentanti siete pregati di usare il
“noi”. Io faccio io farò Io Io Io… Stona
assai. In consiglio ci siamo “Noi”, lei è solo
un anonymus. Se continuate ad essere visibili
(video e audio) sarà la fine”.
Giulia
non è d’accordo: “I candidati del Movimento 5
stelle dovrebbero iniziare ad andare in tv.
Sono d’accordo con l’inesperienza, ma se non
si inizia non si impara mai. Per cui secondo
me, dovrebbero prima testare tv locali con
giornalisti e politici di basso calibro per
imparare e poi una volta fattisi i controcazzi
andare nelle tv pubbliche. Certo, uno che non
è mai andato in Tv non può e dico non può
andare ad 8:30 con la Gruber perchè lo fanno a
fettine…”. Anche se qui Pizzarotti e Fuggetta
non dovevano vedersela con dei “big”, ma con
il sindaco di Forlì Roberto Balzani,
professore di storia contemporanea “prestato”
alla politica da 3 anni.
Mario
è ancora più chiaro: “La tv conta ancora
eccome, un sacco di gente non sa nemmeno
accenderlo il pc o non ha la connessione –
spiega – In un dibattito ci vogliono gli
argomenti e l’argomentazione non è nelle corde
di tutti, l’emozione, l’ingenuità,
l’inesperienza possono giocare brutti scherzi.
Pinzarotti ha dimostrato che è possibile farlo
anche se a livello locale”. E conclude: “Beppe
non brilla certo per diplomazia(sarà un
difetto?) e lo si vede dal tono autoritario
con cui ha scritto quel minipost, questo sì ci
mette in difficoltà essendo prova di seguire
un dispotico capo, peggio di un dibattito
“pilotato” da Vespa. Urge una veloce
spiegazione da parte di Beppe”.
Ma ammette che “se non si hanno le capacità o
si pensa che provochi più danno, scomparire
dal video e mantenere le aspettative stupendo
gli scettici e i detrattori, come ha fatto la
lega nel corso degli anni sul territorio, pur
avendo argomentazioni ben più indifendibili
rispetto quelle del M5S e portare il dibattito
in rete che garantisce un equilibrio, oltre ad
un apporto di documentazione e testimonianza
sbugiardanti immediati”.
Lo schianto è memorabile. E
così tanto fragoroso da non poter essere
mistificato in alcun modo. Da ieri il Pdl è
polvere di stelle. Solo
sette mesi fa governavano il Paese e oggi
sono ridotti in percentuali imbarazzanti.
Sgretolati dalle lotte intestine interne,
dagli scandali giudiziari, ma anche
dall’assenza di una proposta politica
concreta, capace almeno di tenerli insieme
nel momento più basso del consenso. E invece
no. Il partito di plastica si è liquefatto
nelle urne delle amministrative, mentre
Berlusconi, scappato in Russia per
non dover mettere la faccia sulla fine del
suo impero politico,
applaudiva in prima fila il
proseguimento anacronistico di quello
dell’amico “zar” Putin a Mosca (ormai
unico rappresentante in grande stile di quel
leaderismo carismatico che in Europa si vede
sconfitto), dopo aver tentato, a Parigi, di
vendere il Milan sconfitto al principe Al
Waleed ed essersi raccomandato con Tarak Ben
Ammar di rendere la vita difficile a De
Benedetti in caso di assalto reale di quest’ultimo
a La7.
L’umiliazione più grande è stata la
constatazione che a ridurre in atomi i numeri
del consenso pidiellino in regioni e comuni
che solo un anno fa sembravano fortilizi
inespugnabili, sarebbe stato Grillo
che ha convogliato su di sé il voto della
destra schifata dal ventennio a colori.
Peggio, insomma, non poteva andare. Scappando
in Russia, Berlusconi ha lasciato il
cerino in mano ad Alfano, mollandolo
da solo davanti alle telecamere a dire che sì,
si è trattato “di una sconfitta , ma non di
una catastrofe”, che “combatteremo per i
ballottaggi”: il PDL è al ballottaggio
solo nei comuni di Trani, Como, Piacenza,
Monza, Catanzaro, Agrigento Asti ed
Alessandria, NON HA ELETTO NESSUN SINDACO
AL PRIMO TURNO ed E' TOTALMENTE
SCOMPARSO A GENOVA, PALERMO, VERONA, PARMA,
CUNEO, L'AQUILA, TARANTO, LECCE, BRINDISI,
GORIZIA; nei fortilizi destrorsi come La
Spezia, Lucca, Belluno addirittura è incalzato
dal MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO che
ha espresso un sindaco nel vicentino ED E' AL
BALLOTTAGGIO A PARMA ex altra roccaforte del
berlusconismo impastato col tanzismo alla
crack Parmalat. IL
MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO va al
ballottaggio a Parma ed è TERZO PARTITO NEI
COMUNI DI GENOVA (14%), VERONA(10%),
ALESSANDRIA(12%), ASTI(8,21%), BELLUNO(10%),
GORIZIA(10%), LASPEZIA (10%), LUCCA(8%),MONZA,
PIACENZA E PISTOIA (10%),una
crescita clamorosa per una forza semi
sconosciuta fino ad un anno fa. Gli ex
alleati della Lega del si e del no (nel senso
che sono alleati a seconda di come butta il
vento) riescono ad eleggere due sindaci al
primo turno a Verona e Gorizia ma
letteralmente scompaiono dalla scena a
Genova,Parma, Cuneo, Alessandria, Asti,
Belluno(!!), Como (!!!), Lucca, La Spezia,
Piacenza(!!!!), Pistoia, come sindaci di Monza
non raggiungono nemmeno il ballottaggio !!!!!.Il Pastone di
Sinistra, ALLEATO OCCULTO DEL PEDERASTA, evita
la slavina in quanto impastato ad una miriade
di rivoli localistici che tuttavia gli portano
in dote solo tre comuni: Brindisi, La Spezia e
Pistoia. A Palermo il suo candidato ufficiale
si scontra con quello dei Post Comunisti-IDV
come a Napoli un anno fa, a Genova va al
ballottaggio con una lista Civica, a Parma se
la deve vedere con gli agguerriti 5 Stelle, di
nuovo al ballottaggio ad Asti, Alessandria,
Taranto, L'Aquila, Cuneo, Belluno, Catanzaro,
Monza, Frosinone, Lucca, Piacenza,Trani e
persino nella super roccaforte SESTO SAN
GIOVANNI !!! Dalla Russia post
sovietica, l'uomo di Plastica cerca di
deformare come al suo solito la realtà mentre
prepara nuove corruzioni, nuovo miasma
asfissiante fatto di formalina aldeide
televisiva mentre nel frattempo i topi
iniziano ad abbandonare la Super Portaerei
Mediaset costretta ad elargire comunicati
stampa ANCHE PER TRASCINARE I TIFOSI AL DERBY
- STRAPERSO- PER L'ULTIMO ASSALTO ALLO
SCUDETTO MEDIATICO DA SFRUTTARE - SE ANDAVA
BENE - PER FARE LA TIRATA ALMENO NEI
BALLOTTAGGI RIMASTI.
Gli elettori
greci hanno punito i partiti che hanno
sostenuto il piano di tagli e riforme
imposto da Unione europea, Bce e Fmi. La
destra di Nea Dimokratia di Antonis Samaras
ha il 19,1% dei consensi contro il 33,5%
ottenuto nelle precedenti elezioni. Va anche
peggio al Pasok di Evangelos Venizelos che
ottiene il 13,3% contro il 43,9% del 2009 e
si vede scavalcato al secondo posto dalla
sinistra radicale (Syriza) che conquista il
16,6%.
Con questi risultati le due forze politiche
che per decenni hanno dominato la scena
politica greca sfiorerebbero la maggioranza
in Parlamento: i conservatori occuperebbero
infatti 108 seggi e i socialisti 41, ovvero
solo 150 su 300, non abbastanza per formare
una coalizione stabile. I leader di entrambi
i partiti maggiori hanno già parlato di
alleanza di governo, ma con questi numeri
sarà difficile governarnare. A Syriza
andrebbero 51 parlamentari.
La protesta contro le misure di austerity
varate dall'esecutivo tecnico con l'appoggio
di Nea Dimokratia (Nd) e Pasok premia
anche l'estrema destra neonazista di Alba
dorata che supera la soglia di sbarramento
del 3% e entra in Parlamento con il 6,9% dei
consensi. I comunisti del KKE migliorano
leggermente rispetto al 2009. Entrano
nell'assemblea legislativa anche i Greci
indipendenti (destra) e Sinistra
democratica. Al di sotto della soglia del
tre per cento necessaria per ottenere una
rappresentanza parlamentare Verdi, Laos
(estrema destra) e Alleanza Democratica
(centrodestra).
Zlatan
Ibrahimovic è molto deluso per la stagione
appena trascorsa con il Milan. Parla a caldo
con la stampa svedese ed esprime tutto il suo
rammarico dopo la sconfitta del derby e la
contestuale vittoria dello scudetto da parte
della Juventus. "Non sono abituato - dice
il bomber - a non vincere niente. È la prima
volta che mi capita. Sono deluso, è stato un
fallimento" parole amare pronunciate in un
momento sicuramente poco felice per il Milan
che ieri ha detto addio al titolo.Il derby è
dell'Inter
Milan, addio al titolo
Stracittadina
combattutissima anche se piena di errori,
anche arbitrali. Finisce 4-2 per i nerazzurri:
reti in successione di Milito, Ibrahimovic
(uno su rigore), quindi ancora il Principe con
due tiri dal dischetto. Chiude la serata
Maicon
MILANO - E' stato uno dei derby più
roventi degli ultimi anni. Lo vince l'Inter,
che si regala un barlume di speranza per la
conquista del terzo posto e soprattutto
affossa le speranze scudetto del Milan. Un
successo meritato, frutto di una partita
ricca di errori (4-2, troppi gol per la
perfezione tattica), anche arbitrali, ma che
ha visto le squadre battersi con le ultime
energie - poche - rimaste dopo una stagione
logorante. Insomma, Stramaccioni forse di
guadagna la conferma azzeccando il primo
derby della vita, ma va dato atto al Milan
di non avere mollato neanche un momento
l'idea di prendere la Juve campione
d'Italia.
Per capirci qualcosa, nella confusione
generale che caratterizza il finale del
primo tempo, bisogna carpire il quadro
tattico soprattutto nella parte iniziali.
Stramaccioni la affronta simil Ranieri
(ricordate il derby di andata), con due
linee molto serrate - Alvarez va a sinistra
- con Sneijder sulla trequarti a sostegno di
Milito. Allegri sceglie il guizzante Robinho
quale partner di Ibra, lasciando a Boateng
il compito di giocare tra le linee e dando a
van Bommel le chiavi della mediana. Dicevamo
del derby di andata. Tatticamente simile, è
diverso caratterialmente l'approccio
dell'Inter, che non aspetta ma aggredisce.
Il gol di Milito con un destro sotto misura,
che segue ad una occasione analoga divorata
da Ibrahimovic, è il primo spartiacque della
partita.
Prende il via una fase tutta nerazzurra,
condita anche dal presunto gol fantasma -
meno netto di quello di Muntari - dopo un
colpo di
testa di
Samuel splendidamente respinto da Abbiati.
Il secondo spartiacque della gara lo offre
l'arbitro Rizzoli, che inventa un rigore per
il Milan - gelido Ibra nella trasformazione
in barba alle provocazioni di Julio Cesar -
ed innesca reazioni a catena. Animi
esacerbati, si scatena una specie di caccia
all'uomo. Menzione 'specialè per un calcione
di Samuel a Robinho, meritevole di un rosso
vivo che non arriva. Insomma, Inter
sull'orlo di una crisi di nervi e Milan
paradossalmente rivitalizzato di energie
sempre più carenti. Da segnalare nel
contesto i cambi forzati di Abbiati e Bonera
con Amelia e De Sciglio che privano Allegri
di altri cambi.
La ripresa vede un Milan più concreto, con
Ibra che subito mette la freccia con un
preciso tocco morbido. Interisti sempre più
nervosi, calmati solo dal rigore - giusto -
concesso a Milito (che trasforma) per
ingenua trattenuta di Abate. Energie che
calano, squadre lunghe, è fin troppo
evidente che non finirà così. Il match point
del Milan è sulla coscia di Muntari, che da
due passi non tramuta in rete un assist di
Ibra. Quello dell'Inter è per Milito, che
sigla la sua tripletta personale segnando il
terzo rigore della serata: il fallo di Nesta
su girata di testa di Pazzini è soggetto ad
interpretazione, in pratica altre polemiche.
Il Milan, sbilanciato dall'ingresso di
Cassano, non ne ha più, l'Inter dilaga e
Maicon con un destro da lontano fa poker. I
nerazzurri consegnano lo scudetto alla poco
amata Juve: a giudicare da come si sono
impegnati, la cosa non li tocca
particolarmente
Inter batte Milan 4-2 (1-1) Inter (4-3-2-1): Julio
Cesar 6.5; Maicon 6.5, Lucio 6.5, Samuel 5,
Nagatomo 6; Guarin 6.5 (17' st Obi 6),
Cambiasso 6.5, Zanetti 6.5; Sneijder 6.5
(39' st Cordoba sv), Alvarez 6 (30' st
Pazzini 6); Milito 7 . (12 Castellazzi, 17
Palombo, 23 Ranocchia, 28 Zarate). All.:
Stramaccioni 7. Milan (4-3-1-2): Abbiati
6.5 (35' pt Amelia 6); Abate 6, Nesta 5.5,
Yepes 5.5, Bonera sv (21' pt De Sciglio 6);
Nocerino 6, Van Bommel 6, Muntari 6 (32' st
Cassano sv); Boateng 6; Robinho 6,
Ibrahimovic 6.5. (5 Mexes, 8 Gattuso, 18
Aquilani, 21 Maxi Lopez). All.: Allegri 6.5 Arbitro: Rizzoli di Bologna
4.5. Reti: nel pt 14' Milito,
44' Ibrahimovic (rigore); nel st 1'
Ibrahimovic, 7' Milito (rigore), 34' st
Milito (rigore), 42' st Maicon. Recupero: 3' e 3' Angoli: 10-4 per l'Inter. Ammoniti: Zanetti, Nocerino,
Julio Cesar, Abate, Alvarez, Van Bommel per
gioco falloso; Maicon per comportamento
antiregolamentare. Spettatori: 78.222 per un
incasso di 2.655.183 euro.
UNA CARNEFICINA:
33 SUICIDATI DALL'INIZIO DEL 2012, tutti
legati alle cartelle Equitalia, ma MONTI SE NE
FOTTE !!!
LA GRECIA E'
FALLITA E NON SOLO TECNICAMENTE,GLI SCENARI
EUROPEI POST EURO...
Tutte le azioni
che potranno essere intraprese da ora in
avanti provocheranno alla fine una crisi
finanziaria. Il minor danno sarà garantito
dall'adozione di politiche pro-crescita
moderate, che saranno la soluzione migliore
per minimizzare i danni. Ma alla fine,
sempre che riesca a sopravvivere, l'euro non
sarà più lo stesso.
PRIMO
SCENARIO,IL MENO DRASTICO MA UGUALMENTE
LETALE: ovvero "La Francia e
altri paesi convincono la Germania ad adottare
politiche pro-crescita". Questa ipotesi è
avallata dalle ultime evoluzioni - o
involuzioni - dello scenario politico europeo.
Tra queste, "il collasso del governo
olandese, che ha reso difficile per il paese
riuscire a centrare i target di deficit e, in
Francia, il candidato socialista Francois
Hollande, che molto probabilmente vincerà le
elezioni presidenziali di domenica".
Hollande, continua il Time, ha "chiesto
l'adozione di politiche pro-crescita, fattore
che ha provocato costernazione in Germania.
Ma è fuor di dubbio che la forma mentis
dell'Europa è cambiata e che a questo punto la "Germania potrebbe non avere altra
scelta che intraprendere una strada diversa,
accettando l'eventualità di maggiori spese - e
maggiori richieste di prestiti - dai governi
nazionali. Nel breve termine, tale strategia
aiuterà le economie europee a ridurre la
disoccupazione e l'impatto della recessione.
Ma nel lungo termine i debiti dei
governi saliranno. Di conseguenza,
l'adozione di queste politiche a favore della
crescita posticiperanno, ma non risolveranno,
la crisi dell'Eurozona. La crescita dei debiti
che ne seguirà peggiorerà infatti ogni crisi
finanziaria che potrebbe presentarsi. Detto
ciò, questa opzione corrisponde al male
minore".
SECONDO
SCENARIO, LETALE E MOLTO DISTRUTTIVO,
ovvero "Le politiche di austerity portano la
maggior parte dell'Europa in recessione".
Questa seconda ipotesi è già una realtà, che
si presenta ogni giorno sotto gli occhi di
tutti. Il problema è che una dozzina di
paesi europei è già in una fase di
contrazione economica. "Nel lungo termine -
ferme restando le politiche di austerity
volute dalla Germania - i paesi in
difficoltà finanziaria dovranno tagliare le
proprie spese, aumentare le tasse, ridurre i
propri costi del lavoro e limitare il ricorso
ai prestiti. Tuttavia, tagli così veloci
renderanno ancora più difficile abbassare il
livello del debito inteso come percentuale del
Pil - e questo perchè il Pil sta scendendo".
TERZO
SCENARIO:I PAESI PIU' DEBOLI ESCONO DALL'EURO,
SHOCK INFLAZIONISTICO ALMENO PER I PRIMI DUE
ANNI MA IL DEPREZZAMENTO RILANCIA L'ECONOMIA .
La Grecia probabilmente sarà la prima ad
andare via, fattore che scatenerebbe la
speculazione su una uscita di scena di
Portogallo, Spagna, e anche Italia. Tale
situazione creerà un circolo vizioso,
spingendo i tassi di interesse a crescere
ulteriormente". Outlook: nel breve termine,
questo scenario è meno probabile; tuttavia,
sarà difficile evitarlo nel caso in cui niente
cambierà dal punto di vista dei fondamentali.
Quanto potrà essere doloroso? Guardando ai
"contro", nel lasciare l'Eurozona i paesi
provocherebbero una serie di shock alle banche
più importanti che detengono i loro debiti. Se
vogliamo guardare a un aspetto "positivo",
però, è anche vero che, una volta lasciata l'Eurozona,
i paesi potrebbero rimettere in sesto le
proprie economie intraprendendo un cammino per
la ripresa. Indicativo il caso dell'Argentina,
che, agganciando la sua valuta al dollaro agli
inizi degli anni '90, ha sofferto una forte
recessione dopo aver deprezzato la sua moneta
nel 2001. Ma entro il 2003, l'economia stava
di nuovo registrando un boom.
QUARTO
SCENARIOovvero "L'Eurozona si divide
in due diverse aree valutarie". Ovvero, Euro
di serie A ed Euro di serie B, IL
DEPREZZAMENTO DELL'AREA SUD DETERMINEREBBE LA
CRISI DEL SISTEMA BANCARIO CHE SI RITROVA IN
PANCIA TONNELLATE DI CARTA STRACCIA. "La
soluzione più razionale - ma la meno probabile
per motivi politici - è che la Germania e
altri pochi alleati, come l'Olanda, lascino l'Eurozona
e creino una loro propria moneta. L'euro
rimarrebbe la valuta dei paesi del Sud e
potrebbe essere deprezzato, al fine di
allentare la pressione su questi paesi.
Outlook: i paesi sudeuropei soffrirebbero
una recessione per un anno circa. Le banche
accuserebbero perdite sui loro bond, dovuti
però più alla flessione dei prezzi che non a
default diretti. Teoricamente, anche questa
potrebbe essere la soluzione migliore e la
meno distruttiva.
"Chi aveva per esempio 10 mila euro di titoli
greci, un paio di settimane fa si è visto
arrivare al posto del suo titolo 24 titoli
diversi, li ha sommati e si è accorto che
aveva solo duemila euro. Questo si chiama in
linguaggio tecnico “default”, si
chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli
interessi, un rimborso (Stato o società
privata che sia) e non li paga, si chiama in
termini brutali fallimento, in termini tecnici
insolvenza o default."
Beppe Scienza
La Grecia si è salvata e io ho
perso l’80%, come la mettiamo?
La
ristrutturazione dei titoli greci, Dio non
voglia che abbiano la stessa sorte quelli
italiani, è avvenuta in due fasi:
1) si è fatta una proposta dicendo alle
banche, ai fondi comuni, alle assicurazioni:
volete accettare di cambiare questi vostri
titoli con titoli nuovi, accettate che si
faccio un taglio? In effetti la stragrande
maggioranza dei cosiddetti investitori
istituzionali hanno accettato, sul modo che
hanno accettato vorrei citare il capo della
Commerzbank tedesca, Martin Blessing, che
riguardo all’accettazione della
ristrutturazione del debito greco ha detto: "Essa
è così volontaria, come era volontaria la
confessione nell’inquisizione spagnola".
La Banca centrale ha ottenuto che le banche
accettassero questa cosa e questi sono fatti
loro. Quelli che
non sono fatti loro è che dopo, anche chi non
aveva accettato, si è trovato la stessa sorte,
gli hanno dimezzato in valore nominale i
titoli che aveva e in valore di mercato la
perdita è dell’80%. Ora questo
si chiama in linguaggio tecnico “default”,
si chiama insolvenza. Se uno deve pagare degli
interessi, un rimborso (Stato o società
privata che sia) e non li paga, si chiama in
termini brutali fallimento, in termini tecnici
insolvenza o default.
Quindi
la Grecia è fallita. Non è la prima volta che
è fallita, tutti i greci ricordano una frase
pronunciata il 10 dicembre 1893 dall’allora
primo ministro Charilaos Trikoupis che in
greco è "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν" (distihós
eptohéfsamen) "Purtroppo siamo falliti".
I greci possono dire e dicono "Δυστυχώς επτωχεύσαμεν
ξανά" (distihós eptohéfsamen ksaná) "Purtroppo
siamo di nuovo falliti". Allora non
raccontiamo la storia che la Grecia non è
fallita: la Grecia è fallita!
Però questo
fallimento ha un’altra stranezza: non ha
toccato tutti.
Prima della ristrutturazione, prima della
proposta di adesione volontaria al piano di
taglio del debito pubblico, c'è stato un
giochettino un po’ strano. I titoli posseduti
dalla Bce e dalle altre banche centrali, della
Bundesbank, dalla Banca d’Italia ecc., hanno
subito un cambiamento di codice. Sono stati
cambiati i codici e questi titoli non sono
stati toccati, né dalla proposta, né dal
taglio coatto. Questi titoli, rimasti come
prima solo con cambiamento di codice, hanno
incassato gli interessi, quelli scaduti sono
stati tutti rimborsati: non sono falliti. Gli
stati sovrani si chiamano proprio sovrani
perché possono, se vogliono, non pagare i loro
debiti. O ci si fa la guerra oppure è così.
Il
problema dell’Italia, che purtroppo non è
stato ancora affrontato, anche perché è
difficile, sia ben chiaro, è il debito
pubblico che è a livello del 120%. Cioè il
doppio di quello che era il parametro virtuoso
di Maastricht del 60% del prodotto interno
lordo. Ora è il 120%, quando però in effetti
era così a metà degli anni 90, ma era sceso
verso il 2007 sul 103%, poi è risalito.
Questo è il macigno, non si vede come si
riesca a farlo scendere.
L'ITALONIA E'
NELLA MERDA NERA E CHI CHIAMANO ??? TOPO GIGIO
AMATO, L'UOMO DA 92.000 MILIARDI DI LIRE NEL
1992, POI ESPLOSE TANGENTOPOLI...
La Procura di Roma invia a Palazzo Madama la
richiesta di autorizzazione per l'ex tesoriere
e senatore. L'accusa è anche di associazione
a delinquere. Ai domiciliari la moglie e due
commercialisti. Lui si difende: "Provvedimento
abnorme"
Giuliano Amatonominato
super-consulenteda
Rigor Montis suisoldi
pubblici ai partitiè
uno schiaffo agli italiani. Una pernacchia. Un
potente vaffanculo della Casta. Una
provocazione. E' come buttareun
fiammifero acceso in un pagliaio.
Qualche volta mi chiedo se Monti e il Trio
Lescano che lo appoggia abbiano veramente
capito dove si trovano, in quale momento
storico. L'Italia è sull'orlo del collasso
economico, dopo il quale può succedere di
tutto. Al confronto di Rigor Montis, di
Alfano, Bersani e Casini,Maria
Antonietta,
alla quale venne attribuita la frase "Se
non hanno pane, mangino brioches!",
rivolta al popolo affamato durante la
Rivoluzione francese, è una statista.
Giulano Amato ha una certa esperienza nel
maneggiare i soldi e di finanziamenti
pubblici, è statotesoriere
del PSI di Craxi.
Uno dei rari casi in cui il tesoriere fa
carriera e il capo finisce sotto accusa e
latitante. L'esatto contrario dei tesorieri
Belsito della Lega e di Lusi della Margherita.
Si invocano i tagli e si imbarca un tizio che
prende32.000
euro di pensione al mese.
E' uno scherzo di Carnevale? Per le pensioni
va applicato un tetto massimo di3.000
euro.
Sono più che sufficienti per vivere. Con il
risparmio (valutabile in 7 miliardi di euro
all'anno) delle mega pensioni, doppie e
triple, dei vitalizi dei politici si apra un
fondo per pagare i debiti che lo Stato ha con
gli imprenditori che si suicidano al ritmo di
uno o due al giorno. Affidare un incarico al
superpensionato Amato per contenere i costi è
unadichiarazione
di guerraa
chi non riesce a mangiare con la sua pensione
e dopo il taglio di 200 euro al suo misero
reddito decide farla finitabuttandosi
dal terrazzo.
I sacrifici, o li facciamo tutti,o
non li fa nessuno!
Ma questo, Rigor Montis non lo sa. Non capisce
che senza esempi, occupandosi diritagli
e frattaglieal
posto dei tagli e senza l'appoggio
dell'opinione pubblica, è già finito. Che sarà
travolto. Un ferrovecchio a cui i partiti
cercheranno di attribuire le colpe per poi
essere spazzati via a loro volta.
Loro non si arrenderanno mai. Noi neppure. Ci
vediamo in Parlamento (ma voi forse non ci
sarete).
DELLA MERDA
Le accaldate
dichiarazioni dei politici su Beppe Grillo sono
uno spettacolo impagabile, da scompisciarsi.
Tutti contro uno, come contro la Lega delle
origini. Sono talmente terrorizzati
da non notare la ridicolaggine di un’intera
classe politica, seduta su 2,5 miliardi di soldi
pubblici camuffati da rimborsi, padrona del
governo e del Parlamento nonché di tutti gli
enti locali, ben protetta da Rai, Mediaset e
giornaloni, infiltrata in
banche, assicurazioni, aziende pubbliche e
private, Tav, Cl, P2, P3, P4, ospedali,
università, sindacati, coop bianche e rosse,
confindustrie, confquesto e confquello che
strilla come un ossesso contro un comico e un
gruppo di ragazzi squattrinati, magari ingenui,
ma armati solo delle proprie idee e speranze.
Il presidente
della Repubblica che commemora la Liberazione
dal nazifascismo lanciando moniti, anzi anatemi
contro un comico (“il qualunquista di turno”), è
cabaret puro. Dice che “i partiti non hanno
alternative”: ma quando mai, forse per lui che
entrò in Parlamento nel ’53 senza più
uscirne. Tuona contro l’“antipolitica”
(e ci mancherebbe pure, vive di politica da 60
anni). Ma non si accorge che nessuno ha mai
delegittimato i partiti e la politica quanto
lui, che sei mesi fa prese un signore mai eletto
da nessuno, lo promosse senatore a vita e capo
di un governo con una sola caratteristica:
nessun ministro eletto, tutti tecnici più
qualche politico travestito da tecnico.
E non se ne
avvedono neppure i giornaloni che dedicano
all’ultimo monito pensosi editoriali dal titolo
“Il tempo è scaduto”. Se un comico parla del
capo dello Stato e lo sbeffeggia, è normale,
mentre non s’è mai visto un capo dello Stato che
parla di un comico, per giunta neppure
candidato, per dirgli quel che deve
fare o dire. Napolitano contro Grillo è roba da
“Totò contro Maciste”. Ma il meglio, come
sempre, lo danno i partiti. Anche una personcina
ammodo come Guido Crosetto del fu Pdl riesce a
dire che Grillo gli ricorda “il fascismo”, anzi
“il razzismo”, anzi “il nazifascismo”, anzi
“Goebbels” in persona. Le pazze risate. Grillo
dice che, se Napolitano difende i partiti, è “il
presidente dei partiti”: logica pura, ma per
Bersani è “insulto”. Segue minacciosa diffida
per leso monito: “Grillo non si permetta di
insultare Napolitano, non si arrischi a dire
cosa direbbero i partigiani se tornassero: loro
saprebbero cosa dire dell’Uomo Qualunque”. Brrr
che paura.
Livia Turco
lacrima in tv perché la gente ce l’ha con i
politici e non si capacita del perché. Casini
intima a Grillo di “entrare in Parlamento a
misurarsi coi problemi concreti” e “smetterla
con le chiacchiere”. Perché se no? Forse
dimentica che Grillo in Parlamento entrò tre
anni fa, per portare le firme di 300 mila
cittadini su tre leggi d’iniziativa
popolare: ma, siccome prevedevano l’incandidabilità
dei pregiudicati, il limite di due legislature
per i parlamentari e una legge elettorale
democratica al posto del Porcellum, i partiti le
imboscarono tutte e tre. Anche perché, con
quelle, l’Unione dei Condannati si sarebbe
estinta e gli altri partiti quasi. Siccome Dio
acceca chi vuole rovinare, i partitocrati
seguitano a confondere le cause con gli effetti.
Grillo l’hanno creato loro: rifiutando le sue
proposte, asserragliandosi a palazzo, barricando
porte e finestre, alzando i ponti levatoi per
tenere lontani dalla politica i
cittadini e rovesciando su di loro pentoloni
d’olio, anzi di merda bollente.
E ora che, al
borsino della fiducia, raccolgono tutti insieme
il 2%, non trovano di meglio che fare
l’ammucchiata: ABC, il Trio Alfanobersanicasini,
vanno in giro a braccetto per far numero e
volume, annunciando riforme elettorali, leggi
sui partiti, tagli alla casta, norme
anti-corruzione e misure per la crescita
che nessuno farà mai. Più gli elettori si
allontanano, più i capi si avvicinano,
illudendosi di riempire il vuoto da essi stessi
creato. Sfilano al proprio funerale come se il
morto fosse un altro.
La finanza non
tollera la democrazia, il capitalismo non
digerisce i sistemi democratica, nemmeno quelli
apparenti: essi comandano e
devono decidere le forme di governo, ma più che
altro gli interessi da mantenere e i privilegi
da custodire gelosamente. La sora Fornero è
andata dagli operai della Fiom nel Canavese
piemontese e ha detto che il governo non ha
voluto tassare le pensioni d’oro che per lei,
sora Fornero, si attesta a 90 mila euro
all’anno. Alla faccia! Si vede che in vita sua
non è andata mai una volta a fare la spesa. Ai
metalmeccanici ha detto che il mestiere
dell’insegnante è mestiere duro! Ha veramente
avuto coraggio. Forse ha vissuto in un convento
dove non le è mancato nulla e si meraviglia che
gli operai non capiscano che i sacrifici
allungano la vita perché tengono a dieta e
abbassano il colesterolo, riducono la
percentuale delle malattie e la cirrosi
epatica perché come alle nozze di Cana «non c’è
più vino» ma nemmeno brioches perché il
pane manca da un pezzo.
Il governo Monti
Mariong I, è un governo etero diretto, imposto
dai finanzieri che vogliono togliere tutti gli
impedimenti democratici alla loro azione di
oligarchi, riducendo gli spazi al cosiddetto
popolo affamandolo e facendolo
morire. La politica di austerità ha l’obiettivo
di fare morire i pensionati prima di andare in
pensione per fare risparmiare lo Stato e
permettere agli speculatori di spartirsi la
torta in santa pace: «ancora un po’ di panna per
favore!».
L’esempio è
lampante davanti a tutti, ma nessuno si
scandalizza più. La Lega prende tangenti da
Finmeccanica che licenzia gli operai e chiude i
cantieri, eppure oltre le tangenti della Lega, i
dirigenti della Finmeccanica, azienda di Stato,
si attribuiscono bonus milionari forse per
ringraziarsi da soli di avere portato a
fallimento la più grande società
statale. Lasciano l’azienda indebitata fino al
collo, sull’orlo del collasso e questi prendono
prebende immorali. Il capo Guarguaglini e
consorte sono accusati di corruzione, hanno
dovuto dimettersi e sono liquidati con un premio
di oltre 4 milioni di euro. E’ mai possibile! Il
governo no dice una parola, ma si appresta a
mettere una seconda Imu sulla prima casa per
pagare le tragedie imprevedibili come alluvioni
e disastri. Pazzi!
La minestra
Severino non potendo dire che Berlusconi ha
imposto il bavaglio alle intercettazioni, trova
la quadra: risparmiamo su tutto, anche sulle
intercettazioni. Questa qui è da manicomio. Non
ha toccato il falso in bilancio, non ha
minimamente toccato una sola delle 40
leggi immorali varate da Berlusconi e vuole
risparmiare sulle intercettazioni! Forse crede
che siamo imbecilli! Forse però lo siamo sul
serio se questa donnetta, avvocato di corrotti e
marpioni, ben introdotta negli studi di giudici
e corti, si permette di offenderci in questo
modo.
Monti aveva
salvato l’Italia, nemmeno se fosse il Messia
redivivo, e ora annaspa; pensava di fondare un
partito tutto suo con il nuovo che avanza,
Casini e Montezemolo, e ora forse le manovre non
bastano perché lo spread lo ha preso alla
sprovveduta. Erano tecnici, si
facevano chiamare professori, ma più che altro
«economisti», hanno studiato tutta la vita per
risolvere i grandi problemi dell’economia, si
presentano sempre con schemi e grafici fatti da
altri e alla fine cosa inventano? Tasse solo
tasse, unicamente tasse. Se non bastano? Ancora
tasse, tasse, tasse.
Nel 1968 c’era
lo slogan studentesco «la
fantasia al potere!», ora costoro hanno superato
la fantasia e hanno trasformato il potere in
afrodisiaco per pochi intimi, non per tutti:
Tasse per tutti, potere per pochi. Compito dei
poveri è mantenere i ricchi che poverini non
possono soffrire più di tanto perché non sono
abituati ai sacrifici eccessivi. I poveri invece
è da una vita che si allenano e
quindi non sentono troppo il morso della cinghia
perché sono soliti sostituirla con un pezzo di
spago. W Monti, il becchino di Donna Democrazia!
Berlusconi ringrazia sentitamente!
DEFAULT UE !!!
LA GRECIA E' ANDATA PER
SEMPRE, IRLANDA E PORTOGALLO SONO AD UN SOSPIRO,
LA SPAGNA SI STA PER AVVITARE......ED ANCHE
GUARDIOLA SE NE E' RESO CONTO !!!
Un terremoto
è in arrivo in Europa. Le scosse sismiche sono
le prossime elezioni e i
referendum. Si profila
un confronto tra politica e finanza. I
parlamenti nazionali da una parte e la BCE e il
FMI dall'altra. Il 6 maggio si voterà in Grecia
e il nuovo Governo potrebbe rigettare gli
accordi presi con la UE per evitare il default.
In Francia Hollande è
favorito, la sua posizione è contraria ai tagli
sociali per favorire le direttive europee. Sul
trattato di stabilità ha dichiarato
"Aggiungiamo una
parte sulla crescita o non lo ratificheremo".
Marine Le Pen ha
ottenuto il 20% con un programma eurofobo e il
suo consenso non potrà non influenzare il nuovo
inquilino dell'Eliseo. Il 31 maggio in Irlanda
si terrà un referendum sulle nuove regole di
bilancio volute dalla Germania, il "fiscal
compact"
che in Italia è stato approvato
senza alcuna consultazione popolare
come nelle migliori tradizioni di uno Stato
partitocratico e non democratico.
Persino dove non vi sono elezioni
a breve si stanno aprendo delle faglie profonde,
in Olanda si è dimesso il
Governo Rutte a causa dei previsti tagli alla
spesa pubblica, senza austerity si perderebbe
infatti la tripla A... In Olanda si andrà alle
urne il 12 settembre, il Pvv antieuro di Geert
Wilders potrebbe spopolare. Dove le politiche di
tasse e sangue in nome dell'euro sono state
applicate i risultati sono stati a passo
di gambero, c'è stato un costante
peggioramento. Il debito pubblico è aumentato,
come in Italia, o il Paese è
letteralmente fallito come in Grecia
dove è avvenuto un default silenzioso. C'è
stato, ma non si deve dire in giro (*). Oggi
Standar&Poor's ha declassato la
Spagna da A a BBB+,
in sostanza aumenta l'interesse dovuto a chi
acquista titoli spagnoli. Gli interessi saranno
onorati con il taglio delle spese sociali. Tutti
più poveri, ma per cosa? Per diventare carne da
macello come i tori nelle corride?
José Ignacio Torreblanca professore alla
UNED University
ha scritto ieri sul Financial Times un lungo
articolo dal titolo "Tempo di dire basta al
nonsenso dell'austerity". Scrive "La
prossima settimana saranno due anni da quando
Zapatero adottò le prime misure di austerità.
Queste misure comportarono il suicidio del
Partito Socialista spagnolo. Ora i Conservatori
si trovano in una situazione simile, dopo 100
giorni di governo hanno portato l'austerità bel
al di là del loro mandato elettorale e questo
solo per trovarsi nella stessa situazione
finanziaria di Zapatero. E' oltraggioso che
mentre gli spagnoli soffrono per la recessione e
per la disoccupazione (del 24,44%, ndr) Jens
Weidmann, presidente della Bundesbank e membro
della BCE, affermi che il 6% di interesse per i
titoli pubblici spagnoli "non è la fine del
mondo". E' preoccupante che la UE sostenga i
pesanti tagli alla spesa dell'educazione e della
ricerca in Spagna ignorando deliberatamente che
ciò è incompatibile on un modello di sviluppo...
E' tempo di dire basta!".
In gioco non c'è solo l'euro, ma un
modello di sviluppo superato e la
distruzione degli Stati sociali. Loro non si
arrenderanno mai. Noi neppure. Ci vediamo in
Parlamento.
(*) Come ci spiegherà puntualmente Beppe Scienza
nel Passaparola di lunedì 30 aprile
LE NUOVE GUERRE
DI MASSIMO FINI
Da quando è crollato il contraltare sovietico le
democrazie occidentali,
Stati
Uniti in testa, hanno inanellato otto guerre in
venti anni, otto guerre di cui forse solo la
prima aveva una qualche giustificazione, il
primo conflitto del Golfo perché Saddam Hussein
aveva aggredito il Kuwait, le altre sette sono
tutte guerre di aggressione.
La guerra democratica ha questa caratteristica,
che si fa ma non si dichiara, la si fa con
cattiva coscienza chiamandola con altri nomi,
operazioni di
peacekeeping, operazione umanitaria,
difesa dei diritti umani, ma sono guerre. Questo
equivoco porta a tutta una serie di conseguenze,
la prima è che il nemico è sempre un criminale o
un terrorista. E quindi di lui si può fare carne
di porco, non valgono le leggi di guerra, non
valgono per i prigionieri e Guantanamo ne è un
esempio clamoroso. Nella guerra democratica le
democrazie possono colpire ma non possono
subire, sia materialmente che concettualmente. È
legittimo uccidere i soldati del nemico, ma se
il nemico uccide i nostri allora è una
vigliaccata, una porcata, qualcosa di indecente
e di intollerabile. Questa cosa fa sì che porta
una sperequazione che non è solo materiale,
perché effettivamente la guerra democratica si
fa solo con le macchine, con gli aerei, con i
droni, con i robot perché i droni sono aerei che
non hanno equipaggio teleguidati da 10
chilometri di distanza, per cui uno solo può
colpire e l’altro solo subire. Ma anche
concettualmente questo vale nel senso che se tu,
non democratico, colpisci un soldato sei un
criminale e vai giudicato come tale.
Un’altra caratteristica delle guerre
democratiche è che manca l’essenza della guerra
e cioè il combattimento. Gli occidentali non
sono più in grado di affrontare il
combattimento, la vista del corpo a corpo gli fa
orrore, ritengono questo immorale, ritengono
invece morale colpire con un missile da 300
chilometri di distanza e uccidere duemila
persone.
Le democrazie in questa loro aggressività nei
confronti di tutti i mondi altri che hanno altre
concezioni della vita, della morte e altre
tradizioni è una sorta di totalitarismo perché
noi non siamo più in grado di accettare il
diverso, l’altro. La concezione è che siamo una
cultura superiore, che è la moderna declinazione
del razzismo essendo quella classica dopo Hitler
diventata improponibile, e quindi abbiamo il
diritto e il dovere di portare le buone maniere
agli altri popoli. Questo è un totalitarismo
tanto più pericoloso perché inconscio, il
pericolo non è Bush o chi per lui, ma è Emma
Bonino, chi ci crede a queste cose, che noi si
sia possessori di diritti assoluti validi per
tutti. Ed è particolarmente doloroso perché noi
non veniamo solo come si dice dalla cultura
giudaico – cristiana, ma alle nostre spalle c’è
un’altra cultura messa in disparte che è la
cultura greca, la prima a riconoscere il diritto
di esistenza e di dignità dell’altro. Quando
Erodoto parla dei persiani li descrive come
crudeli, barbari, ma non si sognerebbe mai di
applicare i costumi greci ai persiani, i
persiani sono persiani, i greci sono i greci.
Invece noi abbiamo la pretesa di omologare
l’intero esistente alla nostra way of life.
Ripeto, questo quando si è in buona fede, in
malafede queste guerre hanno ragioni economiche.
Abbiamo bisogno di conquistare, essendo i nostri
mercati saturi, sempre nuovi mercati per quanto
poveri. Dopo il crollo dell’Unione
Sovietica le democrazie hanno avuto le mani
libere e hanno fatto tutte le guerre che hanno
voluto con i più vari pretesti, in Serbia c’era
la questione del Kossovo, in Afghanistan c’era
Bin Laden,sono
passati 11 anni e Bin Laden non c’è più da
tempo. In Libia c’era il dittatore, peraltro
corteggiato fino al giorno prima. Hanno potuto
esprimere nel modo più violento la propria
aggressività e i propri interessi che sono
interessi imperiali. Una volta le potenze quando
volevano una cosa mandavano le cannoniere e se
le prendevano. Adesso pretendiamo di fare la
guerra e di farla per il bene di coloro che
bombardiamo, uccidiamo, assassiniamo o
devastiamo, è una specie di Santa Inquisizione
planetaria ed è questo che è intollerabile,
l’ipocrisia di queste guerre. Le guerre si sono
sempre fatte, ma una volta avevano almeno quasi
una loro etica.
La Siria non la attacchiamo perché è protetta in
qualche modo dalla Russia e dalla Cina e questo
dice che i nostri interventi umanitari in realtà
non sono tali, noi interveniamo laddove non ci
sono rischi, dividiamo il mondo in figli e
figliastri. Alcuni devono essere puniti e altri
che ne fanno di peggio invece la passano liscia.
Chi attaccherebbe la Russia per il genocidio
ceceno, 250 mila morti e cioè un quarto della
popolazione? Qui viene dimostrata tutta
l’ipocrisia di questa storia dei diritti umani.
I diritti umani sono solo un grimaldello per
intervenire nei Paesi in cui ci interessa
intervenire.
Potrebbe essere che il prossimo bersaglio, ci
sono tamburi di guerra da tempo, sia l’Iran,
anche qui con giustificazioni che non hanno
alcun senso. L’Iran ha firmato il trattato di
non proliferazione nucleare, accetta le
ispezioni dell’IAEA
che sono le ispezioni O.N.U., l’agenzia che
regola le produzioni atomiche, e non ha mai
superato il 20 per cento di arricchimento
dell’uranio, per fare la bomba ci vuole il 90
per cento. Però è sotto scacco in continuazione.
Israele che ha la bomba atomica invece viene
lasciato assolutamente tranquillo. E’ una
politica di due pesi e due misure che incita
anche paesi musulmani, anche gente che non è
radicale a radicalizzarsi perché è talmente
evidente la politica dei due pesi e delle due
misure, la violenza che noi continuamente
esercitiamo che alla fine uno diventa
terrorista.
Sì se si attaccherà l’Iran sarà la Terza guerra
mondiale, è molto rischioso per le democrazie
attaccare l’Iran perché saltano anche tutte le
alleanze più o meno forzate che hanno con i
paesi cosiddetti moderati, che poi moderati
spessissimo non sono. Salterebbe l’alleanza con
la Giordania, l’Arabia Saudita, l’Egitto e
quindi sarebbe veramente la Terza guerra
mondiale ma una guerra particolare sperequata,
perché dalla nostra parte c’è questo armamento
straordinario e dall’altra ci sono popolazioni
da questo punto di vista molto più deboli, ma
anche molto più numerose. E’ abbastanza
grottesco da fuori Paesi seduti su arsenali
atomici incredibili facciano la voce grossa con
l’Iran perché ipoteticamente può fare l’atomica.
In realtà noi, inseguendo un pericolo
immaginario, cioè l’Afghanistan che non è mai
uscito dai suoi confini, che ha una tradizione
di non aggressività nei confronti dei Paesi
vicini, abbiamo creato un pericolo reale che è
il Pakistan perché questo radicalismo religioso
si è trasferito al Pakistan, solo che il
Pakistan, a differenza dell’Afghanistan che è
armato in modo antidiluviano, ha la bomba
atomica e non solo ma proprio per la sua
posizione di potenza regionale ha una concezione
politica molto meno localizzata di quanto abbia
l’Afghanistan. Quindi inseguendo un pericolo
immaginario, l’Afghanistan, ne abbiamo creato
uno reale, il Pakistan e se gli integralisti
prendessero potere in Pakistan sì allora
sarebbero cazzi acidi per tutti perché questi
hanno l’atomica, gli altri hanno il loro corpo e
qualche granata.
DIAZ
Gentile dottor
Antonio Manganelli, come capo della Polizia lei
avrà senz’altro visto il bellissimo film Diaz di
Daniele Vicari che sta riscuotendo un buon
successo di pubblico nelle sale.
L’ho visto
anch’io assieme a mio figlio che – posso
assicurarle – non è stato educato all’odio
contro le forze dell’ordine. Anzi, personalmente
ho sempre pensato e detto che, fino a prova
contraria, le forze dell’ordine sono dalla parte
del giusto. Eppure, all’uscita dal cinema, mio
figlio che ha 17 anni ha commentato: “Mi è
venuta una gran voglia di prendermela con i
poliziotti”. Ho cercato di spiegargli che quel
che accadde 11 anni fa al G8 di Genova è un
unicum, tant’è che ancora se ne
parla, al punto da farci un film. Che non tutti
i poliziotti sono come quelli ritratti da
Vicari. Anzi, la maggior parte prova per quelle
scene (purtroppo reali, documentate da
testimonianze e filmati e atti processuali) lo
stesso orrore che proviamo noi. E ogni giorno
migliaia di agenti rischiano la pelle per un
misero stipendio, catturando
killer della mafia addirittura con le proprie
auto, com’è accaduto ancora l’altro giorno in
Calabria, visto che le volanti sono spesso senza
benzina o arrugginiscono guaste nei garage per i
continui tagli al bilancio dell’ordine pubblico.
Ma temo di non averlo convinto.
E lo sa perché?
Perché alla fine del film una scritta
agghiacciante ricorda che decine di quegli
agenti e dirigenti violenti e deviati sono stati
condannati in primo e secondo grado per le
mattanze alla Diaz e a Bolzaneto (a proposito:
si spera che la Cassazione si sbrighi a
giudicarli, per evitare che la facciano franca
per la solita prescrizione), ma nessuno è stato
rimosso dal corpo. Qualcuno anzi ha fatto
addirittura carriera. Come
Vincenzo Canterini che, dopo la condanna in
primo grado a 4 anni per la Diaz, divenne
questore e ufficiale di collegamento dell’Interpol
a Bucarest. O Michelangelo Fournier, quello che
al processo parlò di “macelleria messicana”, che
dopo la prima condanna a 4 anni e 2 mesi ascese
al vertice della Direzione Centrale Antidroga. O
Alessandro Perugini, celebre per aver preso a
calci in faccia un ragazzo di 15 anni,
condannato in tribunale a 2
anni e 4 mesi per le sevizie di Bolzaneto e a 2
anni e 3 mesi per arresti illegali, e subito
dopo promosso capo della Questura di Genova e
poi dirigente di quella di Alessandria. Molti di
loro avrebbero subìto sanzioni ancor più pesanti
se l’Italia avesse recepito il reato di tortura,
cosa che non avvenne per la strenua opposizione
del Pdl e della Lega, guardacaso al governo nel
2001 e dunque responsabili politici e morali di
quel che accadde. Nemmeno il dirigente che portò
nella Diaz due molotov ritrovate altrove per
giustificare ex post l’ignobile pestaggio di
gente inerme fu cacciato dalla polizia. E
nemmeno quello che, come si vede nel film, si
ferì da solo per simulare un corpo a corpo con i
fantomatici “black bloc” che in quella scuola,
quella notte, non esistevano. Molti altri,
nascosti sotto l’anonimato del casco, non sono
stati identificati, dunque neppure processati.
È difficile non
pensare che gli agenti che si sono macchiati di
violenze gratuite negli ultimi anni, per esempio
in Val di Susa contro i No-Tav, possano essere
gli stessi che la passarono liscia per i fatti
di Genova, o altri loro emuli,
incoraggiati dall’impunità generale.
Lei, dottor Manganelli, 11 anni fa non era a
Genova e non può essere ritenuto responsabile di
quel che accadde. Ma oggi che la verità
processuale è sotto gli occhi di tutti, validata
dai due gradi di giudizio di merito (la
Cassazione deve pronunciarsi solo sulla
legittimità delle sentenze) e finalmente
immortalata da un film (era già tutto nel
documentario Bella ciao di Giusti, Torelli e
Freccero, ma la Rai vergognosamente lo censurò),
non può chiamarsi fuori. La prego, metta subito
alla porta chi si macchiò di quei crimini
orrendi. Ci aiuti a credere ancora nella Polizia
di Stato.
LA LIQUEFAZIONE
DI TUTTO E TUTTI. UN PAESE MARMELLATA DOVE
SCOMPAIONO I RIFERIMENTI, A COMINCIARE DAL 25
APRILE,E SI IMPASTA SU TUTTO:DAI PARTITI AZIENDA
AI LOCALISMI SFRENATI.
TEMPO SCADUTO
IL P(d)D : NASCE IL PARTITO
DELLA DIARREA
"La più
grossa novità della politica italiana"
annunciata dal Castoro della Libertà è il
Partito della Diarrea. Si
tratta di un partito "liquido", che
nascerà dopo il voto delle amministrative, come
ha sottolineato Alfano. Il primo
passo, suggerito da Minchionne, sarà la
divisione in due del Pdl, in puro stile
aziendale: una bad company e
una good company. Ci si lascia alle spalle il
Pdl, la "bad company" che non incontra
più il favore del mercato e non supererebbe il
10% alle elezioni politiche, per una good
company nuova di pacca. La good company dovrebbe
chiamarsi "Tutti per l'Italia" e essere
"pluriel", in sostanza riempire
l'Italia di liste civiche civetta.
La madrina di questo parto è la Santanchè che ha
ribadito "dobbiamo innovare, i vecchi
partiti non funzionano più, la gente non ne
vuole sapere". E innovazione sia.
Il Partito della Diarrea dovrebbe sbarcare in
Rete con una potenza di fuoco da fare
impallidire il Mastella da Ceppaloni dei vecchi
tempi e il "Forminchioni
Star" di YouTube. Alfano ha lanciato il
progetto Pdl 2.0 affidandolo a Antonio Palmieri,
affiancato da "Monty" Montemagno, da
Davide Tedesco, direttore della celebre
Political Digital Academy del Pdl,
Roberto Gasparotti e
Mariarosaria Rossi, frequentatrice di
Arcore.
Dal Corriere: "Ma tu stai venendo
qui?", chiede Maria Rosaria Rossi a Emilio
Fede. Il direttore del tg4 risponde che sarà nel
luogo dell'appuntamento non prima delle
21-21.15. Poi aggiunge: "Ho anche due amiche
mie...". "Che palle che sei -
risponde la Rossi - quindi bunga bunga, 2 di
mattina, ti saluto...". La Rossi è
un'imprenditrice di call center e ne ha
attrezzato uno spettacolare negli ex studi della
defunta
RedTv di D'Alema a Palazzo Grazioli.
Il mega call center è già
operativo e sta facendo dei carotaggi sugli
iscritti al Pdl per definire i messaggi
elettorali che saranno diffusi soprattutto con
gli SMS, l'ultima frontiera della comunicazione.
Non dovrebbe mancare il supporto di Luca di
Montezemolo e il prezioso contributo del suo
think tank "Italia
Futura" per il Partito della Diarrea.
Non vedo l'ora che comincino! Fate presto! Mi
scappa un'urgenza.
BANCHE ITALIOTE
SULL'ORLO DEL BARATRO
SE SCATTA LA
SVALUTAZIONE IMMOBILIARE A CASCATA PER LA CRISI
DEL SETTORE EDILE E' L'INIZIO DI UNA CATENA DI
BANCAROTTE!!!
A febbraio
2012 il settore delle costruzioni è crollato del
20,3% rispetto allo stesso mese del 2011. Si
tratta del dato peggiore da gennaio del 2009,
quando si registrò un tonfo del 23,3%. Lo
comunica l'Istat, precisando che il dato
corretto per il calendario mostra un calo ancora
peggiore, pari a -23%. In contemporanea, il
Censis calcola che per effetto dell'Imu a fine
anno il prezzo delle case si ridurrà del 20% con
punte superiori al 50%.
Rispetto a gennaio la produzione è scesa di ben
il 9,9%. A febbraio 2012, si legge nella nota
dell'Istat, l'indice destagionalizzato della
produzione nelle costruzioni è diminuito,
rispetto a gennaio 2012, del 9,9%. Nella media
del trimestre dicembre-febbraio l'indice è sceso
del 6,3% rispetto al trimestre precedente.
L'indice corretto per gli effetti di calendario
a febbraio 2012 ha registrato una diminuzione
del 23% rispetto allo stesso mese del 2011 (i
giorni lavorativi sono stati 21 contro i 20 di
febbraio 2011). Nella media dei primi due mesi
dell'anno la produzione è diminuita del 17,1%
rispetto allo stesso periodo dell'anno
precedente.
L'indice grezzo ha segnato infine un calo
tendenziale del 20,3% rispetto a febbraio del
2011. Nella media dei primi due mesi dell'anno
la produzione è diminuita del 14,2% rispetto
allo stesso periodo dell'anno precedente. Seppur
in una congiuntura da tempo negativa, la
produzione del settore costruzioni ha mostrato a
febbraio un netto peggioramento rispetto ai mesi
precedenti. A gennaio il calo tendenziale grezzo
era stato infatti del 7,4% e a dicembre del 6,7%
Coloro che non cercano un impiego, ma sono
disponibili a lavorare sono il triplo rispetto
al resto d'Europa. Anche per gli "scoraggiati"
si tratta del tasso più alto da 8 anni: sono
un milione e mezzo circa. In totale coloro che
aspirano a trovare un posto sono oltre 5
milioni. resta marcata la differenza tra
uomini e donne
L'ombra delle combine si
allunga anche sul calcio spagnolo. Una
emittente iberica ha dato stamani la
notizia che la Lega calcio spagnola (Lfp)
avrebbe denunciato alla Procura
anti-corruzione casi di combine relativi a
incontri del campionato di prima divisione
e riferito che anche l'Uefa sta indagando
su un giro sospetto di commesse legate ad
alcuni incontri
MADRID
- L'ombra delle combine
si allunga anche sul calcio spagnolo.
Una emittente iberica, Radio Cadena Ser,
ha dato stamani la notizia che la Lega
calcio spagnola (Lfp) avrebbe denunciato
alla Procura anti-corruzione casi di
combine relativi a incontri del
campionato di prima divisione e riferito
che anche l'Uefa sta indagando su un
giro sospetto di commesse legate ad
alcuni incontri. La radio non ha dato
alcuna indicazione sulle squadre
coinvolte e non ha citato le fonti di
queste informazioni, che più tardi sono
state smentite, almeno in parte dalla
lfp. Prima con una dichiarazione
dell'avvocato ed ex vicepresidente della
Lfp Javier Tebas Medrano, poi con una
nota ufficiale, la Lega ha dichiarato
che al momento non è stata fatta alcuna
denuncia alla Procura anti-corruzione in
merito a presunte irregolarità relative
allo svolgimento di incontri di prima e
seconda divisione in questa stagione. «Due
o tre settimane fa - recita ancora
la nota della Lfp - c'è stato un
incontro con il Procuratore Generale per
valutare eventuali situazioni di rischio
e coordinare azioni di prevenzione e
investigative».
FASE 2??
FASE 2 UN BEL CAZZO !!!
A quanto pare la linea morbidissima sembra
persuadere il cervello di Palazzi,
magistrato che solo un anno fa emise il
comunicato CONTRO CALCIOPOLI BIS CHE
PRESCRIVEVA L'INTER CON MOLTISSIMO LIVORE.
Oggi quel livore da testa di cazzo sembra
scomparso: aiutiamo i "poveretti" che
confessano e aiutano....
Arrivano i pentiti dello sport. Ma per
sapere se le sanzioni arriveranno prima
della fine di questo campionato "bisogna
prima stabilire la congruità della
sanzione". Stefano Palazzi, il procuratore
Figc, ha incontrato negli uffici della
Procura di Bari il procuratore Antonio
Laudati per acquisire gli atti d'indagine
sul calcioscommesse, in modo da dare il
via a quella seconda tranche d'inchiesta
che fa tremare diversi club,
Lecce e Bari su tutti.
"Terremo conto di chi ha avuto
atteggiamenti di collaborazione con
l'autorità giudiziaria - ha detto
all'uscita dell'incontro Palazzi - chi
contribuisce all'accertamento della verità
deve avere un riconoscimento". Ecco dunque
i collaboratori anche per la giustizia
sportiva, così come avviene in quella
ordinaria, anche se già in passato -
ricorda Palazzi - la Procura della Fgic ha
tenuto conto delle collaborazioni offerte
dalle persone coinvolte". "Ho l'obbligo di
dire - ha spiegato il procuratore - che
già oggi gli strumenti normativi di cui
disponiamo ci danno grandissime
possibilità perché dal 1 luglio 2007 è
stata prevista espressamente
nell'ordinamento sportivo della
federazione la possibilità per i soggetti
che collaborano con le indagini in sede
disciplinare di poter ottenere grandi
riconoscimenti sotto il profilo della
pena". Palazzi non ha risposto su
eventuali effetti sui campionati in corso:
"Dipende dal tipo di sanzioni richieste e
da tutte le procedure conseguenti".
Palazzi ha voluto ringraziare Laudati e il
pm Angelillis, titolare dell'indagine
barese, "per la gentilezza e la
disponibilità.
Ci hanno messo a disposizione - ha le
carte che materialmente saranno consegnate
la settimana prossima presso gli uffici
della Procura Federale. Appena le avremo a
disposizione la Procura si metterà
all'opera per verificare gli esiti e
rendere possibili gli eventuali
deferimenti". In merito alla
responsabilità oggettiva delle società
Palazzi ha precisato che "naturalmente le
riforme non riguardano la Procura ma gli
strumenti normativi attuali ci danno ampie
possibilità di operare. Inoltre se un
soggetto collabora davanti alla
magistratura ordinaria, la giustizia
sportiva ne tiene conto, molto spesso non
si tiene nella dovuta attenzione che
questa collaborazione può avere anche
effetti positivi sulle stesse società di
appartenenza dei tesserato", rilevando
ancora come collaborare sia meglio sia per
la giustizia ordinaria sia per quella
sportiva.
Un concetto ribadito da Laudati: "Abbiamo
finalmente stabilito un coordinamento
operativo tra giustizia sportiva e
giustizia ordinaria - ha commentato a sua
volta - per noi rilevante è il fatto che
numerose persone interrogate hanno dato
riscontro su fatti oggetto di indagine".
Laudati, ribadendo che chi contribuisce
all'accertamento della verità deve avere
dei vantaggi, spera "in ogni caso che
possa essere fatta piena luce su tutti i
fatti e - ha concluso - ancora una volta
credo che stia funzionando la squadra
Stato che opera all'unisono per
l'affermazione della legalità".
Nella conferenza stampa sugli arresti dei
tre ultrà del Bari, ieri, Laudati aveva
annunciato che la parte dell'inchiesta
sulla frode sportiva, quella che interessa
Palazzi, è ormai agli ultimi accertamenti
e potrebbe essere conclusa subito dopo la
fine del campionato. Non si sa quindi
quali e quante carte Palazzi potrà
ottenere. Si pensa però che saranno
numerose per dare nuovo materiale agli
inquirenti federali, che sperano di
ottenere quei tasselli mancanti per
completare le loro valutazioni sui club
momentaneamente stralciati dai deferimenti
partiti lunedì scorso.
Finora, infatti, il lavoro di indagine
della Procura di via Po si è basato sugli
atti della Procura di Cremona e sulle
testimonianze dei supertesti Carlo
Gervasoni, Vittorio Micolucci e Filippo
Carobbio.
Su parte delle loro confessioni si
basano i primi 83 rinvii a giudizio,
l'altra parte sarà unita al materiale di
Bari (comprese le ammissioni di Masiello,
ex difensore del Bari, ancora agli arresti
domiciliari su disposizione della
magistratura barese). La nuova ondata è
prevista per i primi di giugno con un
processo-bis al termine degli Europei di
calcio. E forse un ulteriore
Calcioscommesse-ter, necessario se dovesse
giungere nuovo materiale da Cremona, oltre
a quello già atteso da Napoli. La scadenza
è luglio: la Figc spera che si chiuda in
tempo per indicare alla Uefa le squadre
italiane da iscrivere alle Coppe europee.
Quello di Stafano Palazzi è il secondo
incontro a Bari con il procuratore Laudati,
dopo la "visita doverosamente
istituzionale", come lo stesso Palazzi la
definì, del 3 febbraio scorso. Ultras arrestati, minacce e
intimidazioni Vd
'Mettiamo una bomba a Repubblica' "La società non ha protetto i
giocatori" Foto:
Gli arrestati volevano comprare la squadra Foto:
Con l'accusatore Gillet, Cassano e Ventura
SCHEDE - Chi sono
Certo è che Bari e Lecce finiranno nei
guai. Rischiano l'incolpazione certa per
la responsabilità oggettiva e, soprattutto
i giallorossi, anche per quella diretta.
Il punto per i salentini sta chiaramente
nella vicenda Quarta-Masiello:
l'imprenditore salentino era, come
sospetta la procura di Bari, un emissario
della famiglia Semeraro o invece ha agito
in proprio magari per scommettere? Se
fosse vera la prima ipotesi, il Lecce
rischia anche la retrocessione (persino in
C qualora dovesse retrocedere sul campo).
Se invece è vera la seconda (i Semeraro
non hanno avuto alcun ruolo) il Lecce non
avrebbe nemmeno un punto di penalizzazione
per l'inchiesta di Bari. Rischierebbero
qualcosa invece per Cremona, dove agli
atti c'è il verbale di un pentito
ungherese che racconta di aver pagato
alcuni giocatori giallorossi perché
perdessero la gara con la Lazio, ultima
dello scorso campionato (2-4).
Andrà incontro invece a una penalizzazione
sicura il Bari (che si è salvato per
prescrizione per i fatti di Bari-Verona
del 10 giugno del 2007), dopo che i suoi
calciatori hanno alterato i risultati di
almeno cinque gare dello scorso campionato
di serie A. Responsabilità oggettiva
certa, quella diretta un po' più complessa
anche se i giocatori hanno raccontato di
aver avvisato allenatori e dirigenti delle
pressioni ricevute dai tifosi. Avvisi che
però non hanno avuto alcun seguito. La
penalizzazione sarà però importante ma
difficilmente verrà scontata su questa
stagione. Piuttosto ci sarà una partenza a
handicap nella prossima.
Via alla fase numero 2:
domattina, alle ore 10, il procuratore
Figc, Stefano Palazzi, sarà a Bari dove
incontrerà il capo della Procura della
Repubblica, Antonio Laudati. Fra i due ci
sono ottimi rapporti: tra l'altro Palazzi,
magistrato militare, è stato anche
auditore di Laudati. Non si sa ancora
quali e quante carte Bari potrà fare avere
a Palazzi, ma di sicuro si dovrebbe
trattare di un materiale più che
consistente, che riguarda fra l'altro i
due club pugliesi, il Bari e il Lecce. A
tremare anche la Sampdoria. Un altro
lavoro immenso quindi attende gli 007
della Figc che percepiscono solo 40 euro
al giorno (vero, presidente Abete?). Per
mettere a punto tutti i deferimenti
dell'altro giorno, Palazzi e il suo pool
hanno lavorato anche di notte: gli uffici
di via Po sono stati tenuti aperti "h 24"
venerdì, sabato e domenica scorsi. Ora,
come detto, la seconda ondata. Bari è
pronta a consegnare le carte, nessuna
notizia invece almeno per adesso da
Napoli. Di sicuro, nella seconda trance
saranno coinvolte altre squadre di serie
A, dopo Atalanta, Novara e Siena, già
rinviate a giudizio.
Alla fine potrebbero essere una decina ad
andare a processo, con responsabilità
diverse. Palazzi spera di chiudere la
nuova inchiesta entro giugno (ma dovrà
sentire tantissima gente): la Figc vuole
che i processi si concludano entro luglio,
in modo da poter presentare all'Uefa,
magari con un piccolo slittamento, già ai
primi di agosto la lista delle italiane
iscritte alle Coppe.
Da stabilire ora i tempi del primo
processo che si terrà all'Olimpico: di
sicuro dopo il 21 maggio, non prima. "I
playoff e playout per ora non slittano",
sostiene Andrea Abodi, presidente della
Lega di B. Ma è possibile che anziché il
30 maggio, partano qualche giorno dopo:
non si giocherebbe comunque a cavallo
della gare azzurre agli Europei (10, 14 e
18 giugno). La B rischia di essere
sconvolta. Così come la Lega Pro e qualche
club, magari retrocesso, potrebbe avere in
futuro seri problemi per iscriversi al
campionato. Un caos che durerà tutta
l'estate, ma quello che sta venendo fuori
da intercettazioni e verbali è
sconvolgente.
prima fase
Calcioscommesse,
arrestati ultras del Bari
chiesero ai giocatori di perdere tre partite
Operazione dei carabinieri del comando
provinciale del capoluogo pugliese. Contestato
il reato di violenza privata aggravata. Non ci
sarebbero collegamento con la criminalità
organizzata. A parlare delle richieste dei
tifosi l'ex centrocampista barese Marco Rossi,
ora al Cesena, e l'ex capitano Jean Francois
Gillet, ora portiere del Bologna
BARI
- Non sembra mai finire il baratro
in cui è caduto il calcio italiano, devastato
dal nuovo scandalo del calcioscommesse. E
quando non sono i calciatori a ideare e
sponsorizzare combine, sono i tifosi: i
carabinieri del comando provinciale di Bari
hanno eseguito una serie di arresti contro capi ultras della squadra biancorossa
che avrebbero chiesto ai giocatori di perdere
almeno tre partite per assicurarsi forti
vincite con le scommesse. Ai tre indagati
viene contestato il reato di concorso in
violenza privata aggravata. Dalle indagini - a
quanto si è saputo - non sarebbero emersi
collegamenti dei capi ultrà con ambienti della
criminalità organizzata, come invece si era
ipotizzato in un primo momento.
I capi della tifoseria finiti in manette sono
Raffaele Lo Iacono, Roberto Sblendorio
(portati in carcere) e Alberto Savarese (ai
domiciliari): da loro pretese e minacce per
costringere alla sconfitta in alcune partite
parlano negli interrogatori a cui sono stati
sottoposti nei mesi scorsi l'ex centrocampista
barese Marco Rossi, ora al Cesena, e l'ex
capitano del Bari Jean Francois Gillet, ora
portiere del Bologna. Entrambi hanno sostenuto
che le richieste degli ultrà furono respinte.
Gli arrestati sono accusati di aver tentato di
imporre ai calciatori, prendendone uno a
schiaffi, di perdere le successive gare di
serie ''A''. I fatti contestati si riferiscono
alla
stagione
agonistica 2010/2011, quando il Bari militava
ancora nella massima serie del campionato di
calcio ed ormai ultimo in classifica, era ad
un passo dalla sicura retrocessione in ''B''.
Sono tre le gare che i capi ultrà volevano
'far fruttare', con forti vincite col
calcioscommesse, puntanto sulle sconfitte
pretese dai biancorossi: si tratta di
Bari-Samp (23 aprile 2011, 0-1), che segnò la
retrocessione matematica dei biancorossi,
Cesena-Bari (17 aprile 2011, 1-0), Bari-Chievo
(1-2, del 20 marzo 2011). Rossi (ascoltato
come indagato) ha detto agli investigatori che
"poco prima della partita Cesena-Bari, alcuni
capi ultrà avevano intimato ai rappresentanti
dei giocatori, tra cui il portiere Gillet e lo
stesso Andrea Masiello, di perdere le
successive due partite di campionato, ovvero
Cesena-Bari e Bari-Sampdoria, in quanto
avevano essi stessi scommesso sulla sconfitta
del Bari".
Delle minacce ai calcatori scrive il gip di
Bari nel provvedimento restrittivo eseguito il
2 aprile scorso nei confronti di Andrea
Masiello, arrestato per altre indagini sul
calcio scommesse e per presunte combine per la
vendita di altre partite. Nel provvedimento
del giudice si sottolinea che l'ex portiere
del Bari, Gillet, ascoltato come testimone il
7 febbraio scorso, ha detto di aver ricevuto
"intimazioni" da alcuni "esponenti di vertice
degli ultrà" - riconosciuti in foto dall'ex
capitano biancorosso per Raffaele Lo Iacono,
Roberto Sblendorio e Alberto Savarese - solo
per l'incontro Cesena-Bari.
Secondo quanto dice Gillet a verbale, gli
ultrà avrebbero detto: "Aho, siete ultimi,
avete fatto questo campionato di...
non vi è mai successo niente, nessuno ha preso
mazzate e cose varie, domani dovete perdere.
Basta, non c'è stato niente da dire, così".
Noi - dice Gillet - abbiamo detto: "No, non
esiste". E loro hanno risposto: "Va beh, da
ora fino alla fine non si sa mai che cosa può
succedere, tu vivi a Bari, non si sanmai". Io
ho detto: "Non esiste". "E' sufficiente, in
ogni caso, consultare gli almanacchi del
calcio o la raccolta della stampa sportiva di
quel periodo - conclude il giudice - per
verificare che il Bari avrebbe comunque perso
sul campo per 1-0 entrambe quelle partite".
Scommesse, ci
sono i nomi
Deferite Atalanta, Novara, Siena, Sampdoria e
Pescara
Ecco le trecento
pagine che fanno tremare il calcio italiano / 1
Se hai difficoltà a
visualizzare il contenuto nel box qui sotto,
clicca su questo link
per scaricare la versione pdf del documento
completo
E
questa è solo la prima stangata. Adesso, quando
arriveranno le altre carte dalle procure (della
Repubblica) di Cremona, Bari e Napoli tremerà
anche la serie A. Potrebbero essere coinvolte
(dopo Siena, Atalanta, Bologna e Novara che sono
nel primo filone) anche Genoa, Lazio, Napoli,
Lecce, Chievo, Udinese. Almeno 10-11 club, metà
campionato. E non è detto che non salti fuori
qualche altra squadra. I club deferiti hanno
responsabilità diverse, dalla presunta alla
diretta (che porta all'ultimo posto in
classifica). Le decisioni di Palazzi arriveranno
verso fine maggio-primi di giugno. I processi in
luglio, prima del 2 agosto quando la Figc dovrà
dare all'Uefa l'elenco delle italiane iscritte
alle Coppe. E attenzione, le norme europee sono
durissime, basta essere "coinvolto" per essere
esclusi per una stagione. I club rischiano una
penalizzazione afflittiva, da scontare in questa
stagione o più probabile nella prossima. Nei
guai seri, quando usciranno le carte di Bari,
anche il Bari (Masiello ha confessato) e molti
club di Lega Pro. Inoltre saranno deferiti da
Palazzi e c. molti altri calciatori e
allenatori: rischiano, per omessa denuncia,
anche Conte, tecnico della Juve, Bonucci e Pepe.
Palazzi di solito chiede un anno o 8 mesi di
squalifica ma in caso di patteggiamento
potrebbero avere 4 mesi.
Le tre società di massima
serie a processo per presunti illeciti risalenti
alla passata serie B. Venti le società coinvolte
tra A, B, Lega Pro e dilettanti. Sessantuno i
tesserati nel mirino di Palazzi
ROMA -
Punite subito Atalanta, Novara e Siena
(rimane fuori il Chievo), squadre di A
coinvolte però per presunti illeciti risalenti
alla passata serie B. S'abbatterà subito un
terremoto sull'attuale classifica del
campionato cadetto: qui, a sorpresa, risalta
agli occhi il nome della Samp. Alle 13 verrà
reso tutto ufficiale dalla Figc: 300 pagine
che fanno tremare, migliaia di allegati per
motivare 83 deferimenti, solo i primi del
2012.
Sessantuno tesserati deferiti: Paolo Domenico
Acerbis, Andrea Alberti, Mirko Bellodi,
Cristian Bertani, Davide Caremi, Filippo
Carobbio, Mario Cassano, Edoardo Catinali,
Marco Cellini, Roberto Colacone, Alberto
Comazzi, Luigi Consonni, Kewullay Conteh,
Achille Coser, Federico Cossato, Filippo
Cristante, Andrea De Falco, Franco De Falco,
Alfonso De Lucia, Cristiano Doni, Nicola
Ferrari, Riccardo Fissore, Luca Fiuzzi,
Alberto Maria Fontana, Ruben Garlini, Carlo
Gervasoni,
Andrea Iaconi, Vincenzo Iacopino, Vincenzo
Italiano, Thomas Hervé Job, Inacio José
Joelson, Tomas Locatelli, Giuseppe Magalini,
Salvatore Mastronunzio, Vittorio Micolucci,
Nicola Mora, Antonio Narciso, Maurizio Nassi,
Gianluca Nicco, Marco Paoloni, Gianfranco
Parlato, Dario Passoni, Alex Pederzoli,
Alessandro Pellicori, Mirco Poloni, Cesare
Gianfranco Rickler, Gianni Rosati, Francesco
Ruopolo, Nicola Santoni, Vincenzo Santoruvo,
Maurizio Sarri, Luigi Sartor, Alessandro
Sbaffo, Mattia Serafini, Rijat Shala, Mirko
Stefani, Juri Tamburini, Marco Turati, Daniele
Vantaggiato, Nicola Ventola, Alessandro
Zamperini.
Ventidue club coinvolti fra serie A, B, Lega
pro e Dilettanti: AlbinoLeffe, Ancona, Ascoli,
Atalanta, Aversa, Cremonese, Delfino Pescara,
Empoli, Frosinone, Grosseto, Livorno, Modena,
Monza, Novara, Padova, Piacenza, Ravenna,
Reggina, Rimini, Sampdoria, Siena e Spezia.
CALCIO DISASTRO:
LA FACCIA DI MERDA
Scommesse, Palazzi pronto PER ANDARE A FARE IN
CULO !!!
La serie A è salva,NESSUN DEFERIMENTO, NIENTE DI NIENTE, POSSONO FARE
TUTTO IL CAZZO CHE VOGLIONO ALTRO CHE GIUSTIZIA:
PEZZI DI MERDA !!!
PALAZZI HA RICEVUTO DALLE PROCURE DI BARI E
CREMONA ENCICLOPEDIE DI INFORMAZIONI E
TESTIMONIANZE CHE RIGUARDANO L'INTERA SERIE A,
MA HA FATTO SPALLUCCE, PERCHE'??
A tutta velocità, con i
finestrini aperti e i capelli di Palazzi
sconvolti dal vento. E' questa l'immagine della
macchina della giustizia sportiva, lanciata a
tavoletta sulla pista piena di buche del calcio
scommesse. Non è però un'immagine allegra:
dietro ogni curva, anche quella svoltata ieri
con la prima tranche di deferimenti, c'è un
muro. E l'impressione è che la Federcalcio tutta
finirà presto per schiantarcisi contro.
Faremo bene e in fretta, aveva promesso a marzo
l'incauto Abete, presidente federale risvegliato
dal rumore del crollo dopo aver ignorato con
un'alzata di spalle mesi di orribili
scricchiolii. Faremo entro aprile, si era spinto
ad azzardare. Al netto di un trascurabile
ritardo di 10 giorni, ora c'è da chiedergli: sì,
ma faremo cosa, benedetti signori? Perché la
pirotecnica ondata di provveddimenti annunciati
ieri, decine di club e calciatori da processare
più o meno istantaneamente, non ha fatto in
realtà che confermare, nelle sue modalità, tutti
i timori sulla capacità delle strutture federali
di gestire uno scandalo lontanissimo dall'essere
ormai chiarito, con almeno tre procure ancora al
lavoro, processi sportivi istruiti contro
squadre e tesserati ancora nel mirino dei
magistrati, notizie fresche di giornata che
rischiano e rischieranno sempre più di
modificare, ampliare, chiarire la materia sulla
quale tra due settimane dovrebbero essere emessi
dei verdetti.
Si può fare bene qualcosa, in un contesto del
genere? No, non si può. Si può solo fare in
fretta. E nel caso specifico, si può solo fare
male. Basti pensare all'incredibile doppio
binario utilizzato già nella prima tranche di
provvedimenti: deferiti i club di B, stralciati
la maggior parte di quelli di A con la scusa
risibile dell'attesa di documenti da parte delle
procure di Bari e Napoli. Ma se nelle carte di
Cremona, le uniche a quanto pare prese in
considerazione da Palazzi, già compaiono a mazzi
partite e giocatori di A, come mai si è deciso
di aspettare, per loro e solo per loro, altro
materiale? Le regole, i criteri di indagine e di
giustizia, non dovrebbero essere uguali per
tutti? Perché se così fosse, la Figc avrebbe
dovuto avere il coraggio e la sincerità di dire:
signori, prima di avere tutto il materiale dalle
procure, i processi sportivi non si fanno per
nessuno, a costo di partire l'anno prossimo con
campionati sub judice, a costo di spostarne
l'inizio, a costo di fermarsi. Faremo bene, e
basta.
C'era certo anche un'altra possibilità, non
contemplata dai santoni che governano il calcio
italiano, gli stessi che per un semplice,
purissimo principio di responsabilità
(oggettiva) avrebbero già da tempo dovuto
lasciare ad altri i loro posti ammettendo
l'incapacità di controllare e proteggere un
patrimonio di tutti gli italiani. Costoro
avrebbero potuto chiedere di trattare la materia
scommesse come fu trattata calciopoli: come un
evento devastante e dunque straordinario, non
certo gestibile dal valoroso Palazzi e dalla sua
truppa di inquirenti a cottimo. Avrebbero potuto
chiedere, in previsione del disastro che ora
fronteggiano vivendo alla giornata,
semplicemente aiuto. Faremo bene e presto, hanno
invece detto i maestri dello slogan. E poi si
stupiscono se gli stessi magistrati, scuotendo
la testa, pensano e dicono che il calcio per
ripartire avrebbe una sola, impensabile e
avvilente possibilità: l'amnistia.
"Stragi,
E' lo Stato ad avviare la trattativa con la
mafia. Forza Italia non fu il mandante....per
ora..."
Nelle 547 pagine
della motivazione della sentenza che ha
condannato all'ergastolo il boss palermitano
Francesco Tagliavia i giudici descrivono il
movente di Cosa Nostra e spiegano come si arrivò
ai contatti tra emissari dei clan e quelli delle
istituzioni
...PERCHE' FORZA ITALIOTA NON C'ENTRA CON
LA MAFIA....Condello, De Stefano, Valle,
Tegano,nomi altisonanti della nuova n'drangheta
in espansione internazionale che ha scalzato
la vecchia n'drangheta localista dei
Crisafulli, dei Morabito...Gli
inviti sono stati spediti da giorni. Alla cena
elettorale del Pdl ci saranno imprenditori e
politici. A far da quinta un’antica villa
romana. L’attesa è tutta per Silvio
Berlusconi. E’ il 26 novembre 2009.
Da poco più di un anno il Cavaliere siede
sulla poltrona di presidente del Consiglio.
Qualcosa, però, in quella sera d’autunno non
torna. Sulla lista degli ospiti c’è un nome da
tempo nel mirino degli investigatori:
si tratta di Giulio Lampada,
braccio finanziario della potente cosca
Condello, oggi in carcere. Il dato è messo
agli atti dell’ultima inchiesta sui clan in
Lombardia. Carte che raccontano come la
‘ndrangheta per due volte nel 2009 sia stata a
un passo dal sedere a tavola con Berlusconi.
La prima volta il 18 maggio,
quando in una villa lombarda un tesoriere del
Pdl invita alla corte del premier il boss
Paolo Martino, poi arrestato
nel 2011. La seconda il 26 novembre,
quando assieme a Giulio Lampada ci sarà il
consigliere regionale calabrese
Francesco Morelli, un politico legato
al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
E proprio grazie alle buone entrature dello
stesso Morelli, l’uomo della ‘ndrangheta
otterrà “la documentazione” per sedersi a un
tavolo così importante. Peccato che due anni
dopo, il 30 novembre 2011, sia Lampada che
Morelli finiranno in carcere: il primo per
mafia, il secondo per concorso esterno. Un
reato, quest’ultimo, sempre più difficile da
dimostrare penalmente, ma che sempre mette in
rilievo l’incapacità dei politici di
selezionare i propri interlocutori.
La vicenda Lampada ne è un esempio. Lui, dopo
quell’invito a cena, diventerà protagonista
dell’indagine milanese sui colletti bianchi.
A ridosso del Natale scorso,
l’inchiesta fa scattare le manette anche per
il giudice Vincenzo Giglio e
per l’avvocato Vincenzo Minasi.
In quel momento si percepisce la capacità
delle cosche di accedere nelle stanze del
potere. Il gip Giuseppe Gennari
la spiega con il “meccanismo delle conoscenze
concatenate” attraverso le quali “i Lampada
possono entrare in contatto con personaggi di
rilievo governativo”. Personaggi come l’ex
premier. Intanto, venti giorni dopo gli
arresti, l’avvocato Minasi inizia a parlare
con i magistrati chiarendo la cena del 26
novembre. Al legale, originario di
Palmi, viene chiesto conto di
un’intercettazione dove si parla di una certa
documentazione. Cosa significa? “E’
esattamente la cena con Berlusconi”, inizia il
legale. Quindi spiega: “La documentazione si
riferisce all’accredito che Lampada ha fatto
tramite Morelli”.
L’avvocato, accusato di concorso
esterno in associazione mafiosa,
ribadisce il concetto: “Che la cena fosse col
Presidente Berlusconi è fuori discussione”.
Anche se, secondo lui, all’ultimo momento
l’incontro “slittò per impegni di Berlusconi”.
“Il presidente era arrabbiato”, dirà proprio
per questo Lampada al telefono mentre la
polizia intercetta tutto. Resta il fatto che
Lampada nel mondo politico della Capitale è di
casa. Solitamente alloggia all’hotel
Parco dei Principi. In città ha
intrecciato relazioni importanti. E già il 13
novembre 2009, due settimane prima dell’invito
a cena con il Cavaliere, è a Roma. Obiettivo:
ottenere appoggi con i dirigenti dei Monopoli.
Il settore che lo ha reso un imprenditore di
successo è, infatti, quello dei
videopoker.
Ora il colletto bianco dei clan tenta di
ottenere la licenza direttamente dallo Stato.
Quel giorno ha un appuntamento con un
funzionario. Il tutto grazie alla mediazione
dell’onorevole Mario Valducci,
collaboratore di Berlusconi della prima ora e
fondatore con lui di Forza Italia.
Valducci non è indagato. Ma gli sforzi di
Lampada per entrare i contatto con il
centro-destra vengono descritti dal gip con
parole dure: “L’ambiente
politico (…) è caratterizzato da un
sistematico scambio di favori e di reciproche
influenze per il perseguimento di interessi
solamente privati”. Tanto più che “il
passaggio sulle possibili tangenti necessarie
per oliare i meccanismi dei Monopoli è
altamente verosimile”. Per il giudice non è un
caso che in quel periodo lo stesso Morelli,
attivissimo nel sollecitare i contatti con
Valducci, abbia “ottenuto il pagamento di 50
mila euro dai Lampada”.
Insomma, la ‘ndrangheta
dimostra la sua capacità di penetrazione nei
partiti. E’ la teoria delle amicizie
concatenate. Da un lato la politica romana (e
milanese), dall’altro Francesco Morelli, “uno
che – dirà Lampada – conosce anche le pietre”.
Ed è proprio il consigliere regionale che il 3
febbraio scorso verbalizza i passaggi che
precedono la cena di partito. “In mattinata
vado al Parco dei Principi, ove lui (Lampada,
ndr) alloggiava”. L’imprenditore sale a bordo
dell’auto del politico. “Abbiamo proseguito
regolarmente – dice Morelli – e mi sono
fermato al Corpo forestale dello Stato”.
Subito dopo Lampada chiede al consigliere di
tornare in albergo. “Lo abbiamo
riaccompagnato”.
Insomma il contatto tra il premier
e il presunto boss, secondo lui, è
stato mancato per un soffio. Esattamente come
era accaduto il 18 maggio in occasione di una
cena che si teneva a villa Germetto
a Lesmo. A organizzarla Luca Giuliante,
avvocato di Lele Mora e
all’epoca tesoriere regionale del Pdl. Scopo:
finanziare la campagna elettorale di
Guido Podestà. Solo
quaranta gli ospiti, tra loro ci sarebbe
dovuto essere Paolo Martino,
legato alla cosca De Stefano, assente
all’ultimo momento. L’invito arriva da
Giuliante che raccoglie i desiderata dell’ndranghetista
di poter incontrare l’ad di Impregilo e
presidente di Bpm Massimo Ponzellini.
Questo l’abboccamento telefonico
dell’avvocato: “Siccome tu mi avevi chiesto se
era possibile creare delle condizioni per
conoscerlo, forse questa è la volta buona”. La
solita teoria delle amicizie concatenate con
le quali la ‘ndrangheta ha lanciato un’opa
mafiosa alla politica italiana.
"Una trattativa indubbiamente ci fu e venne,
quanto meno inizialmente, impostata su un do
ut des. L’iniziativa fu assunta da
rappresentanti delle istituzioni e non dagli
uomini di mafia".
La corte di assise di Firenze ha depositato le
motivazioni della condanna all’ergastolo del
boss palermitano Francesco Tagliavia per le
stragi del 1993 di Roma, Firenze e Milano, e
dedica quasi 100 delle 547 pagine della sentenza
alla ricostruzione del movente degli attentati e
alla trattativa avviata all’indomani della
strage di Capaci del 23 maggio ‘92 fra Cosa
Nostra e istituzioni. L’obiettivo che le
istituzioni si prefiggevano, quantomeno
all’avvio dei contatti, fu —a giudizio della
corte di assise — quello "di trovare un terreno
di intesa con Cosa Nostra per far cessare la
sequenza delle stragi. E’ verosimile che tutti
gli apparati, ufficiali e segreti, dello Stato
temessero sommamente altri devastanti attentati
dopo quello di Capaci, nella consapevolezza che
in quel momento non si sarebbe saputo come
prevenirli e questo anche perché..., nonostante
gli sforzi encomiabili di tutte le forze di
polizia, si brancolava abbastanza nel buio,
soprattutto sul piano dell’intelligence".
Secondo i magistrati fiorentini, l’uccisione di
Paolo Borsellino e della sua scorta, il 19
luglio ’92, fu "una variante anomala".
E l’idea di colpire i monumenti fu suggerita da
elementi esterni alla mafia, probabilmente da
Paolo Bellini, oscuro personaggio vicino al
terrorismo nero e ai servizi. La corte d’assise,
che durante il processo ha sentito gli ex
ministri Giovanni Conso e Nicola Mancino,
conclude che "dalla disamina delle dichiarazioni
di soggetti di così spiccato profilo
istituzionale esce un quadro disarmante che
proietta ampie zone d’ombra sull’azione dello
Stato nella vicenda delle stragi". Riguardo ai
"nuovi referenti" indicati da Spatuzza e da
altri collaboratori, e cioè Silvio Berlusconi e
Marcello Dell’Utri, la corte parla di "gravi
affermazioni" sul loro conto, che tuttavia al
momento non hanno ricevuto uan verifica
giudiziaria, "neanche interlocutoria" e, stando
alle risultanze del processo fiorentino,
conclude : "Non ha trovato consistenza l’ipotesi
secondo cui la nuova 'entità politica' che stava
per nascere si sarebbe addirittura posta come
mandante o ispiratrice delle stragi".
VI RICORDATE IL RASTRELLAMENTO DELLE N'DRINE
DEL LUGLIO 2010? BENE, BEN 34 ASSOLUZIONI E PENE
DIMEZZATE A TUTTI!!!
E’ stato un processo dimezzato quello conclusosi
oggi a Reggio Calabria. Il gup, Giuseppe
Minutoli, ha assolto trentaquattro
indagati e ha ridotto a 10 anni di reclusione la
pena per Domenico Oppedisano,
il capo assoluto della ‘ndrangheta. Il pm aveva
chiesto 20 anni.
Tra le pene più importanti c’è quella di
Giuseppe Commisso, condannato a 14 anni
e 8 mesi di reclusione. Fondamentali per le
indagini erano state le intercettazioni nella
sua lavanderia a Siderno, nella Locride, dove
parlava di ‘ndrangheta’ pensando di essere al
sicuro.
Tra i personaggi chiave dell’indagine c’è
Domenico Oppedisano, considerato dai magistrati
della Dda di Reggio Calabria il “capo crimine”,
ovvero una figura di congiunzione tra i tre
“mandamenti” jonico, centro e tirrenico e con le
altre locali di ‘ndrangheta installate nelle
regioni del Nord Italia e all’estero. Il gup lo
ha condannato a 10 anni di reclusione ( i pm
avevano chiesto la condanna a 20 anni).
Le condanne inflitte dal gup Minutoli sono
sensibilmente più basse rispetto a quelle
richieste dalla Procura. Alla lettura della
sentenza nell’aula bunker di Reggio Calabria
c’erano i procuratori aggiunti Michele
Prestipino e Nicola Gratteri,
e i sostituti Antonio De Bernardo,
Maria Luisa Miranda e
Giovanni Musarò.
Il
gruppo rende ufficiale una
scelta annunciata, "per
concentrasi sul core business
e ridurre l'indebitamento".
Nulla di ufficiale sul fronte
dei compratori, Ruffini e
Lerner si dicono tranquilli
sul futuro dell'emittente. A
606 milioni di euro l'utile
dell'azienda telefonica nel
primo trimestre 2012.
Telecom Italia esce dal
settore dei media, dove è
presente fra l’altro con
l’emittente televisiva La7.
Il consiglio di
amministrazione dell’azienda
ha deliberato l’avvio del
processo di dismissione
delle attività che fanno
capo a Telecom Italia Media,
controllata al 77% dal
gruppo. Una decisione
presa “nell’ambito del
processo di focalizzazione
sulle attività
core ribadito nel piano
industriale 2012-2014. Tale
dismissione contribuirà al
conseguimento dei target di
riduzione dell’indebitamento
già annunciati”.
Si
dice tranquillo anche Gad
Lerner, conduttore di punta
della rete: “E’ un progetto
che da un paio d’anni viene
perseguito riservatamente,
oggi diventa ufficiale. Non
sono preoccupato, perché
sono convinto che La 7 ha
conquistato un ruolo tale
nel mercato televisivo, per
consistenza e autorevolezza
che può preludere solo ad
uno sviluppo futuro”. Quanto
al possibile compratore,
“sono le classiche vicende
in cui si fanno nomi quando
non c’è nulla di
consistente, le trattative
si svolgono nella
riservatezza, non è un’asta
pubblica. I nomi che
circolano lasciano il tempo
che trovano, più si fanno
nomi più sono lontane le
decisioni”.
Quanto
ai dati di bilanci, diffusi
in una nota, Telecom Italia
chiude il primo trimestre
del 2012 con una crescita
dell’utile del 10,4% a 606
milioni di euro e con ricavi
per 7,39 miliardi (+4,5%).
Il presidente
Franco Bernabè:
si è detto soddisfatto del
“decisivo miglioramento del
trend dei ricavi domestici,
nonostante il difficile
contesto macroeconomico,
unito al positivo apporto
delle attività
internazionali. Quanto
all’obiettivo di riduzione
del debito, alla base della
decisione di dismettere
Timedia, secondo Bernabè “la
generazione di cassa attesa
nei prossimi mesi ci
permetterà di raggiungere il
target di fine 2012 pari a
circa 27,5 miliardi di
euro”.
L'azienda
presieduta da Fedele
Confalonieri vede sprofondare i
guadagni, scendere i ricavi e
collassare la raccolta
pubblicitaria sia in Italia che
in Spagna. Chiuso il primo
trimestre del 2012 con un utile
netto di 10,3 milioni di euro,
in forte calo rispetto ai 68,4
milioni dello stesso periodo del
2011
Brutte notizie
per Mediaset sia in Italia che
in Spagna: crolla l’utile,
scendono i ricavi e collassa
la raccolta pubblicitaria. Il
gruppo dell’ex premier
Berlusconi ha chiuso il primo
trimestre del 2012 perdendo
più di 50 milioni di euro
rispetto all’anno precedente.
L’utile netto odierno infatti
è di 10,3 milioni di euro,
rispetto ai 68,4 milioni dello
stesso periodo del 2011. I
ricavi scendono del 12 per
cento, da 1,112 miliardi a 977
milioni. Tra gli altri dati,
il risultato operativo passa
da 135,8 a 38,9 milioni, la
redditività operativa scende
dal 12,2 per cento al 4 per
cento, l’indebitamento
finanziario netto passa da
1,775 miliardi a fine 2011 a
1,675 miliardi.
In Italia
l’azienda, come previsto dal
piano di efficienza triennale
varato nella seconda metà del
2011, sta inoltre attuando il
programma di riduzione
dei costi di
funzionamento di tutte le
principali aree aziendali che
crescerà progressivamente fino
al 2014 quando si assesterà su
un risparmio costante di 250
milioni di euro all’anno.
In borsa il
titolo in un anno ha subito
una forte contrazione. A
Piazza Affari Mediaset
Spa un anno fa si
attestava a 4,346 punti, oggi
a 1,638. A Madrid invece
Mediaset Espaða Comunicacion
S.A è passato da 6,653 punti a
3,339.
In mancanza di
segnali di miglioramento sul
mercato, il gruppo televisivo
conferma la previsione di
chiudere il bilancio con un
risultato netto inferiore a
quello dell’anno scorso. In
Italia i ricavi netti
consolidatisi sono attestati a
760,2 milioni da 846,3
milioni: in particolare
la raccolta
pubblicitaria lorda
ha registrato un calo del
10,2% a 622,7 milioni, i
ricavi Mediaset
Premium sono scesi a
131,1 milioni (da 135 milioni)
mentre i ricavi EI Towers sono
saliti a 56,1 milioni (da 38,6
milioni). La raccolta
pubblicitaria lorda
complessiva di Publitalia ’80
e Digitalia ’08, comprensiva
anche dei canali digitali pay
e dei contenuti video
distribuiti sul portale web
Mediaset.it, raggiunge i 622,7
milioni di euro contro i 693,3
milioni di euro del primo
trimestre 2011 (-10,2%). I
ricavi da attività
caratteristica Premium
-vendita di carte, ricariche,
abbonamenti Easy Pay- si sono
attestati a 131,1 milioni
rispetto ai 135 milioni del
2011, bene invece per i ricavi
Ei Towers hanno raggiunto i
56,1 milioni rispetto ai 38,6
del primo trimestre 2011.
Per quanto
riguarda la Spagna,
invece, nei primi tre mesi del
2012 i ricavi netti
consolidati generati dal
Gruppo Mediaset España hanno
raggiunto i 218 milioni di
euro rispetto ai 266,1 milioni
dello stesso periodo dell’anno
precedente. I ricavi
pubblicitari televisivi si
sono attestati a 221,3 milioni
rispetto ai 267,1 milioni del
primo trimestre 2011 L’Ebit
spagnolo è stato pari a 20,4
milioni (46,6 milioni di euro
nel primo trimestre 2011),
mentre l’utile netto è stato
pari a 21,2 milioni rispetto
ai 40,1 milioni dei primi tre
mesi del 2011.
In una nota del
gruppo si legge: “La fase
recessiva nella quale si
trovano sia Italia che Spagna
continua a condizionare
l’andamento del mercato
pubblicitario in entrambe le
aree geografiche presidiate e
determina un andamento ancora
sostanzialmente in linea con
quello dei primi tre mesi”.
IL PROSSIMO PASSO SONO LE MANETTE,
CI RIUSCIRANNO??
Mentre è in corso
il consiglio di amministrazione di
Fonsai, che dovrebbe decidere
sulla mega operazione di fusione
con Unipol, la Guardia di finanza
ha sequestrato il 20% di Premafin
nei paradisi fiscali che, secondo
le ricostruzioni della Consob,
farebbe capo a Salvatore Ligresti.
Il pacchetto è all'estero da molti
anni anche se la famiglia Ligresti
ha sempre dichiarato di non essere
titolare di queste azioni,
intestate a trust con sede in
Lussemburgo e ramificazioni nei
paradisi fiscali.
Secondo quanto è stato reso noto
oggi, i finanzieri del Nucleo di
Polizia Tributaria della Guardia
di Finanza di Milano stanno
eseguendo un decreto di sequestro
preventivo emesso dal Giudice per
le indagini preliminari del
Tribunale di Milano, Roberto
Rinaldi, di tutte le azioni
intestate, direttamente e
indirettamente, a due trust di
diritto estero, risultate essere
complessivamente pari al 20% di
Premafin.
L'indagine diretta
dal pm milanese, Luigi Orsi,
spiega una nota del Comando
Provinciale di Milano della
Guardia di Finanza, "ha permesso
di riscontrare che il valore del
predetto titolo (cioè di Premafin,
ndr) sarebbe stato oggetto di
manipolazione per il tramite delle
partecipazioni detenute da enti
controllati dai citati trust,
provocandone una sensibile
alterazione del prezzo delle
azioni".
Non sorprende quindi che Salvatore
Ligresti risulti indagato dalla
Procura di Milano per aggiotaggio
in concorso con Giancarlo De
Filippo l'uomo d'affari monegasco
al quale la procura riconduce i
due trust off shore sui quali sono
depositati il 20% di azioni
sequestrate oggi.
Nella richiesta di fallimento per
le holding Sinergia e Imco il pm
Luigi Orsi scriveva di manovre per
provocare in modo artificioso il
rialzo del titolo. Le azioni
sarebbero state comprate da 2
trust gestiti da Giancarlo De
Filippo ritenuto vicino alla
famiglia. L’inchiesta ha
permesso di riscontrare che il
valore del predetto titolo sarebbe
stato oggetto di manipolazione per
il tramite delle partecipazioni
detenute da enti controllati dai
citati trust, provocandone una
sensibile alterazione del prezzo
delle azioni.
I due trust delle Bahamas sono
Evergreen e Heritage
e, secondo i magistrati, sono
stati gestiti negli ultimi due
anni da De Filippo, collaboratore
di Ligresti. Per Heritage è stato
soltanto un trustee (cioè un
amministratore), per Evergreen un
asset manager, una sorta di
gestore di patrimoni (di fatto
investiva le azioni). La genesi di
questa quota “misteriosa” risale
al 1993, quando tra gli azionisti
di Premafin compare con l’8,6% la
Mapam, un trust riconducibile a
Ligresti, che proprio in quell’anno
aveva comunicato la riduzione
della quota in Premafin
‘ufficiale’ dal 74,52% al 50,01%.
Dopo il 2003 Mapam ha girato le
azioni a un primo trust, The
Silver Spring, e in seguito a The
Heritage Trust, a cui ora fa capo
il 12,149% di Premafin. La stessa
Mapam risulta promotore di The
Ever Green Security Trust, che
almeno dal luglio 2004 risultava
controllare indirettamente oltre
il 14% di Premafin, e che ora
risulta avere il 7,845%.
La Consob ha rilevato che nel
periodo compreso fra il 2 novembre
2009 e il 16 settembre 2010 le
società che fanno capo a questi
due trust hanno comprato tutti i
giorni in chiusura di borsa azioni
Premafin.
Un’attività, quella di acquisto di
azioni Premafin in chiusura di
scambi, quando il titolo è
particolarmente sensibile e
influenzabile, che è stata
condotta in maniera
così sistematica che i trust, di
fatto, non vi hanno guadagnato
nulla, ma, ad avviso della
Procura, a beneficiarne sarebbe
stata proprio la famiglia Ligresti.
Secondo la Consob, i trust sono
stati costituiti nel 1993
da Salvatore Ligresti e fino al
2003 sono riferiti allo stesso
Ligresti. Da ciò ne conseguirebbe,
ad avviso degli inquirenti, che De
Filippo non avrebbe agito in
autonomia da Ligresti. Elemento
che si evincerebbe dal fatto che
De Filippo ha investito il 60% su
Premafin. Ma non è tutto.
L’intermediario cui De Filippo ha
dato l’incarico di acquistare
titoli è Niccolò Lucchini,
di Lugano, che lo stesso
De Filippo ha dichiarato essergli
stato presentato da Ligresti.
Il reato che si verrebbe dunque a
delineare per entrambi è quello
di aggiotaggio preventivo. La
necessità di sequestrare le azioni
di Premafin è emerso dal fatto che
si tratta di quelle in grado di
influenzare il mercato.
Fondiaria Sai: i pm chiedono il
fallimento della società
cassaforte di Ligresti :lo scopo è
trascinare in tribunale i Ligresti
per bancarotta fraudolenta
Richiesta della Procura di Milano
che potrebbe indagare anche per
bancarotta fraudolenta. Per i
magistrati i debiti delle due
holding ammonterebbero a circa 400
milioni di euro. Una delle due
(Sinergia) detiene il 20 per cento
di Premafin, a un passo
dall'accordo con Unipol
La Procura di
Milano ha chiesto il fallimento
delle holding private della
famiglia Ligresti
Sinergia e Imco.
La richiesta di fallimento è
stata inoltrata ieri mattina
alla sezione fallimentare dal pm
milanese Luigi Orsi
titolare dell’inchiesta sul
gruppo Ligresti. Sinergia, la
cassaforte della famiglia
dell’ingegnere di Paternò,
detiene il 20% di Premafin,
oltre a una serie di terreni e
proprietà immobiliari, mentre
Imco è la società di costruzioni
del gruppo. Ora si tratta di
capire quali possano essere le
conseguenze della richiesta di
fallimento sull’operazione di
salvataggio di
Premafin-Fonsai.
L’udienza potrebbe tenersi già
tra un mese circa al tribunale
fallimentare di Milano.
Ammonterebbe a oltre 100 milioni
di euro il deficit patrimoniale
di Sinergia-Imco le holding
della famiglia Ligresti per le
quali ieri la procura di Milano
ha chiesto il fallimento.
Secondo le valutazioni della
magistratura a fronte di attivi
derivati dagli immobili che si
aggirano attorno ai 290 milioni,
i debiti delle società sono di
circa 400 milioni.
La richiesta di fallimento da
parte della Procura di Milano
delle holding della famiglia
Ligresti Sinergia-Imco spalanca
le porte anche alla possibilità
dei magistrati di procedere,
sotto il profilo penale, con
un’inchiesta per bancarotta
fraudolenta.
La decisione da parte della
Procura di presentare l’istanza
di fallimento è arrivata dopo
che è stata verificata
l’impossibilità, per la mancanza
di un accordo tra i creditori,
di approvare un piano di
risanamento (ai sensi
dell’articolo 67 della legge
fallimentare). La situazione
delle società è molto
preoccupante e in assenza di un
concordato preventivo o un
accordo ai sensi di un altro
articolo della legge
fallimentare (il 182/bis), il
fallimento delle società pare
inevitabile.
E’ presto per capire quali
saranno gli impatti della
richiesta di fallimento di
Sinergia-Imco su Premafin, la
controllante del gruppo Fonsai
di cui il 20% del capitale è in
mano a Sinergia. Certo, il
fallimento di una controllante è
molto pericoloso per la società
controllata. Ai Ligresti resta
comunque in mano un 30% di
Premafin attraverso un sistema
di holding lussemburghesi,
mentre un altro 20 della società
è detenuto dai 2 trust off share
che la Consob ritiene
riconducibili alla famiglia
siciliana. L’articolo 67 della
legge fallimentare, sul quale le
banche creditrici delle holding
non hanno trovato un accordo,
prevede la predisposizione di un
piano di risanamento che non
transita dal tribunale e non è
sottoposto al controllo
giudiziario, ma si realizza
attraverso provvedimenti interni
all’impresa.
La trattativacon Unipol.
L’effetto non si limita alle due
holding. La stessa Premafin sta
ancora trattando per entrare in
sinergia con Unipol. E peraltro
proprio ieri sera si era
registrato un colpo di scena,
perché Unipol ha proposto di
fissare già al 66,7 per cento la
quota che la compagnia
assicurativa bolognese avrà nel
nascente maxi polo assicurativo.
Proposta che ha spiazzato
Fondiaria Sai, tanto che i
consigli d’amministrazione della
Fonsai e della Milano
Assicurazioni vengono definiti
dall’esito “aperto”. La
decisione dei due board non è
insomma così “scontata”. Il cda
Premafin tornerà a riunirsi dopo
quelli di Fonsai e Milano.
L’impero
Ligresti affonda in borsa, per
Fonsai e Premafin perdite da
record
La holding del finanziere
siciliano sta letteralmente
agonizzando sotto il peso di 368
milioni di euro di debiti e
rischia seriamente il fallimento.
Anche per questo la procura sta
indagando su eventuali danni
finanziari
Giornata
nera, anzi, nerissima per la
sempre più tormentata Fondiaria
Sai e la sua controllante
Premafin. Sotto il peso di un
presente fatto di conti in rosso
e schiacciate dalle ombre
relative ad un futuro non ancora
del tutto chiaro tanto per loro
quanto per la famiglia
Ligresti, le due
compagnie cedono oggi
percentuali record a Piazza
Affari segnando ribassi da
incubo. Poco prima delle 14,
Fonsai perdeva circa il 9%
mentre Premafin lasciava sul
terreno 11,54 punti. Male anche
Unipol (-3,97%), artefice
designata dell’intervento di
salvataggio che dovrebbe
garantire un futuro a compagnia
e controllante.
Ricapitolando: Fonsai ha chiuso
il 2011 con circa 1 miliardo di
euro di perdite. Un risultato su
cui pesano le svalutazioni
emerse con le operazioni
immobiliari effettuate proprio
dalla famiglia Ligresti,
azionista del gruppo ma anche
controparte delle operazioni
stesse. Un sostanziale conflitto
di interessi, insomma, che desta
sospetti e che ha spinto il pm
Luigi Orsi
della procura di Milano ad
avviare un’indagine su eventuali
danni finanziari. Un’indagine
che arricchisce di un nuovo
capitolo il romanzo delle
avventure giudiziarie di
Salvatore Ligresti, già sotto
processo con l’accusa di
corruzione nella vicenda della
trasformazione urbanistica
dell’area di Castello di Firenze
per la quale, ieri, è arrivata
anche la requisitoria del
pubblico ministero
Gianni Tei che ha
chiesto una condanna di 3 anni e
6 mesi per lo stesso Ligresti.
La
famiglia dell’immobiliarista
siciliano controlla Fonsai
attraverso la sua holding
Premafin con una quota
effettiva, ha scoperto di
recente la Consob,
che tra partecipazioni dirette e
complesse acrobazie bahamensi si
attesta attorno al 70%. Premafin,
come noto, ad oggi sta
letteralmente agonizzando sotto
il peso di 368 milioni di euro
di debiti e rischia seriamente
il fallimento. Un’ipotesi,
quest’ultima, rilanciata oggi
dal quotidiano Milano Finanza
secondo il quale a scongiurare
questa eventualità potrebbe
essere a questo punto solo il
rapido intervento di Unipol. Una
scalata salvifica, quella
progettata dalla compagnia
bolognese, che ha già incassato
l’Ok tanto di Ligresti quanto di
Unicredit e Mediobanca,
principali creditori di Premafin
che, di fronte alle garanzie
offerte da Unipol, sarebbero
disposte a rinegoziare il debito
della holding. L’ingresso della
stessa Unipol trasformerebbe la
nuova creatura nel secondo
gruppo assicurativo italiano
dopo la triestina Generali.
A creare una certa tensione,
oggi, è stata anche la decisione
della figlia di
Salvatore Ligresti Jonella
di non abbandonare il Cda di
Fondiaria ormai prossimo al
rinnovo. Una scelta poco gradita
a chi auspicava un segnale
chiaro di uscita di scena della
famiglia dalla compagnia, cosa
per altro prima o poi
inevitabile. Di certo, per lo
meno, si sa che l’addio sarà
meno oneroso di quanto
inizialmente previsto. Unipol ha
infatti bocciato un paio di mesi
fa l’ipotesi di una maxi
liquidazione per i Ligresti, un
regalo da 70 milioni di euro che
avrebbe stonato ampiamente con i
risultati finanziari conseguiti
dalla compagnia nel corso
dell’anno passato.
IL GIGANTISMO DI
MEDIOBANCA,gli affari di quella che era la banca
di Cuccia
Chiamatelo, se volete, pronto soccorso
Mediobanca. Funziona così. Le grandi fondazioni
bancarie battono cassa? Non sanno come far
quadrare i conti nella stagione più difficile
della loro storia? All’orizzonte si profilano
perdite miliardarie per via della crisi delle
Borse? Ecco che arriva Mediobanca,
pronta a cogliere un’occasione straordinaria per
fare affari d’oro e aumentare il potere, già
enorme, di cui dispone fornendo un salvagente
agli enti a cui fanno capo partecipazioni
decisive per la stabilità delle grandi banche
nazionali: Unicredit, Intesa e Mps.
Si parte da Siena, dove i signori e padroni del
Monte dei Paschi hanno
debiti per quasi un miliardo e pochi
giorni per venire a capo della situazione. A
guidare il salvataggio della fondazione senese ,
allo stremo delle forze per la strategia
perdente dei propri vertici, sarà proprio la
banca che fu di Enrico Cuccia,
oggi guidata dalla coppia Renato
Pagliaro, presidente, e Alberto
Nagel, amministratore delegato.
Mediobanca aveva prestato alla Fondazione Monte
dei Paschi quasi 200 milioni già nel 2008 e
adesso torna a gestire le trattative per trovare
il modo di far fronte a debiti per 900 milioni.
A Padova e a Bologna, invece, le locali
fondazioni vivono l’incubo del taglio dei
dividendi di Intesa. Senza quei
soldi dovranno ridurre le erogazioni sul
territorio, cioè i finanziamenti a società,
associazioni e istituzioni no profit. Il
problema vero, però, è che l’anno scorso
entrambi gli enti si sono svenati per far fronte
all’aumento di capitale di Intesa senza
diminuire la propria quota. Alla fine ce l’hanno
fatta. Come? Semplice , è arrivata Mediobanca.
La Fondazione Cassa di Padova e Rovigo,
che ha il 4,2 per cento di Intesa, ha ottenuto
una linea di credito di 100 milioni
dall’istituto guidato da Nagel. E anche la
Cassa di Bologna (2,7 per cento
di Intesa) ha fatto ricorso a un prestito di 20
milioni sempre targato Mediobanca. Fabio
Roversi Monaco, presidente dell’ente
bolognese, a ottobre è entrato nel consiglio di
amministrazione della stessa Mediobanca, di cui
la Fondazione emiliana è anche azionista con un
pacchetto del 2,5 per cento del capitale. E non
è l’unica. Negli anni scorsi i colleghi di
Roversi Monaco hanno fatto la fila per uno
strapuntino a bordo della più blasonata tra le
banche d’affari nazionali. Sono investimenti di
sistema, spiegavano. E poi rendono.
Da Siena, a Torino fino a Verona, per citare le
più importanti, almeno una decina di Fondazioni
hanno investito centinaia di milioni in
Mediobanca. E così il cerchio si chiude, come è
tradizione nella storia dell’istituto. I
debitori diventano azionisti e viceversa. Lo
stesso succedeva ai tempi di Cuccia per i grandi
gruppi industriali privati, in quella che appare
come un’apoteosi del conflitto d’interessi. Solo
che nel caso delle Fondazioni il ricorso
all’indebitamento dovrebbe essere un evento
eccezionale e come tale, infatti, va
preventivamente autorizzato dal ministero
dell’Economia. E allora luce verde (dall’allora
ministro Giulio Tremonti) per
Siena, che è diventata azionista di Mediobanca e
ne ha ricevuto i finanziamenti.
Lo stesso vale per la Cassa di Bologna
e anche per quella di Padova.
Già nel 2008 si era mossa sulla stessa strada
anche la genovese Fondazione Carige,
a caccia di risorse per l’aumento di capitale da
un miliardo della controllata Carige. Oltre 400
milioni sono arrivati da Mediobanca che si è
presa in garanzia azioni di risparmio della
stessa Carige. I manager di Nagel sono arrivati
anche ad Alessandria, dove la locale fondazione
si è trovata a gestire un cospicuo pacchetto di
azioni Bpm ricevuti in cambio
della vendita della cassa di risparmio.
Mediobanca ha fatto da controparte, e lo è
ancora adesso, a un contratto derivato su buona
parte dei titoli Bpm di proprietà dell’ente
piemontese.
Nel mondo Unicredit, primo
azionista di Mediobanca con l’8,7 per cento del
capitale, l’intreccio è ancora più complesso.
Fabrizio Palenzona,
vicepresidente sia di Mediobanca sia di
Unicredit è il dominus della torinese
Fondazione Crt, a sua volta socia
rilevante di Unicredit. Crt a suo tempo ha
costituito una società (Perseo) partecipata e
finanziata da Mediobanca per investire in
Unicredit. E la stessa Crt, attraverso un’altra
finanziaria, ha puntato centinaia di milioni
nelle assicurazioni Generali, che sono
l’attività principale di Mediobanca. Ne viene
fuori un intreccio impressionante di
partecipazioni e prestiti, che la dice lunga sul
potere dell’ex democristiano Palenzona.
Tutti contenti, allora? Mica tanto. Per capire
meglio si può chiedere ai vertici della
Fondazione Monte Paschi, che per tappare i buchi
in bilancio sono stati costretti a mettere in
vendita i loro titoli Mediobanca nel frattempo
colpiti dal crollo generalizzato in Borsa delle
azioni bancarie. I conti finali dell’operazione
ancora non sono disponibili, ma sono prevedibili
perdite per decine di milioni. Va male, molto
male anche per la Cassa di Bologna, che a fine
2011 era in rosso di oltre 200 milioni sulla
propria partecipazione in Mediobanca. Negli
ultimi due mesi le quotazioni sono un po’
risalite ma la perdita, per ora solo potenziale,
resta consistente. Morale della storia:
Mediobanca aumenta il giro d’affari e consolida
il suo potere. Alle Fondazioni, invece, restano
debiti e perdite.
SMEMBRAMENTO e
delocalizzazione totale
FIAT: stabilimenti aperti in
Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina.
Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350
occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009
(fonte: L’Espresso).
DAINESE: due stabilimenti in
Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del
tutto cessata in Italia, tranne qualche
centinaio di capi.
GEOX: stabilimenti in Brasile,
Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo
2. 000 sono italiani.
BIALETTI: fabbrica in Cina;
rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori
di Omegna perdono il lavoro.
OMSA: stabilimento in Serbia;
cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.
ROSSIGNOL: stabilimento in
Romania, dove insiste la gran parte della
produzione; 108 esuberi a Montebelluna.
DUCATI ENERGIA: stabilimenti in
India e Croazia.
BENETTON: stabilimenti in
Croazia.
CALZEDONIA: stabilimenti in
Bulgaria.
STEFANEL: stabilimenti in
Croazia.
TELECOM ITALIA: call center in
Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un
totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia
sono stati dichiarati negli ultimi tre anni
oltre 9. 000 esuberi di personale.
WIND: call center in Romania e
Albania tramite aziende in outsourcing, per un
totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call
center in Albania, Romania e Tunisia tramite
aziende in outsourcing, per un totale di circa
400 lavoratori impiegati.
VODAFONE: call center in
Romania tramite aziende di outsourcing, per un
totale di circa 300 lavoratori impiegati.
SKY ITALIA: call center in
Albania tramite aziende di outsourcing, per un
totale di circa 250 lavoratori impiegati.
Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti
di lavoro perduti solamente nei call center che
operano nel settore delle telecomunicazioni, tra
licenziamenti e cassa integrazione.
Eni costretta a dismettere quota Snam Rete Gas:
vantaggi per tutti
Dieci euro in più
su ogni megawattora di gas. Questo è il
differenziale che paga l’Italia rispetto ad
altri Paesi europei dove il prezzo del metano è
diminuito da aprile in poi, mentre da noi è
sensibilmente aumentato. Sono gli ultimi dati
del Gestore dei mercati energetici (Gme) a
certificarlo. Si tratta dei prezzi di dicembre
(33,1 euro contro 22,3) pubblicati ieri sulla
Newsletter mensile della società pubblica
incaricata della gestione della Borsa elettrica
e di quella, appena avviata, del gas.
Il fatto che questi dati siano usciti proprio
mentre il governo sta per dare il via libera al
decreto sulle liberalizzazioni, è una pura
coincidenza. Ma è utile per rendersi conto delle
ragioni che spingono Mario Monti e Antonio
Catricalà ad affrontare un percorso complesso e
difficile come quello finalizzato a realizzare
una maggiore competizione sul mercato
dell’energia. Nel pacchetto è entrata la
separazione proprietaria di Snam da Eni, il
dibattito tra i ministeri è tuttora in corso su
come realizzare questo passaggio, ma la norma è
ormai data per certa e ribalta l’impostazione
del governo Berlusconi favorevole alla
separazione societaria rafforzata (Ito) che il
Cane a sei zampe ha ormai praticamente
completato. Il nuovo corso è sotto i riflettori
degli analisti e della Borsa che ieri ha
penalizzato Snam (-2,8% a 3,28 euro) e premiato
Eni (+3,06% a 17,20 euro). Qualcuno ha anche
ipotizzato che l’accelerazione allo sviluppo di
nuovi giacimenti di idrocarburi in Italia,
anch’esso inserito nel decreto, vada a
compensare il gruppo. La verità è che gli
idrocarburi nazionali non vengono sfruttati al
loro potenziale: di questo si sta discutendo in
queste ore.
Le altre novità, che si stanno comunque mettendo
a punto, riguardano le bollette del gas. Il
nuovo meccanismo di calcolo degli aggiornamenti
trimestrali che scatterà da aprile sarà più
orientato verso i prezzi del mercato spot
(quelli che stanno scendendo in Europa) e non
più solo ancorato ai contratti take or pay (che
garantiscono un’approvvigionamento nel lungo
periodo ma sono anche molto più cari). In questa
direzione stava già procedendo l’Autorità per
l’Energia. E’ una misura che riguarderà i
clienti, famiglie e piccole imprese, che non
sono ancora passati al mercato libero (10-12% su
circa 18-20 milioni di bollette). Riguarderà
cioè la stragrande maggioranza dei consumatori
che in prospettiva dovrebbero così veder
diminuire il costo del gas.
Può la separazione proprietaria di Snam da Eni
risolvere questo nodo? Ai molti che pensano si
tratti di uno snodo fondamentale per mettere in
moto investimenti ed efficienza, ha risposto
ieri il vicepresidente di Confindustria Alberto
Bombassei: «Sarebbe un disastro andare a
spezzare l’Eni». Il gruppo non commenta ma da
sempre sostiene che lo scorporo non avrà effetti
per i consumatori. Da sola, la separazione non
basterà.
Occorre anche affermano industrie e analisti
eliminare molti colli di bottiglia e potenziare
i rigassificatori. Oggi Snam è un boccone grosso
valutato da Deutsche Bank 25,8 miliardi contro i
10,8 miliardi delle stime di Kepler Research su
Terna. Più facile dunque che sia la prima a
mangiare la seconda, se si deciderà di
scorporare per intero la società (che controlla
anche gli stoccaggi di Stogit e il
rigassificatore di Panigaglia), ipotesi sulla
quale sembra stia scommettendo il mercato. In
questo caso tutti danno Lorenzo Bini Smaghi,
oggi presidente di Snam, al vertice della nuova
mega-società delle reti.
I titoli Eni registrano al momento un rialzo
fiacco dello 0,12% a 17,2 euro. Secondo gli
analisti di Goldman Sachs la dismissione della
quota avra' un effetto positivo sul gruppo,
perche' ridurre in maniera significativa
l'indebitamento.
La cessione della controllata potrebbe infatti
migliorare la valutazione gia' attraente del
titolo, che vanta un dividend yield del 6% e un
rapporto tra prezzo di borsa e utili azionari
che e' ancora più interessante, se si considera
che la partecipazione di Eni in tre societa'
quotate, Galp, Snam e Saipem, contribuisce agli
utili del gruppo per il 13%, mentre, per quanto
riguarda la sua capitalizzazione di mercato,
conta solo per il 27%
BENETTON FUORI DA IMPREGILO.
GRUPPO GAVIO AL 30%, GRUPPO SALINI
AL 20%: CHI CONTROLLERA' IL PRIMO
CONTRACTOR GRANDI LAVORI IN ITALIA?
I Benetton
escono dal business dei grandi
lavori. Confermando le previsioni
della vigilia, il gruppo di
Ponzano Veneto, attraverso la
controllata Atlantia hanno ceduto
il controllo di Impregilo a uno
dei loro "concorrenti". Il nuovo
socio di controllo del primo
general contractor italiano
diventa così il gruppo Gavio, il
secondo concessionario
autostradale del nostro paese
proprio alle spalle di Atlantia. E
ora bisognerà attendere la
contromossa della famiglia Salini,
i costruttori romani che sono già
saliti al 20% di Impregilo e che
entro la metà di marzo faranno
conoscerere le loro intenzioni.
Ma vediamo l'accordo nel
dettaglio. Autostrade per l'Italia
spa, una controllata di Atlantia,
acquisirà da Sias (gruppo Gavio) e
da Mediobanca le quote di Grupo
Costanerà, così da raggiungere il
100% della società che gestisce
188 chilometri di autostrade in
Cile, di cui 98 attorno alla
capitale Santiago. L'intera
partecipazione del 45,765% del
Grupo Costanera, detenuta in
Autostrade Sud America, è stata
valutata 565,2 milioni. Allo
stesso modo, è stato sottoscritto
un accordo con Mediobanca per
l'acquisto di una quota pari
all'8,47% di Asa per un
controvalore di 104,6 milioni,
A Sias viene invece ceduta una
opzione per l'acquisto del 99,98%
dell'autostrada Torino-Savona.
Infine, ad Argofin, la finanziaria
della famiglia Gavio passa il 33%
di Igli, la scatola che controlla
il 29,96% di Impregilo.
L'esercizio dell'opzione potrà
avvenire non oltre il 30 settembre
2012, mentre il prezzo fissato per
l'esercizio dell'opzione è pari a
223 milioni.
Alla luce dell'operazione, la
situazione diventa la seguente.Grazie
alle quote dei Benetton, Gavio
prende il controllo del 29,6% di
Impregilo ma ora dovrà vedersela
con i costruttori romani del
gruppo Salini. Entro metà marzo
devono far sapere se hanno
intenzione di salire ancora e,
contestualmente, potrebbero
presentare il piano industriale
che convinca gli azionisti che il
loro progetto è migliore di quello
di Gavio. Ma non è escluso che la
società piemontese si muova già
nei prossimi giorni per rafforzare
ulteriormente la sua posizione.
PIAZZA AFFARI | Edf porta a termine
l'accordo per il riassetto dell'azienda
elettrica. La decisione arriva dopo un anno di
trattative con i soci italiani raccolti in
Delmi e guidati da A2A. Agli italiani va il
controllo di Edipower.
PIAZZA AFFARI | Il fondo sovrano
Aabar ha rastrellato i diritti necessari per
salire al 6,5% di Piazza Cordusio. Controllerà
da solo un pacchetto pari alla metà di quello
che le Fondazioni italiane...Mentre le
Fondazioni italiane ricorrono ad artifici da
hedge fund per racimolare qualche soldo e
limitare i danni in Unicredit, i sultani di
Abu Dhabi ne ipotecano la poltrona di primo
azionista pagando in petrodollari.
Monte dei Paschi: è rischio nazionalizzazione
Fari puntati su Monte dei Paschi,
che rischia sempre di più di la
nazionalizzazione "parziale o totale". E' quanto
afferma un articolo del Financial Times, che
riporta le preoccupazioni delle autorità di
regolamentazione europee.
Insieme a Commerzbank, spiega il quotidiano
britannico, MPS potrebbe infatti non essere
capace di presentare piani credibili sul
miglioramento del proprio capitale, tanto che le
stesse autorità affermano che "una iniezione di
mezzi freschi" da parte dell'Italia -nel caso di
Monte dei Paschi- e dalla Germania -nel caso di
Commerzbank - "è quasi inevitabile". Si tratta,
ha detto un funzionario, "di grandi casi".
Gli stress test che sono stati lanciati lo
scorso dicembre dallo European Banking Authority
(Eba) hanno messo in evidenza per MPS un bisogno
di capitale di 3,3 miliardi di euro; nel caso di
Commerzbank, il buco sarebbe di 5,3 miliardi.
Entrambe le banche non hanno rilasciato alcun
commento sul rischio che debbano bussare alle
porte dei relativi stati, e anzi hanno insistito
sulla loro capacità di risolvere la questione.
Tra le banche europee più importanti,
recentemente solo Unicredit, la banca numero uno
per asset, ha lanciato un'operazione di aumento
di capitale. Gli analisti intervistati dal Ft
sottolineano però che il forte tonfo del titolo
seguito all'annuncio rappresenta per altri
istituti di credito un deterrente nell'andare
nella la stessa direzione.
Forti, dunque, i timori sul futuro di MPS, che
secondo il Financial Times è al rischio maggiore
di essere costretta, almeno, a una
nazionalizzazione parziale. Tre fonti di mercato
hanno affermato che in questo caso,
interverrebbe la Cassa Depositi e Prestiti, che
potrebbe fornire fondi o direttamente alla banca
o indirettamente, attraverso il principale
azionista, la Fondazione Monte dei Paschi.
Motori fermi. Ducati in vendita
Sarà straniera (colosso indiano),altro pezzo d'Italia che
viene colonizzato (dopo Parmalat
(sotto la francese Lactails), Edison
(sotto il colosso energetico francese EDF), Fiat (sotto la statunitense Crysler),
Bulgari (sotto la francese
Lyhm-Arnaud), Alitalia (SOTTO Air
France), UNICREDIT (sotto scalata
dagli arabi di Abu Dhabi), Ferretti
(ad un colosso cinese)....)
Andrea Bonomi ha dato l'annuncio al Financial
Times: il prezzo è un miliardo di euro.
Trattative già avviate con Bmw e l'indiana
Mahindra. Si tratta, dunque, di un altro pezzo
del nostro made in Italy che se ne
Recuperati
affetti della ragazza moldava nella cabina del
comandante. Intanto la Francia apre un'indagine
preliminare sul disastro della Concordia
Cermortan seguita
da Schettino in plancia
Alcuni oggetti
personali della 25enne moldava, Domnica Cemortan,
sono stati trovati dai sub nella cabina del
comandante della Costa Concordia Francesco
Schettino. È Proprio a proposito di questi
oggetti gli inquirenti ieri hanno chiesto
spiegazioni nel corso dell'interrogatorio che è
andanto avanti per sei ore, in una caserma di
Marina di Grosseto. Domnica Cemortan, ai pm
Navarro e Pizza, che l'avevano sentita come
persona informata sui fatti, ha confermato di
essere stata in plancia di comando la sera del
13 gennaio, quando avvenne l'urto con lo scoglio
nei pressi dell'Isola del Giglio.
La donna, con l'aiuto di una interprete, ha
ricostruito su richiesta della procura, tutto
ciò che ha visto e sentito quella sera. Grazie
alle sua dichiarazioni ora gli investigatori
pensano di poter aggiungere nuovi particolari.
La donna ha, infine, ribadito di essere
imbarcata regolarmente con biglietto per questo
gli investigatori le hanno chiesto di spiegare
perché alcuni suoi effetti personali erano stati
trovati nella cabina del comandante. La ragazza
ha ammesso la sua vicinanza al comandante
Schettino difendendolo come "eroe" per la
manovra che ha permesso alla nave di arenarsi
sugli scogli molto vicino alla riva subito dopo
l'impatto.
La procura ha intenzione a breve di sentire la
donna, identificata come avvocato, che la
mattina del 14 aveva incontrato il comandante
Scettino all'Hotel Bahamas dell'Isola del
Giglio. Il comandante aveva con sè alcuni
oggetti prelevati dalla nave e fra questi, in un
sacchetto rosso un computer.
Indagine Francia. La procura di
Parigi ha annunciato l'apertura di un'indagine
preliminare sul naufragio della Costa Concordia,
e ha chiesto alla gendarmeria marittima di
interrogare "l'insieme dei passeggeri francesi
sopravvissuti" per determinare circostanze del
naufragio e gestione dei soccorsi.
E la Merkel chiamò Napolitano:
"Berlusconi DEVE ANDARE SUBITO
FUORI DAI COGLIONI, SUBITO !!! HAI CAPITO
MUMMIETTA DEL CAZZO !!!" Diciamo per salvare l'euro e la
Germania, "...eppoi dovevo saldargli il conto
per la "culona inchiavabile"
La Cancelliera tedesca Angela Merkel avrebbe
chiamato il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano lo scorso ottobre per chiedergli di
sostituire il presidente del Consiglio Silvio
Berlusconi, con un altro premier, per evitare
che l'avvitamento della tempesta finanziaria che
stava colpendo pesantemente il nostro Paese
facesse crollare l'economia europea. Lo rivela
il Wall Street Journal in una ricostruzione,
basata, secondo il quotidiano Usa, su notizie
riferite da fonti diplomatiche.
LA RICOSTRUZIONE - Per il Wall Street Journal
nella telefonata la Merkel disse a Napolitano di
essere preoccupata per l'incapacità di
Berlusconi di far fronte alla crisi italiana.
Crisi che avrebbe potuto travolgere l'Europa e
di conseguenza anche la Germania. Napolitano
avrebbe risposto che non era rassicurante il
fatto che Berlusconi fosse sopravvissuto poco
prima a un voto di fiducia con soli pochi voti
di scarto. La Merkel in quell'occasione
ringraziò il presidente della Repubblica
invitandolo a far qualsiasi cosa in suo potere
per promuovere le riforme. Napolitano, secondo
il quotidiano economico americano, avrebbe
recepito il messaggio chiamando nei giorni
successivi i responsabili dei vari partiti per
verificare se fossero disponibili a sostenere un
nuovo governo. La pressione della Germania sui
vari esponenti politici sarebbe poi stata
decisiva in tal senso. E quindi sarebbe nato il
governo Monti.
Oltre all'ex dg della Juventus sono stati
condannati in primo grado gli ex designatori
Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto. il pm
Stefano Capuano: "Non è stato un processo
farsa" 8/11/11
di Dario
Pelizzari
UCCISO IN PAKISTAN
OSAMA BIN LADEN,
IN PAKISTAN??
IN 10 ANNI
GLI USA OCCUPANO IRAQ, 109.000 MORTI TRA I CIVILI,
ED AFGHANISTAN,BOMBARDANO LA LIBIA E PERMETTONO A
BIN LADEN DI SOGGIORNARE TRANQUILLAMENTE IN
PAKISTAN,PAESE ALLEATO AGLI USA. BIN LADEN VIENE
LIQUIDATO CON UN COLPO ALLA TESTA, NESSUN PROCESSO.
SADDAM HUSSEIN , EX PRESIDENTE IRACHENO PIAZZATO IVI
DALLA CIA NEGLI ANNI SETTANTA, ALMENO FU PROCESSATO,
ANCHE SE L'ITER PROCESSUALE RISULTO' ZEPPO DI
FORZATURE ALLO SCOPO DI GIUNGERE IL PIU' PRESTO
POSSIBILE ALLA CONDANA A MORTE (30-12-2006)
Persino inazisti,
prima di essere impiccati, furono processati aNorimberga.
Bin Laden non è stato assassinato, ucciso, fucilato,
ammazzato, sparato. No.Bin
Ladenè
stato "terminato", citando le parole di
Obama. Un'elegante metafora che riduce un uomo a un
insetto. I familiari diGoringnon
furono condannati a morte, un figlio di Bin Laden è
stato invece "terminato". Era lì, sul luogo
del delitto, la colpa è sua. Bin Laden, l'ex amico
dellaCiae
degli Stati Uniti, educato nelle migliori università
occidentali, è innocente o colpevole dell' 11
settembre? Avrebbe dovuto stabilirlo un tribunale in
base alle prove, al dibattimento. Il mondo avrebbe
assistito e, forse, capito. Gli americani sono
intervenuti a casa degli altri, come di
consuetudine, cow boy della Terra. IlPakistanè
uno Stato indipendente. Per le leggi internazionali,
gli Stati Uniti avrebbero dovuto chiedere al governo
pachistano di catturare Osama. Perché non lo hanno
fatto? Il cadavere di Bin Laden è stato, secondo le
fonti statunitensigettato
in maredopo
un funerale islamico(?) su di una portaerei. Lo
hanno trasportato da Islamabad per centinaia
chilometri per darlo in pasto ai pesci. Chi potrà
dimostrare il decesso?
Bin Laden serve a Obama per vincere leelezioni.
Forse però perderà la guerra. Questa morte è infatti
una vendetta e sangue chiama sempre sangue. Il
fanatismo islamico può riesplodere e dilagare. Le
scene di giubilo nelle strade delle città americane
dopo la notizia della scomparsa di Osama hanno
ricordato le stesse scene nei Paesi arabi dopo il
crollo delle Torri Gemelle. C'è qualcosa di malato
nelfesteggiare
la mortedi
una persona, anche di un criminale, come allora era
rivoltante celebrare un massacro.
Bin Laden viveva in una palazzina di tre piani aAbbottabad,
una località turistica montana non distante da
Islamabad. Abbottabad è sede di un'accademia
militare e ha numerose caserme. Il governo
pachistano non poteva non sapere, così come a suo
tempo il governo italiano non poteva non sapere cheTotò
Riinaviveva
con la sua famiglia al centro di Palermo. Bin Laden
è stato sacrificato, ammesso che non fosse già morto
da tempo. "Terminato" come si usa dire in
America per coloro che osano sfidarla. La disumanità
è tra noi. "Restiamo umani", come voleva
Vittorio Arrigoni.
.
Cronaca
15 Ottobre 2011 - 14 dicembre 2010,
l'altra battaglia a Montecitorio in occasione
del voto di sfiducia al governo di Testa di B.
dopo un mese di corruzione a mani basse dei
vari Scilipoti-Razzi nel Culo di merda...
Nella notte la manifestazione a New York.
Aveva iniziato l'Asia. Occupata Wall Street.
Assange a Londra arringa la folla (video). Qualche incidente nel cuore di New York.
Cartelli anche a Washinghton
APPIANO GENTILE - Domani,
sabato 5 novembre 2011,
vigilia di Genoa-Inter, gara valida per la 11^
giornata della Serie A Tim 2011-2012, in
programma domenica 6 novembre '11 allo stadio
"Luigi Ferraris" in Marassi a Genova
(ore 12.30), Claudio Ranieri
incontrerà i giornalisti presso la sala stampa
del centro sportivo "Angelo Moratti"
di Appiano Gentile alle ore 13,30.
La conferenza sarà trasmessa in
diretta esclusiva da Inter Channel (canale 232
della piattaforma Sky Italia).
L'ex direttore dell'Avanti
trasferito a Poggioreale appena sbarcato, era latitante da otto mesi indagato
per induzione dell'imputato a mentire nella vicenda Berlusconi-Tarantini. Ora
accusato anche di corruzione internazionale e associazione a delinquere per
fondi all'editoria. Provvedimento anche per il senatore Pdl (foto):
"Mi difenderò con le unghie e con i denti"Il
commercialista del Senatore, sentito come teste dai pm di Napoli, dice che il
passaggio al partito di Berlusconi fu opera di Valter Lavitola.
L'ex direttore dell'Avanti!, arrestato oggi, è accusato di corruzione
internazionale e associazione a delinquere
AD UNO AD UNO
CADONO I RAMI SECCHI DEL PADRONE D'ITALONIA, L'EX PREMIER DI LIBIALIA:
GHEDDAFI(MORTO),
DON VERZE'(MORTO),GERONZI
(PLURICONDANNATO
ED ESTROMESSO DA GENERALI), LIGRESTI
(CONDANNATO NEGLI ANNI NOVANTA E PROSSIMO AD USCIRE DA FONDIARIA-SAI),
VERDINI(LIQUIDATO
IL SUO CREDITO FIORENTINO E PROSSIMO A PROCESSO PER COSTITUZIONE DI LOGGIA
SEGRETA), FEDE(IL
LECCACULO STORICO LICENZIATO MENTRE GUARDAVA MILAN-BARCELLONA,PROSSIMO A
GIUDIZIO PER IL CASO RUBY), MORA(IL
MAGNACCIA CHE RASTRELLAVA TROIE PER CONTO SUO IN CARCERE AD OPERA PER BANCAROTTA
FRAUDOLENTA E PROSSIMO A PROCESSO PER IL CASO RUBY)
Il signor Testa di cazzo
asfaltata l'ha studiata giusta: ha fatto finta
di aver patema nel mollare lo scranno del potere
massimo pontificio, quando in realtà non vedeva
l'ora di mollare LA FOGNA CREATA PIENA ZEPPA DI
DEBITI allo sfigatino di turno salutato come il
salvatore di non si sa bene che cosa. Rimanere
Pontefice Massimo significava perdere UN
MILIARDO DI CAPITALIZZAZIONE IN BORSA con
tracollo del 60%, con aggravio a cascata su
tutta la filiera infiacchita dal mezzo miliardo
di euro sganciato alla Cir. E' vero, si ritrova
oggi senza scudi legali all'interno dei suoi
numerosi processi, ma il Soggetto confida molto
nei tempi biblici della Giustizia Italiota (ed
infatti è già scattata la prescrizione per la
corruzione acclarata Mills...),
eppoi proprio quelle aule giudiziarie possono
tramutarsi in una splendida pubblicità.
Mediolanum, l'utile netto crolla
Proposto dividendo a 0,11 euro
I profitti del gruppo guidato da Ennio
Doris sono calati del 70% a 67 milioni, pesano svalutazioni dei titoli
governativi greci in portafoglio per 85 milioni. Masse amministrate al massimo
storico di 46,2 miliardi
MILANO - Mediolanum
ha chiuso il 2011 con un utile netto di 67 milioni, in calo del 70%, su masse
amministrate di 46.207 Milioni (+1%). Al netto delle componenti non ricorrenti
l'utile è, invece, diminuito del 16% a 193 milioni. Il consiglio di
amministrazione guidato da Ennio Doris proporrà all'assemblea dei soci un
dividendo di 0,11 euro per azione.
E, considerando l'acconto al dividendo distribuito a novembre 2011 di 0,07 euro,
il cda proporrà la distribuzione di 0,04 euro. L'assemblea dei soci si terrà il
prossimo 19 aprile in prima convocazione o 20 aprile in seconda.
Il risultato del 2011 è stato penalizzato da rettifiche di valore per impairment
dei titoli governativi greci in portafoglio, per 85 milioni, della
partecipazione in Mediobanca, per 41 milioni, già al netto dei relativi effetti
fiscali. Al netto di tali componenti l'utile sarebbe quindi stato di 193
milioni. Il risultato ha risentito, inoltre, di minusvalenze nette di
valutazione degli investimenti a fair value, per complessivi 44 milioni al netto
delle imposte, minusvalenze già interamente recuperate nei primi mesi del 2012.
Senza perdite temporanee di valore il risultato delle attività correnti del 2011
sarebbe stato superiore a quello del 2010.
Nel frattempo, le masse amministrate hanno superato il loro massimo storico
attestandosi a 46,2 miliardi. La raccolta netta è stata di 2,7 miliardi. Sul
mercato domestico l'utile è stato di 75 milioni (-68%) e le masse amministrate
di 44,2 miliardi (+1%).
L'annuncio di Fedele Confalonieri in audizione in commissione alla Camera. In
mattinata incontro con Mario Monti. L'eventualità dei tagli a costi e
investimenti collegata al calo dei profitti e della raccolta pubblicitaria
200 MILIONI
DI EURO DI COLATA DI CEMENTO BERLUSCONIANO
BLOCCATE NEL COVO DI MONZA DALLE ELEZIONI
AMMINISTRATIVE...
Monza, Pdl e Lega divisi, bocciata definitivamente la
Milano 4 di Berlusconi
Fallisce anche l'ultimo tentativo di approvare in
consiglio comunale il progetto Cascinazza spinto dalla famiglia dell'ex premier.
Le divisioni del centrodestra e l'opposizione del centrosinistra hanno impedito
il via libera al piano prima delle elezioni amministrative di maggio
Nel consiglio comunale di domenica scorsa, a sorpresa, quella stessa
maggioranza di centrodestra tenuta insieme a fatica non ha avuto i numeri
neppure per portare il documento in votazione. Uno scivolone a cui ha cercato
di rimediare ieri sera, resuscitando la variante e sperando di spuntare una
dilazione dei termini in extremis, prima dello scioglimentodel consiglio per
le elezioni del maggio prossimo. Ma il risultato non è cambiato, e ora saranno
gli elettori a decidere.
Scadeva domenica, dopo cinque anni di lavoro, oltre settanta consigli
comunali, migliaia di euro spesi in consulenti, centinaia di emendamenti
accolti, il termine perchè la Variante fosse votata dal Consiglio comunale.
Peccato che Pdl e Lega Nord si siano trovati a disporre di solo venti voti a
favore, mentre l’opposizione (formata dal centrosinistra, ma resa forte
dall’esodo dei fuoriusciti del Pdl) ne contava altrettanti contrari. Uno
stallo davanti al quale la giunta monzese ha scelto di fare un passo indietro,
senza portare nemmeno il documento in aula nonostante fosse il termine ultimo
per votarlo senza farlo decadere. «La variante del cemento è cancellata»,
aveva annunciato il leader dell’opposizione Roberto Scanagatti,
prima di capire che il Centrodestra non si sarebbe arreso.
Dopo aver riportato all’adozione in giunta il documento, ieri sera il
centrodestra ci ha riprovato. Contava forse su qualche assenza nei banchi
della minoranza che potesse capovolgere la bilancia dei voti in stallo. Ma nel
frattempo ci aveva pensato il Prefetto di Monza a togliere ogni speranza di
approvazione della variante Cascinazza, dichiarando ufficialmente scaduti i
termini. Così alle 3 di notte, l’opposizione ha abbandonato l’Aula per
protesta e la maggioranza ha potuto approvare con venti un documento che si
limita a riavviare l’iter a beneficio della prossima giunta. «Una forzatura
illegittima contro cui presenteremo ricorso al Prefetto e al Tar», ha
dichiarato comunque Scanagatti.
Certo la questione peserà in vista delle alleanze per le Amministrative che
andranno in scena a maggio, rendendo la città di Monza strategica per l’ex
premier. Non essendo, infatti, riuscito il centrodestra ad approvare il Pgt
entro i termini e riprendendo l’iter daccapo, saranno i cittadini a decidere
cosa vorranno per la Cascinazza e per la città. Appare ormai chiaro che chi si
assicurerà la vittoria nella città di Monza ne deciderà il destino. Una
possibilità che potrebbe anche far valutare a Silvio Berlusconi
la possibilità di allearsi ancora con la Lega chiedendo al Carroccio una
deroga al diktat di correre soli per avere più speranze di vincere. Una
possibilità che si deciderà domani, quando in via Bellerio a Milano, sede del
Carroccio, si definiranno le alleanze tra Lega Nord e Pdl
Amministrative, Berlusconi nasconde il Pdl e
pensa di presentare liste civiche , liste
farlocche, liste di merda per prendere voti
sotto mentite spoglie, una merdosa operazione
make up in stile merdaset in picchiata del
10% nel rastrellamento pubblicitario con la
diramazione partitica al 24% dal 38% che era
solo 4 anni fa !!!
Un vertice convocato domani a Lesmo con tutti gli
amministratori locali e lo stato maggiore del partito per mettere le basi di
quello che sarà il nuovo movimento che prenderà vita in autunno. Il Cavaliere sa
che alle prossime elezioni di maggio c'è il rischio di una sonora sconfitta così
sta valutando di non presentare il Popolo della Libertà. Ma non basta a
risolvere i problemi: dallo scandalo delle tessere false alle difficoltà di
individuare personalità forti da presentare a Genova, Palermo e Verona
Cancellare il Pdl e presentarsi
alle prossime amministrative con delle liste civiche, tentando così di
avvicinare anche l’Udc e l’elettorato moderato. Ed evitare soprattutto il
paragone con i risultati delle ultime elezioni: i sondaggi più recenti,
infatti, danno il partito di Arcore intorno al 20%. Silvio
Berlusconi sa che al voto di primavera ci sarà un bagno di sangue
ovunque, da Palermo a Verona. Così ha intenzione di far sparire il Pdl e
archiviarlo. Poi, al congresso nazionale che si svolgerà presumibilmente in
autunno, prenderà vita un nuovo partito come il Cavaliere vuole da
tempo. Anche per questo il Cavaliere ha convocato tutti gli amministratori
locali e vertici del Pdl domani sera a Lesmo, nella villa Gernetto sede
dell’università del pensiero liberale. Appuntamento ore 20.30 per una cena
tutti insieme, poi una riunione ristretta con Angelino Alfano,
i coordinatori Denis Verdini e Ignazio La
Russa, alcuni amministratori tra cui Roberto Formigoni,
i capigruppo e pochi altri per stabilire come muoversi per non rischiare di
sparire dalle amministrazioni. I nodi da sciogliere sono molti. Primo fra
tutti l’alleanza con la Lega ormai “morta e sepolta”, come ha ribadito ieri
Roberto Calderoli. Il Cavaliere si è infatti
definitivamente rassegnato: l’asse con il caro amico Umberto Bossi
non esiste più. Berlusconi ha temporeggiato fin quando ha potuto, ma Alfano e
in particolare Verdini sono riusciti a convincerlo che è arrivato il momento
di muoversi per limitare i danni.
C’è il nodo dei candidati sindaci che il Pdl non riesce a individuare, in
particolare nei comuni strategici come Palermo, Genova e Verona.
Inoltre il caos più totale delle tessere false non aiuta a migliorare il clima
di confusione che regna nel partito in vista delle amministrative.
Alfano tenta di tenere insieme i pezzi e ripete che con oltre un milioni di
iscritti, è possibile che ci siano casi isolati di irregolarità, ma “i
furbetti non passeranno”, ripete il segretario nazionale. Ma c’è il rischio
che possano essere invalidati anche i congressi già celebrati. L’ordine di
scuderia è ritrovare l’unità e agire compatti. “E’ il momento di rimboccarsi
le maniche e di lavorare ventre a terra per evitare una debacle elettorale,
che in tanti prevedono al voto di maggio”, riferisce un ex ministro azzurrro.
Si voterà in molti centri di piccola e media dimensione, ma gli occhi sono
puntati su 5 città considerate strategiche per i futuri assetti politici,
tutti comuni dove il Terzo Polo ha stabilito di correre in modo unitario:
Palermo, Genova, Verona, L’Aquila e Lecce. E se nel capoluogo ligure c’è
ancora un margine d’azione, mentre a Verona si attende che la Lega risolva lo
scontro con Flavio Tosi per una lista civica che il
Carroccio invece vuole vietargli, le attenzioni si concentrano sulla Sicilia,
la terra dove il delfino del Cavaliere rischia di cadere in mano nemica.
IN STATO DI CRISI DI LIQUIDITA'
ECCO L'AFFARE GLAMING SRL
Con oltre mezzo miliardo di euro
pagato come multa alla CIR, il gruppo
Mediaset-Mondadori-Fininvest-Mediolanum è finito
in grave crisi di liquidità. Una
bella inchiesta di Sigfrido
Ranucci per Report, la scorsa
settimana, ha portato alla luce l’ultima –
almeno tra quelle note – passione del Cavaliere:
il gioco d’azzardo online.
Mondadori, gioiello editoriale
di famiglia – controllato da Lady Marina
Berlusconi, figlia prediletta del
premier – dopo che il papà ha scelto, con leggi
e leggine, di scommettere sulle entrate da gioco
d’azzardo per finanziare la ricostruzione
dell’Aquila (e nell’inchiesta di Report
si sollevano non pochi dubbi circa il fatto che
ciò stia effettivamente accadendo) ha, a sua
volta, deciso di investire nel settore dei
giochi e delle scommesse online, chiedendo e
ottenendo una concessione per l’esercizio di
tale attività (risultato scontato se la
concessione è assegnata dall’amministrazione
autonoma dei monopoli di Stato e, dunque, da
un’amministrazione controllata dal Governo).
PERCHE' IL GIOCO D'AZZARDO
??
In un momento in cui l’azienda
del premier è in grave crisi di
liquidità, il
gioco online – complice un ingegnoso meccanismo
disegnato dagli uomini di Tremonti su misura del
premier – è uno straordinario veicolo di
autofinanziamento perché le entrate,
e non solo gli utili, della
Glaming possono essere
utilizzate per dotare della necessaria liquidità
l’intero Gruppo Mondadori, sollevandolo
dall’onere di far ricorso, come ogni comune
mortale, all’esoso sistema bancario.
Ora, la concessione alla
Mondadori è stata "girata" alla velocità della
luce dal papà della proprietaria che è
presidente del Consiglio, e già quì siamo in una
EVIDENTE forzatura, per il solito conflitto
d'interessi, in spregio altresì di una norma
precisa che recita: "Le
regole amministrativeper
l’assegnazione della concessione e la stipula
della convenzione per il gioco d’azzardo online,
infatti, prevedono – e ben se ne comprendono le
ragioni – che “ciascun soggetto partecipante
alla società costituenda non gestisca in maniera
diretta o indiretta organizzazioni o attività
sportive o comunque altre attività i cui esiti
siano oggetto di giochi pubblici… né possieda
partecipazioni in società o associazioni
sportive esercenti attività i cui esiti siano
oggetto di scommesse a quota fissa su eventi
sportivi”.
La Mondadori, come è noto, è
parte dello stesso
Gruppo Fininvest
cui appartiene anche il Milan,
le cui perdite, peraltro, sono storicamente
state ripianate proprio grazie ai maggiori utili
conseguiti dalla Mondadori.
Difficile, in tale contesto, sostenere – come
pure Lady B. ha fatto – che tra la
neo-costituita Glaming, società concessionaria
dei giochi online, e il Milan, società sportiva
impegnata in decine di competizioni oggetto di
giochi e scommesse, non vi siano quelle
relazioni che, comprensibilmente, la disciplina
sull’affidamento di concessioni per il gioco
online esclude debbano sussistere. Per
far diventare il papà anche
presidente-biscazziere, dunque, Lady B. è stata
costretta a dire una mezza verità:
non avere nulla a che fare con una società
sportiva.
A scorrere il lungo elenco dei
requisiti dei quali il concessionario di giochi
online – e nel caso che ci interessa ciascun
partecipante alla costituenda società
concessionaria – deve essere in possesso, in
realtà, viene, almeno il dubbio, che la
Mondadori possa essersi trovata costretta a dire
anche qualche altra piccola bugia.
La disciplina per l’affidamento della
concessione per i giochi online, infatti,
prevede anche che “l’impresa non abbia
commesso gravi infrazioni, debitamente
accertate, alle norme in materia di sicurezza,
previste dalla vigente normativa dello Stato in
cui è stabilita, né ad ogni altro obbligo
derivante dai rapporti di lavoro”, né
“violazioni, definitivamente accertate, rispetto
agli obblighi relativi al pagamento delle
imposte e tasse, secondo la
legislazione italiana o quella dello Stato in
cui è stabilita”.
Possibile che una grande società come la
Mondadori non abbia davvero mai commesso alcuna
violazione in materia di sicurezza sul lavoro o,
più in generale nei rapporti di lavoro con i
propri dipendenti? E possibile che – a parte le
note vicende, per le quali mancano accertamenti
definitivi – la Mondadori non abbia mai subito
alcuna condanna definitiva per evasione
fiscale? (C'è un processo in corso
infatti....)
La casa di produzione del
'Grande fratello' è sommersa dai debiti.
Secondo la stampa britannica gli hedge fund
verso cui è esposta potrebbero chiedere di
entrare nella compagine azionaria
MEDIASET AL MINIMO STORICO
Titolo al minimo storico, in
un anno ha perso il 60% (oltre un miliardo di
euro), contro il 34% perso in generale da
piazza Affari. Così le piazze di scambio
scaricano le aziende del Cavaliere.
L’interminabile agonia politica del suo
governo è già costata a
Silvio
Berlusconi più di un miliardo di
euro. A tanto ammonta la perdita di valore in
Borsa delle quote azionarie del premier in
Mediaset e Mondadori negli ultimi nove mesi.
Cioè da quando, il 14 dicembre scorso, il
governo riuscì a salvarsi in Parlamento grazie
ai voti di Scilipoti e compagnia. Da allora
intercettazioni a luci rosse, scandali
sessuali, processi e manovre finanziarie a
vanvera hanno fatto precipitare la già scarsa
credibilità del premier-imprenditore tra gli
investitori internazionali.
Dieci indagati per il caso Arner Bank. C’è
anche la società finanziata da Berlusconi
Per le persone coinvolte le accuse parlano di riciclaggio,
ostacolo all'attività degli organi di vigilanza, favoreggiamento e violazione di
alcune norme bancarie. Nei guai anche l'architetto che ha seguito i lavori delle
ville ad Antigua, tra cui anche quella del Cavaliere
Una
delle ville costruite ad Antigua
Riciclaggio, ostacolo all’attività
degli organi di vigilanza, favoreggiamento e violazione di alcune norme
bancarie: sono queste le accuse contenute negli avvisi di conclusione delle
indagini notificati dai militari della Guardia di Finanza di Milano a una
decina di persone nell’ambito dell’inchiesta (condotta dai pm
Mauro Clerici e Roberto Pellicano) sulla
filiale italiana della svizzera Arner Bank e sul Flat Point Development Limited. Quest’ultima è la società
di Antigua con una filiale torinese che fu impegnata in un imponente progetto
turistico nell’isola caraibica e alla quale, come risulta dagli accertamenti,
tra il 2005 e il 2009, sarebbero stati versati 34 milioni di euro dagli
acquirenti dei lussuosi immobili e dei quali più di 20 sono risultati provenire da conti
personali e ufficiali di Silvio
Berlusconi.
Tra i destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini, oltre alla stessa
filiale italiana della banca (sotto inchiesta in base alla legge sulla
responsabilità amministrativa degli enti), ci sono l’ex presidente
Nicola Bravetti e l’ex ad Davide Jarach,
l’allora consigliere Marco Milla, e altri dipendenti
della banca come Flavio De Paolis e Romani
e l’ex commissario ai tempi nominato dal Ministero del tesoro, Alessandro Marcheselli. Per quanto riguarda il filone che
riguarda la Flat Point, la Procura ha contestato il reato di infedele
dichiarazione dei redditi agli amministratori Giuseppe Cappanera,
Giuseppe Poggioli ed Elisa Gamondi.
Per gli inquirenti la Flat Point sarebbe una società esterovestita e pertanto
i suoi redditi avrebbero dovuto essere dichiarati in Italia e non ad Antigua.
Nel documento di chiusura indagini risulta anche il nome di
Piergiorgio Rivolta, l’architetto che ha seguito i lavori delle
ville ad Antigua, tra cui anche quella dell’ex premier.
L'IMPERO OFF
SHORE:5 volte condannato e prescritto- legge ex cirielli sulla prescrizione lampo - (all iberian 1,stecca da 21 miliardi
a craxi),lodo mondadori,corruzione semplice
giudice metta,sme,stecca da mezzo miliardo al
giudice squillante, corruzione di testimone ,
caso Mills, che gli ha fruttato il
depotenziamento della sua posizione nelle
Tangenti alla
Guardia
di Finanza del 1996 e nel processo
All Iberian 2, la spaventosa
frode fiscale con falso in bilancio,
prescritto in
primo grado nel processo Mills
in qualità di imputato unico in quanto
corruttore del suo commercialista (anch'egli
condannato e prescritto)affinchè testimoniasse
stronzate nel processo all iberian e Tangenti
alla Guardia di Finanza)),1 depenalizzazione del reato
di falso in bilancio
per gli oltre 2000 miliardi di lire girati su 64
società off shore (all iberian 2), un colossale
falso in bilancio che è valsa la scalata a
Standa - poi svenduta e trasformata in Billa-,Rinascente,
Milan di Farina,1 condanna amnistiata, falsa
testimonianza loggia p2. "Sia ben chiaro: personalmente
non ho né denaro, né barche, né ville intestate
a società off shore, a differenza di altri che
hanno usato, e usano, queste società per meglio
tutelare i loro patrimoni familiari o aziendali
e per pagare meno tasse".
Lo hanno
accertato sentenze definitive. Come quella per
il corrotto e prescritto avvocato David Mills (4
ANNI DI CARCERE PER FALSA TESTIMONIANZA AI
PROCESSI ALL IBERIAN E TANGENTI ALLA GUARDIA DI
FINANZA), il mago delle off shore del premier. O
la sentenza del processO All Iberian 2, che ha
accertato una colossale evasione fiscale, 1500
miliardi di lire, ma non ha potuto decretare la
condanna di Berlusconi. Come? Grazie a una delle
sue leggi, quella sulla depenalizzazione del
falso in bilancio, "il fatto non costituisce più
reato".Fini
ha parlato anche di ville e barche. Si riferiva
ad almeno sei ville che il suo ex alleato
possiede tra Antigua e le Bermuda, intestate a
off shore. Berlusconi è proprietario anche di
una barca di 48 metri, valore all'incirca 13
milioni di euro. È intestata alla società
Morning Glory Yachting limited, neanche a dirlo,
con sede alle Bermuda. Il salto verso i fondi
neri, il Cavaliere l'ha compiuto a metà anni '90
servendosi di Mills, soprannominato l'architetto
delle offshore.
Le
società occulte all'estero hanno permesso a
Berlusconi di accantonare centinaia di miliardi
di lire, di evadere il fisco, di pagare
mazzette, come i 21 miliardi a
Bettino Craxi
(processo all iberian 1, condannato in secondo
grado per una parte di quelle gigantesche
mazzette, condanna finita naturalmente in
prescrizione grazie ad un'altra sua merdosa
legge: EX CIRIELLI),
di eludere la legge Mammì, che all'epoca
impediva a un editore di avere più di 3
televisioni. Il cavaliere, invece, era anche
l'azionista di maggioranza, segreto, di Telepiù.
La sentenza di primo grado
del processo Fininvest-Gdf del '96 ha stabilito
che alcuni militari delle fiamme gialle si sono
fatti corrompere proprio per non indagare sulle
off shore del biscione.
In appello e in Cassazione le prove per
condannare il premier non sono state ritenute
sufficienti. In secondo grado ha contribuito
alla sua salvezza, la falsa testimonianza di
Mills del novembre '97. Sappiamo adesso che per
quella, come per un'altra deposizione reticente,
al processo All Iberian, gennaio '98, illegale
ha avuto 600 mila dollari.
E per queste
dichiarazioni taroccate in suo favore,
Berlusconi è ancora sotto processo (CIOE' LA
FOGNA UMANA E' SOTTO PROCESSO PER AVER CORROTTO
QUEL TESTA DI CAZZO DEL SUO COMMERCIALISTA
INGLESE). Sospeso, come gli altri procedimenti,
grazie ai vari scudi. Ai
giudici milanesi di All Iberian, Mills ha
nascosto tra l'altro anche i reali beneficiari
di "Century One" ed "Universal one", le due off
shore nell'isola di Guernsey, intestate a Marina
e Piersilvio Berlusconi, per decisione del
padre. Un fatto che scopriranno nel 2004 i pm
Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo. Mentre i
difensori di Berlusconi fino ad allora avevano
ripetuto che erano "società del tutto estranee a
Fininvest e Mediaset".
I falsi in bilancio,
conseguenza del vizietto delle off shore, hanno
portato a un altro processo: quello per la
compravendita dei diritti tv di Mediaset. Ma
grazie a un'altra delle leggi ad personam,
la ex Cirielli, che ha accorciato la
prescrizione, sono state azzerate la frode
fiscale per 120 miliardi di lire e
l'appropriazione indebita per 276 milioni di
dollari, fino al 1999.
Restano in piedi
quelle fino al 2003.
C'è
poi una costola di questa indagine, denominata "Mediatrade-Rti",
in fase di udienza preliminare, bloccata sempre
per il legittimo impedimento. Berlusconi è
accusato di appropriazione indebita e frode
fiscale. Mentre il figlio Piersilvio e il
presidente di Mediaset Fedele Confalonieri di
frode fiscale, fino al settembre 2009.
Secondo la procura di Milano, Mediaset avrebbe
nuovamente falsificato i bilanci e gonfiato i
costi per l'acquisto di diritti tv da major
americane. I soldi, 100 milioni di dollari,
sarebbero transitati su banche estere e, in gran
parte, confluiti su conti riconducili a
Berlusconi e ad alcuni suoi manager. A Silvio
Berlusconi, sono contestate operazioni tra il
2002 e il 2005. Anni, come per l'inchiesta
madre, in cui era sempre presidente del
Consiglio.
La Cassazione: "Berlusconi
pagò
e Dell'Utri mediò con la mafia"
Nel dispositivo
della sentenza che ha annullato con rivio la
condanna per concorso esterno del senatore la
suprema Corte dice che è stato lui a trattare
con le cosche per assicurare la protezione della
famiglia del Cavaliere che tirò fuori "cospicue
somme"
ROMA - Silvio
Berlusconi pagò ("cospicue somme") le famiglie
mafiose per assicurarsi protezione e Marcello
Dell'Utri fece da mediatore nella trattativa.
Questo scrivono i giudici della Cassazione nelle
motivazioni della sentenza
1 che
ha annullato con rinvio la condanna per concorso
esterno a Dell'Utri. Spiegano i supremi giudici
- nella sentenza 15727 di 146 pagine - che in
maniera "corretta" sono state valutate, dai
giudici della Corte d'Appello di Palermo, le
"convergenti dichiarazioni" di più collaboratori
sul tema "dell'assunzione, per il tramite di
Dell'Utri, di Mangano ad Arcore, come la
risultante di convergenti interessi di
Berlusconi e di Cosa Nostra". Provata anche la
"non gratuità dell'accordo protettivo, in cambio
del quale sono state versate cospicue somme da
parte di Berlusconi in favore della mafia".
Per quanto riguarda l'assunzione del mafioso
Mangano come stalliere alla villa di Arcore, ad
avviso della Suprema Corte il dato di fatto
"indipendentemente dalle ricostruzioni dei
cosiddetti pentiti, è stato congruamente
delineato dai giudici di merito come indicativo,
senza possibilità di valide alternative, di un
accordo di natura protettiva e collaborativa
raggiunto da Berlusconi con la mafia per il
tramite di Dell'Utri che, di quella assunzione,
è stato l'artefice grazie anche all'impegno
specifico profuso da Cinà".
E se nel periodo in cui lavorò con Berlusconi il
rapporto con la mafia, secondo i giudici, va
provato il concorso esterno in associaizone
mafiosa nel periodo che va dal 1977 al 1982
quando Dell'Utri lavorava con Rapisarda.
P3, la Corte E' di Re Silvio ma si
perseguono i suoi cortigiani, il Re della
Merda rimane al
suo posto
Non è facile
spiegare, neppure ora che l’inchiesta è
conclusa, la strana storia della P3.
Ancora più difficile è far capire a qualche
amico francese o tedesco come sia stato
possibile che nel nostro paese un presidente
del Consiglio, sia pure Berlusconi,
possa essersi trasformato nell’ispiratore di
una “società segreta” il cui scopo ultimo
era in definitiva quello di risolvere i suoi
molti guai giudiziari e qualche opaca trama
politica. Complottando al vertice di organi
costituzionali o di rilevanza costituzionale
per la modifica di norme che non gli
garantivano l’immunità (Lodo Alfano), o
risolvere annose vertenze con imprenditori
nemici (Lodo Mondadori), senza essere mai
essere neppure sfiorato dall’inchiesta
giudiziaria. Mai indagato e
neppure interrogato Berlusconi.
Eppure i suoi vecchi amici, da
Marcello Dell’Utri (condannato per
mafia) a Flavio Carboni
(processato e assolto per l’omicidio Calvi)
e a Denis Verdini,
coordinatore nazionale del Pdl da lui
nominato, stanno per essere rinviati a
giudizio sulla base di fatti ampiamente
documentati e con un carico di imputazioni
da far impallidire un criminale incallito.
Dalla violazione della legge Anselmi al
concorso in associazione per delinquere e
poi corruzione, diffamazione e violenza
aggravata. Chi più ne ha, più ne metta. Con
loro ci sono altri esponenti di rilievo del
Pdl: l’ex sottosegretario Nicola
Cosentino, per il quale pendono due
richieste di arresto, e il governatore della
Sardegna Ugo Cappellacci.
Ma anche un alto magistrato, l’ex presidente
di Cassazione Vincenzo Carbone.
L’architrave fragile dell’inchiesta romana
sulla Corte di Re Silvio, firmata dai pm Giancarlo Capaldo e
Rodolfo Caselli, è in definitiva
questa: perseguire il Vice Cesare, ma non
Cesare benché Cesare sia citato ben 19 volte
nelle migliaia di pagine processuali. Un po’
per burla, un po’ per proteggerlo dalle
intercettazioni. Ma la sua identità
traspare. Cesare non può che essere
lui, Berlusconi. Lo afferma
un’informativa della Guardia di Finanza, ma
trapela oltre ogni lecito dubbio da una
telefonata tra Carboni e Pasquale
Lombardi, il tributarista che
“sussurrava ai giudici”, in cui il primo
annuncia che Cesare non potrà essere
presente all’incontro con Verdini, nella
sontuosa e un po’ pacchiana dimora di
Palazzo Pecci Blunt, ai piedi del
Campidoglio, perché in partenza per San
Pietroburgo. In volo dall’amico Putin.
Nonostante la sua “assenza” processuale, le
66 mila pagine dell’inchiesta grondano della
presenza di Cesare. Più di altre clamorose
indagini degli ultimi anni – dalle Olgettine
a Ruby, dai festini a Palazzo Grazioli agli
strani mènage con Tarantini e Lavitola – la
P3 è quella che meglio descrive il
“sistema di potere” berlusconiano,
dentro e fuori il Pdl. Un sistema
familistico e insieme arrogante, predisposto
all’intrallazzo e alla violazione
sistematica delle leggi, ignaro di ogni
regola istituzionale, privo del più
elementare senso dello Stato.
A gestire i suoi interessi, e dunque la P3,
sono persone a lui legate da antiche,
misteriose amicizie o da più recenti e
oscuri legami politici. Il siciliano Dell’Utri,
fondatore di Forza Italia, è il
viceCesare, il grande capo cui
tutti devono rivolgersi per ogni decisione.
Il toscano Verdini è il braccio finanziario
degli affari che ruotano attorno al suo
Credito cooperativo, la Banca toscana da cui
sarà costretto a dimettersi al culmine dello
scandalo sulla Cricca. Flavio Carboni è il
vecchio sodale che gli ha aperto le porte
della Sardegna negli anni Ottanta,
vendendogli ville e terreni che gli hanno
consentito di costruire mezza Costa Smeralda
con l’ausilio di soci silenti e pericolosi
come Pippo Calò o
malavitosi della Banda della
Magliana. Ancora al suo fianco,
quasi trenta anni dopo, con il Governatore
Cappellacci, l’ emergente amministratore che
gli ha fatto vincere le elezioni in
Sardegna, che il buon Flavio tenta di
coinvolgere nel business dell’eolico
mettendo nel sacco due imprenditori
forlivesi. Tanto rapaci quanto ingenui,
pronti a sborsare oltre 6 milioni di euro,
prima di agguantare il vento.
Ma in questa storia più delle pale, ruotano
i soldi. Tutti si riempiono le tasche
all’ombra della P3. L’unico stralcio
riguarda un sontuoso regalo da 10
milioni di euro che Berlusconi
avrebbe fatto nel 2010 al vice Cesare. Siamo
ormai fuori dalla P3, smascherata e
disciolta, ma i patti vanno rispettati e la
riconoscenza onorata. Parola di Cesare.
CALCIOPOLI 2006
DOPO LA
SENTENZA DI PRIMO GRADO, CON RITO
ABBREVIATO, DEL DICEMBRE 2009, LA
SENTENZA DEL PROCESSO ORDINARIO
DELL'8 NOVEMBRE 2011
"Moggi era il
capo
decisive schede sim"
Depositate le
motivazioni del processo di Napoli
che ha condannato l'ex direttore
generale della Juventus. "Chiari
gli elementi di prova"
di DARIO DEL
PORTO
Ecco tutte le
558 pagine delle motivazioni
su Calciopoli
depositate dal giudice Teresa
Casoria della nona sezione del
tribunale di Napoli che ha
condannato Moggi, Bergamo e
altri coimputati e ha portato
alla forte penalizzazione della
Juventus.
NAPOLI - Depositate
le motivazioni della sentenza
Calciopoli. ''Sussiste la prova
della responsabilità di Luciano
Moggi a carico del quale si
ravvisano elementi utili per
ravvisare la condizione di capo'',
dell'associazione a delinquere
ipotizzata dalla Procura di
Napoli, scrive in 561 pagine il
collegio presieduto da Teresa
Casoria. Moggi è stato
condannato a 5 anni e 4 mesi di
reclusione.
Secondo i giudici va
''sgomberato il campo da inutili
esagerazioni'' come le ''vane
parole'' di alcuni testi come
Manfredi Martino e l'ex arbitro
Nucini. Ma fatta questa
premessa, restano ''gli elementi
di prova per ravvisare
l'esistenza di una struttura
organizzata per raggiungere il
fine della frode sportiva.
Struttura avente quale capo
Moggi''. Nella interpretazione
dei giudixi appare come «ben più
pregnante e decisivo l'elemento
dell'uso delle schede straniere
delle quali e' risultata la
disponibilità procurata da Moggi
a designatori e arbitri''.
Dato che per il tribunale ''ha
resistito alla critica di difese
e consulenti''.
Nella interpretazione dei
giudici il processo non "ha in
verità dato conferma del
procurato effetto di alterazione
del risultato finale del
campionato di calcio 2004-2005 a
beneficio di questo o quel
contendente". Ciò nonostante, il
tribunale ritiene "sufficienti
le parole pronunciate nelle
conversazioni intercettate, nel
cumulo con il contatto
telefonico ammantato di
clandestinità rappresentato
dall'uso di schede straniere,
per integrare gli estremi del
reato" di frode sportiva che,
ricordano i giudici, è un reato
di tentativo.
Nella sentenza non mancano
stoccate al lavoro degli
investigatori.
il collegio sottolinea che la
difesa è stata "almeno in fatto
molto ostacolata dall'abnorme
numero di telefonate
intercettate, oltre 170 mila, e
dal metodo adoperato per il loro
uso, indissolubilmente legato a
un modo di avvio e sviluppo
delle indagini per congettura".
Il tribunale però
ritiene che il processo,
"confezionato con il ricorso a
dosi massiccie di
intercettazioni, non abbia
patito totale disfatta nell'urto
con il dibattimento" da cui non
sono emersi, "contrariamente a
quanto sostenuto dal coro delle
difese, fatti di totale
annullamento della portata
probatoria del discorso
telefonico".
I magistrati escludono invece
che il sorteggio arbitrale sia
stato truccato. E su questo
punto viene assestata una nuova
bacchettata alla procura che,
sostiene il
collegio,"incomprensibilmente si
è ostinato a domandare di sfere
che si aprivano, sfere scolorite
e altri particolari "
Le
mirabolanti intercettazioni della difesa
dimostrano solo che
l'Inter tentò
di
entrare nel giro, ma invano
Quando scoppiò
Calciopoli collaboravo con Repubblica e
fui il primo a pubblicare le
intercettazioni dell’inchiesta della
Procura di Torino. Si riferivano alle gare
di precampionato dell’estate 2004, dunque
non avevano rilevanza penale perché la
frode sportiva si consuma soltanto in
partite ufficiali. Poi un gip
sciaguratamente negò la proroga quando la
stagione entrava nel vivo e si dovette
archiviare. Ma la Cupola del
Pallone era già chiara e
lampante. Poi per fortuna, partendo da
altri fatti, la Procura di Napoli
intercettò dirigenti della Figc
e di vari club, arbitri e designatori
durante il campionato 2004-2005 e giunse
alle stesse conclusioni, però penalmente
rilevanti.
Il sistema funzionava così: il calcio
italiano era nelle mani della
Juventus di Moggi e Giraudo e del
Milan di Berlusconi e Galliani,
che facevano il bello e il cattivo tempo
attraverso manutengoli come il
vicepresidente della Figc Mazzini, i
designatori arbitrali Pairetto e Bergamo e
un harem di arbitri e guardalinee di
fiducia. Il presidente Carraro
fingeva di non vedere. Così come la
giustizia sportiva e gli altri organi di
controllo. Chi si sottometteva alla Cupola
(la Lazio, la Reggina, la Roma da una
certa fase in poi e altri) aveva diritto
di esistere; chi si ribellava, come
inizialmente la Fiorentina dei
Della Valle, o era fuori dal
giro, come Moratti e Gazzoni Frascara, veniva
bastonato.
I Della Valle, secondo l’accusa, vedendo
la loro Fiorentina perseguitata dagli
arbitri, andarono a baciare la pantofola
dei Mazzini e dei Moggi, e i viola si
salvarono in extremis a scapito del
Bologna di Gazzoni. L’Inter intanto
continuava a spendere e spandere senza
toccare palla. Finché Facchetti tentò
anch’egli di entrare nel giro, ma con
scarsi risultati. Tutti sapevano come
andavano le cose, ma nessuno denunciava (a
parte Zeman, Baldini e pochi altri
outsider, subito messi fuori gioco). Anche
molti giornalisti sportivi e moviolisti,
che infatti Moggi curava amorevolmente con
regali e scoop-omaggio. Gli arbitri che
sbagliavano nella direzione giusta
venivano premiati, gli altri finivano
anzitempo la carriera.
In pieno conflitto d’interessi, Moggi e il
figlio gestivano un battaglione di
calciatori e allenatori con la Gea World,
che riuniva i figli di papà che contavano:
Geronzi, Lippi, De Mita, Calleri,
Cragnotti, Tanzi. Bastava leggere
le intercettazioni per ritenere giuste,
anzi troppo lievi, le sanzioni sportive a
Juve, Milan, Fiorentina, Lazio
e Reggina (la
Juve evitò la Serie C solo perché si
doveva salvare il Milan dalla B). E basta
rileggerle oggi per ritenere sacrosanta la
sentenza del Tribunale di Napoli che ha
condannato gran parte degli imputati per
associazione per delinquere e frode
sportiva. Tre giudici, con una presidente
tutt’altro che tenera con l’accusa (che
tentò addirittura di ricusarla) e sempre
elogiata dalle difese, hanno ritenuto
provate le accuse dopo tre anni di
dibattimento. E si son fatte una risata
dinanzi alla linea difensiva
moggian-craxiana del “così fan tutti”. Sia
perché l’eventuale responsabilità altri
non cancella quella di un imputato
colpevole; sia perché le mirabolanti
intercettazioni sfoderate dalla difesa
dimostrano al massimo che l’Inter tentò di
entrare nel giro, non che ha commesso
reati. Ora Moggi manda a dire che lui ha
fatto tutto per conto della Juve: bella
novità.
Quando Umberto Agnelli lo ingaggiò, Moggi
era imputato a Torino per aver fornito
prostitute ad arbitri per le partite di
Uefa del Torino. Quindi fu assunto proprio
perché si sapeva chi era e come operava.
Moggi aggiunge che le schede telefoniche
estere da lui usate le pagava la Juventus,
per aggirare lo “spionaggio industriale
Telecom-Inter”: e allora perché le passò
ai designatori Bergamo e Pairetto? Anziché
lasciarsi lo scandalo alle spalle, come
aveva fatto suo cugino John Elkann,
Andrea Agnelli figlio di Umberto
e amico di Moggi e Giraudo ha ripreso a
gridare al complotto e a rivendicare gli
scudetti dello scandalo, giustamente
revocati. Ora, con la sentenza di Napoli e
i messaggi di Moggi, ha quel che si
merita. Forse, anziché vellicare gli
istinti peggiori della tifoseria peggiore,
farebbe bene a guardare al futuro. A farsi
spiegare lo “stile Juventus” da chi ancora
sa cos’è come Boniperti,
Trapattoni, Zoff e Platini. E
magari a costruire stadi più sicuri.
Serie A - Zeman
"Moggi docet: il calcio è malato"
sab, 12 nov 11:07:00 2011
L'allenatore del
Pescara torna a condannare
l'operato dell'ex dg della Juventus e commenta la
sentenza del processo che ha condannato
Luciano Moggi (foto AP/LaPresse)
"Se c'è stata una
sentenza, vuol dire che ci si è basati su
qualche fatto per cui i campionati che si
sono giocati in passato non erano
sicuramente regolari. Si è dimostrato che
il calcio non era sano".
Le condanne in primo
grado del processo di
Napoli su calciopoli, in
primis quella di Luciano Moggi,
rappresentano una sorta di vittoria morale
per Zdenek Zeman, che in passato ha più
volte puntato il dito contro gli aspetti
'oscuri' del mondo del pallone.
"Non sono stato un
'picconatore' - ci tiene a precisare il
tecnico boemo, oggi sulla panchina del
Pescara - ho semplicemente detto cosa
secondo me non andava e che invece ad
altri andava bene, forse perché il calcio
è la quinta industria del Paese. Ma se per
me ci sono cose che non vanno bene, lo
dico".
"Non mi sono mai
sentito un Don Chisciotte - conclude il
tecnico - io faccio l’allenatore che cerca
di far migliorare i calciatori e cerca di
dare qualcosa ai tifosi: è la mia
posizione da 40 anni ed anche oggi è
così".
Calciopoli, Roberto
Beccantini
“Un altro complotto? No Grazie”
Però qualche mistero resta. Primo tra
tutti, l'esclusione di Franco Carraro,
distratto gestore di tutto il circo
Cinque anni e
quattro mesi per associazione a
delinquere per Luciano Moggi. La
sentenza di primo grado emessa martedì
scorso dal presidente del Tribunale di
Napoli Teresa Casoria sul processo
penale di Calciopoli è quella che si
suol definire una condanna esemplare,
che ha accolto quasi per intero le
richieste dei pubblici ministeri (per
l’ex dg della Juve avevano chiesto
cinque anni e otto mesi). Il
contrattacco del diretto interessato non
si è lasciato attendere ed è quasi certo
che la telenovela Moggiopoli non è
finita qui perché purtroppo Big Luciano
e il calcio di casa nostra sono due
entità difficilmente separabili. Ecco in
proposito le opinioni di tre
editorialisti del “Fatto Quotidiano”.
Il mio pronostico era: frode
sportiva, ma non associazione a
delinquere. Cambia tanto, e comunque
“rispetto” la colpevolezza di
Luciano Moggi, visto che nei
confronti della “Biade” juventina siamo
già al terzo indizio: giustizia
sportiva, rito abbreviato (Antonio
Giraudo), primo grado di
Napoli. Non credo nemmeno all’ennesimo
complotto. Fino alle otto di martedì
sera, il giudice Teresa Casoria
rappresentava – per il popolo juventino
e, dunque, per mezza Italia – il simbolo
della giustizia vera, l’icona delle
sentenze ponderate, l’incarnazione del
processo corretto. Dopo la lettura del
verdetto, per quello stesso popolo e per
quella stessa metà, è diventata una
Palazzi con i tacchi, la maestra di due
picciotte con le lupare puntate alla
schiena di Moggi. In questi casi, i
cittadini di un Paese normale attendono
le motivazioni, e poi cominciano a
sparare, o a spararsi. Da noi no: ci si
spara subito. Abbasso il complottismo,
dunque, ma evviva i dubbi.
Non giustifico il sistema Moggi,
preesistente al suo sbarco alla Juventus,
e mi riesce difficile immaginare i pm
napoletani al soldo di qualche grande
vecchio. Ciò premesso, restano fior di
misteri: l’esclusione, scandalosa, di
Franco Carraro,
all’epoca dei fatti gestore distratto,
molto distratto, di tutto il circo; la
celeberrima uscita di Giuseppe Narducci
sulle telefonate di Massimo
Moratti e Giacinto
Facchetti (“piaccia o non
piaccia, non ce ne sono”); le bobine e i
baffi trascurati o scartati dal tenente
colonnello Attilio Auricchio;
lo spionaggio illegale di Telecom;
l’atto d’accusa (postumo) del
superprocuratore Stefano Palazzi
contro l’Inter, il cui percorso
netto a livello disciplinare non può non
sollevare qualche sorriso, dal momento
che, senza prescrizione, dentro al
calderone (sportivo, almeno) ci sarebbe
finita anche lei: altro che scudetto a
tavolino. Detesto i comodi alibi del
“così fan tutti”.
Negli anni di Calciopoli così facevano
molti, non tutti. E più di tutti, faceva
Moggi. Per questo, ritengo doveroso un
podio delle responsabilità, ma più che
nel cuore di una organizzazione che
teneva sotto scacco i campiona-ti, mi
sembrava di essere capitato nel bel
mezzo di una guerra per bande: peccato
che alcune di esse siano state tenute
fuori dai tribunali. Per Narducci, c’era
la cupola e c’erano gli altri. Ne prendo
atto. Rimangono i dodici anni di storia
juventina fra il 1994 e il 2006, le
stagioni della Triade, scandite da
trionfi su trionfi e racchiuse tra
farmaci prescritti e telefoni bollenti.
Non che intorno fossero tutti frati e
suore – cito alla rinfusa:
passaportopoli, doping amministrativo,
premiopoli, scommettopoli – ma
in appello Moggi dovrà smontare e
ribaltare un’accusa infamante. Per lui e
per la sua ex società. Non ho capito,
per concludere, lo smarcamento della
Juventus, al di là del salvacondotto
offertole dal verdetto. Scaricare Moggi
perché era “solo” direttore generale è
viltà pura, anche se alle tasche
conviene. Fingere di non sapere obbliga
a saper fingere: come è stato fatto o
come non sanno più fare?
Minacciò Baldini,
condannato Moggi
Quattro mesi e 5.000
euro di multa per l'ex d.g.
della Juve pochi giorni dopo la sentenza
di Calciopoli che lo ha condannato a 5
anni e 4 mesi in primo grado a cui si
aggiunge un anno di reclusione in secondo
grado per il Processo GEA. Totale: 6 anni
ed otto mesi.
MILANO - L'ex
direttore generale della Juventus,
Luciano Moggi, è stato condannato a
quattro mesi di reclusione dal tribunale
di Roma per aver rivolto minacce
all'attuale direttore generale della
Roma, Franco Baldini, nel 2008. Il
giudice monocratico Luca Comand ha
disposto il risarcimento da liquidare in
separata sede fissando una
provvisionale, immediatamente esecutiva,
di 5.000 euro.
Luciano Moggi
(Ansa/Abbate)
2008
- L'accusa
di minacce fa riferimento ad un'udienza
del processo di primo grado alla
Gea, nel quale Baldini è
stato il grande accusatore di Moggi. In
particolare, prima dell'udienza del 19
giugno 2008, secondo l'accusa, Moggi
incontrò Franco Baldini fuori dell'aula
dove il dirigente giallorosso (all'epoca
dei fatti team manager della Roma) si
trovava in vista di un confronto con il
calciatore Davide Baiocco. Dopo aver
puntato il dito a dieci centimetri dal
suo naso - come Baldini denunciò in aula
prima di deporre - l'ex d.g. juventino
lo avrebbe apostrofato dicendo: «Buon
giorno pezzo di m..., stai attento che
finisce male». Per l'ex dirigente
bianconero il pm aveva chiesto una
condanna a 8 mesi.
Martedì scorso, nell'ambito del
processo di Calciopoli a Napoli, Moggi è
stato condannato a 5 anni e 4 mesi di
reclusione.
(Fonte: Ansa)
La sentenza del Tribunale di Napoli (leggi).
Per l'ex dg juventino di associazione a
delinquere e frode sportiva. Il processo
riguarda le pressioni sugli arbitri nelle
stagioni 2004-2006. Pene anche per Lotito e
l'ex fischietto De Santis / BLOOOOG!
Quando scoppiò
Calciopoli collaboravo con Repubblica e
fui il primo a pubblicare le
intercettazioni dell’inchiesta della
Procura di Torino. Si riferivano alle gare
di precampionato dell’estate 2004, dunque
non avevano rilevanza penale perché la
frode sportiva si consuma soltanto in
partite ufficiali. Poi un gip
sciaguratamente negò la proroga quando la
stagione entrava nel vivo e si dovette
archiviare. Ma la Cupola del
Pallone era già chiara e
lampante. Poi per fortuna, partendo da
altri fatti,COME IL DOPING SOMMINISTRATO A
VAGONI DAL DOTTOR AGRICOLA, la Procura di Napoli
intercettò dirigenti della Figc
e di vari club, arbitri e designatori
durante il campionato 2004-2005 e giunse
alle stesse conclusioni, però penalmente
rilevanti.
Il sistema funzionava così: il calcio
italiano era nelle mani della
Juventus di Moggi e Giraudo e del
Milan di Berlusconi e Galliani,
che facevano il bello e il cattivo tempo
attraverso manutengoli come il
vicepresidente della Figc Mazzini, i
designatori arbitrali Pairetto e Bergamo e
un harem di arbitri e guardalinee di
fiducia. Il presidente Carraro
fingeva di non vedere. Così come la
giustizia sportiva e gli altri organi di
controllo. Chi si sottometteva alla Cupola
(la Lazio, la Reggina, la Roma da una
certa fase in poi e altri) aveva diritto
di esistere; chi si ribellava, come
inizialmente la Fiorentina dei
Della Valle, o era fuori dal
giro, come Moratti e Gazzoni Frascara, veniva
bastonato.
I Della Valle, secondo l’accusa, vedendo
la loro Fiorentina perseguitata dagli
arbitri, andarono a baciare la pantofola
dei Mazzini e dei Moggi, e i viola si
salvarono in extremis a scapito del
Bologna di Gazzoni. L’Inter intanto
continuava a spendere e spandere senza
toccare palla. Finché Facchetti tentò
anch’egli di entrare nel giro, ma con
scarsi risultati. Tutti sapevano come
andavano le cose, ma nessuno denunciava (a
parte Zeman, Baldini e pochi altri
outsider, subito messi fuori gioco). Anche
molti giornalisti sportivi e moviolisti,
che infatti Moggi curava amorevolmente con
regali e scoop-omaggio. Gli arbitri che
sbagliavano nella direzione giusta
venivano premiati, gli altri finivano
anzitempo la carriera.
In pieno conflitto d’interessi, Moggi e il
figlio gestivano un battaglione di
calciatori e allenatori con la Gea World,
che riuniva i figli di papà che contavano:
Geronzi, Lippi, De Mita, Calleri,
Cragnotti, Tanzi. Bastava leggere
le intercettazioni per ritenere giuste,
anzi troppo lievi, le sanzioni sportive a
Juve, Milan, Fiorentina, Lazio
e Reggina (la
Juve evitò la Serie C solo perché si
doveva salvare il Milan dalla B). E basta
rileggerle oggi per ritenere sacrosanta la
sentenza del Tribunale di Napoli che ha
condannato gran parte degli imputati per
associazione per delinquere e frode
sportiva. Tre giudici, con una presidente
tutt’altro che tenera con l’accusa (che
tentò addirittura di ricusarla) e sempre
elogiata dalle difese, hanno ritenuto
provate le accuse dopo tre anni di
dibattimento. E si son fatte una risata
dinanzi alla linea difensiva
moggian-craxiana del “così fan tutti”. Sia
perché l’eventuale responsabilità altri
non cancella quella di un imputato
colpevole; sia perché le mirabolanti
intercettazioni sfoderate dalla difesa
dimostrano al massimo che l’Inter tentò di
entrare nel giro, non che ha commesso
reati. Ora Moggi manda a dire che lui ha
fatto tutto per conto della Juve: bella
novità.
Quando Umberto Agnelli lo ingaggiò, Moggi
era imputato a Torino per aver fornito
prostitute ad arbitri per le partite di
Uefa del Torino. Quindi fu assunto proprio
perché si sapeva chi era e come operava.
Moggi aggiunge che le schede telefoniche
estere da lui usate le pagava la Juventus,
per aggirare lo “spionaggio industriale
Telecom-Inter”: e allora perché le passò
ai designatori Bergamo e Pairetto? Anziché
lasciarsi lo scandalo alle spalle, come
aveva fatto suo cugino John Elkann,
Andrea Agnelli figlio di Umberto
e amico di Moggi e Giraudo ha ripreso a
gridare al complotto e a rivendicare gli
scudetti dello scandalo, giustamente
revocati. Ora, con la sentenza di Napoli e
i messaggi di Moggi, ha quel che si
merita. Forse, anziché vellicare gli
istinti peggiori della tifoseria peggiore,
farebbe bene a guardare al futuro. A farsi
spiegare lo “stile Juventus” da chi ancora
sa cos’è come Boniperti,
Trapattoni, Zoff e Platini. E
magari a costruire stadi più sicuri.
I giudici hanno confermato le accuse e la pena
emessa dal tribunale in primo grado per l'ex re del latte di Collecchio. In aula
il 73enne aveva chiesto scusa alle persone che aveva contribuito a rovinare di Nicola Lillo
La Procura di Palermo acquisisce il rogito, firmato alla vigilia della
sentenza della Cassazione sul senatore Pdl. Dubbi
sui 20 milioni pagati dall'ex premier per la dimora sul Lago di Como. I
pm Antonio Ingroia, Antonino Di Matteo e Lia Sava, che indagano sul ruolo che
avrebbe avuto Marcello Dell’Utri nella trattativa con la mafia nei primi anni
Novanta, vogliono vederci chiaro. L’assegno che Berlusconi ha staccato l’8
marzo appare esagerato. Soprattutto se si pensa che la perizia più recente
(nel 2004) l’aveva stimata 9,3 milioni. Inoltre, che l’ex premier nel 2011
aveva già versato 9,5 milioni sui conti correnti di Dell’Utri, in parte usati
per ristrutturare la villa di
Marco Lillo e Davide Vecchi
Disposto un nuovo procedimento al senatore Pdl
davanti alla Corte d'appello di Palermo. I giudici annullano con rinvio la
condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa
Video - "Quando il senatore incontrava i boss a Milano".
Intervista al pentito Francesco Di CarloDopo
l'annullamento della sentenza della Corte d'Appello della condanna a sette anni
di reclusione a Marcello Dell'Utri
vanno sfatati due luoghi comuni. Il primo è che la "Giustizia
è uguale per tutti", frase che andrebbe cambiata con la "Giustizia
è uguale per tutti quelli che se la possono permettere". Il secondo è
quello ingiustamente accusatorio, quella vox populi che afferma che la Giustizia
usa due pesi e due misure. Non è per nulla vero. La Giustizia usa lo stesso peso
e la stessa misura sia quando prescrive Berlusconi dal processo
Mills che quando incarcera per settimane, senza alcun processo, una
madre di famiglia
con tre figli incensurata che si è opposta alla Tav. La
Giustizia è dalla parte della Ragion di Stato. Qualcuno può affermare il
contrario? E gli interessi supremi della Nazione si difendono senza
tentennamenti sia che si tratti dei responsabili della "macelleria
messicana" del G8
(qualcuno è finito in carcere?) o dei massacratori di Aldrovandi (qualcuno è
stato almeno rimosso dall'incarico dopo la condanna
confermata in appello?).
Berlusconi ha fatto un grave torto ai suoi amici condannati in via definitiva e
finiti in carcere come Previti, Cuffaro e Mangano: non si è dimesso prima delle
loro condanne. Io ho infatti il ragionevole dubbio, e
con me qualche milione di itallani, non suffragato da alcuna prova se non dalle
due sentenze ravvicinate Mills e Dell'Utri, che lo psiconano abbia negoziato un
lasciapassare prima di dimettersi. Come fece Eltsin, che chiese precise garanzie al suo successore Putin
all'atto della sua uscita di scena. Cuffaro dovrebbe chiedere la par condicio
insieme a un vassoio di cannoli siciliani, è lui il più danneggiato. Beati gli
assetati di Giustizia, perché saranno giustiziati.
UN PAESE TOTALMENTE
DEVASTATO DALLA CORRUZIONE E DALLA CRIMINALITA'
ORGANIZZATA, LA QUALE OCCUPA 1/3 DEL TERRITORIO
NAZIONALE. UN PAESE
COL 120% DI PIL MANGIATO DA 2000 MILIARDI DI
EURO DI DEBITI, TERZO DEBITO DEL MONDO DOPO
GIAPPONE E USA, UN PAESE CON OLTRE IL 30% DI
DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, SMANTELLATO NELLA SUA
FILIERA CULTURALE ED INDUSTRIALE
DA 10 ANNI DI POLITICHE
DEREGOLAMENTATIVE DA PARTE DI GOVERNI
SUB-DESTRORSI TELEVISIVI SPALLEGGIATI DA UNA
SOTTO-SINISTRA DE-CULTURALIZZATA E SPAPPOLATA,
UN PAESE CON QUASI DUE MILIONI DI NENE - NE
STUDIO NE LAVORO - CONTINUAMENTE AVVOLTOLATO
ALLA SUB CULTURA DELLA VACANZA TUTTO L'ANNO, UN
PAESE CON UNA SPAVENTOSA EMERGENZA DEMOCRATICA,
CON I PARTITI CONTINUAMENTE FINANZIATI DAL
PUBBLICO CHE IMPEDISCONO QUALSIASI VOGLIA DI
RIFORMA, SI RITROVA CON
UN ORGANO COSTITUZIONALE CHE VUOLE BOCCIARE LA
PROPOSTA DI REFERENDUM PER LA CANCELLAZIONE DI
UNA DELLE LEGGI ELETTORALI PIU' DI MERDA DAI
TEMPI DELLA LEGGE ACERBO DEL 1924 !!!
Confermata nell'ultimo grado di giudizio la sentenza contro l'agente che l'11
novembre 2007 sparò e uccise il tifoso della Lazio in un'area di servizio
dell'autostrada A1. Riconosciuto colpevole di omicidio volontario
pd: partito DEI DEFICENTI. PRIMARIE A GENOVA: PD DISTRUTTO ED
ANNIENTATO. PRIMARIE A PALERMO, IL
CANDIDATO SINISTRORSO RITA BORSELLINO BATTUTA DA UN EX IDV, ALTRO TRACOLLO DEL
PD. IL RICORSO AI PROBIVIRI DELLA BORSELLINO ANNULLA IL VOTO DELLO ZEN MA IL
CANDIDATO OCCULTO VINCE UGUALMENTE PER 126 VOTI..... DOPO MILANO, NAPOLI,L'INTERA PUGLIA ecco un'altra WALTERLOO PER IL
PARTITO A VOCAZIONE MAGGIORITARIA.
Ecco il perchè del
MERDELLUM con il LORO ALLEATO PREFERITO: LA MUMMIA DI ARCORE.(
Leggere I PIU' DI MERDA...):Primarie
Genova
Vince Doria (Sel)
Sconfitto il Pd
UNA MASSA SCOMPOSTA DI TESTE DI CAZZO DELLA SINISTRA
ITALIOTA DELLA MINCHIA
L'ex tesoriere DEL
PARTITO DELLA MARGHERITA LUSI ha girato su suoi
conti privati i rimborsi elettorali PER 20
MILIONI DI EURO. OGGI QUESTA TESTA DI CAZZO E' UN
DEPUTATO PD, SI UN "SOCIO" ALLA PENATI....
POLITICA
| Dal 2008 al 2011 Luigi Lusi (Margherita)
ha rubato 13 milioni di euro dirottando
sui suoi conti bancari i rimborsi
elettorali e alcuni finanziamenti del Pd.
Il tutto senza che nessuno si sia accorto
di nulla, a meno che l'accusato non stia
coprendo qualcuno: su questo punto i pm di
Roma vogliono vederci chiaro. La
frustrazione di Rutelli che scarica ogni
responsabilità: "onestà, ragione della mia
vita". GUARDA IL VIDEO SU
RUTELLI.
Responsabilità civile, è rivolta tra i
giudici. Dopo l’inaspettata approvazione
alla Camera dell’emendamento leghista
firmato da Gianluca Pini (leggi
l'articolo)
(...si sono sempre quei testa di gran
cazzo fancazzisti di merda che da vent'anni
si fottono la fiumara di danaro pubblico
per investire in...Tanzania, mica a
Varese....),
contro il parere del governo e con il sì
del Pdl, si moltiplicano le reazioni
negative delle massime cariche della
magistratura italiana. Una norma
“inappropriata” per l’ex presidente della
Corte costituzionale Cesare Mirabelli.
Mentre il numero uno dell’Associazione
nazionale magistrati Luca Palamara si
augura senza mezzi termini che
l’emendamento “venga tolto di mezzo”. Sul
fronte politico, intanto, a difesa del
provvedimento si ricompatta la “vecchia”
maggioranza di centrodestra. Ma in
un’intervista sul Secolo XIX, l’ex
magistrato ed ex parlamentare Pd Luciano
Violante definisce l’emendamento leghista
un “pasticcio ideologico” che però
“segnala un’insofferenza che non va
s
Chi trae vantaggio della responsabilità
civile? Il caso di Francesco Dettori.
Nel 1985 da pretore fa sequestrare
alcune aree dell'immobiliarista e viene
denunciato. Passeranno anni prima di
liberarsi dal peso del ricorso
miliardario
In un comune del Casertano (foto).
Il boss (videoscheda)
era in un bunker: le forze dell'ordine
hanno scavato per rintracciarlo.
Cancellieri: grande successo
(audio).
La procura: rifugio supertecnologico. Applausi
degli agenti (video).
Lo scrittore: "Mi viene
Condannato anche l'ex presidente Giovanni
Consorte. Per lui i giudici hanno disposto una
pena di tre anni e dieci mesi. Assolto,
invece, l'ex capo della Vigilanza di palazzo
Koch. Unipol dovrà pagare una provvisionale di
15 milioni di euro
Cesare
Geronzi è stato condannato a 5 anni di
reclusione per il caso Ciappazzi, l'azienda
di acque minerali che secondo la
ricostruzione dei pm di Parma l'ex patron
della Parmalat Calisto Tanzi fu "costretto"
a comprare a un prezzo fuori mercato.
Accusato di bancarotta fraudolenta e usura,
per... (continua)
Il lobbista è stato
condannato per dieci capi di imputazione,
tra cui associazione per delinquere,
favoreggiamento, rivelazione di segreto e
corruzione. Non potendo beneficiare della
sospensione della pena, quando la sentenza
passerà in giudicato, l'uomo d'affari, che
ora è libero, dovrà essere di nuovo
arrestato.
L'uso del
termine P4, con cui è ormai nota
l'associazione a delinquere, non è
soltanto frutto del mondo del giornalismo,
che pure, per ovvie esigenze, si è sentito
autorizzato a richiamare alla mente dei
lettori un termine già noto (quello, cioè,
della loggia massonica
Propaganda
Due,
detta P2, di
Licio Gelli),
ma si deve anche all'esplicita connessione
di uno dei più rilevanti protagonisti
della stessa P4,
Luigi
Bisignani,
alla loggia di
Gelli
alla quale è stato iscritto, come risulta
dagli elenchi rinvenuti a
Castiglion
Fibocchi[1]
L'indagine
è stata avviata dalla
Procura
della Repubblica
di
Napoli
grazie ai
PM
Francesco
Curcio
e
Henry John
Woodcock.
Secondo gli inquirenti
Luigi
Bisignani,
uomo chiave dell'associazione a delinquere
e sottoposto dal 15 luglio 2011 a
detenzione
domiciliare
per
favoreggiamento
e rivelazione del
segreto
d'ufficio,
avrebbe instaurato,
grazie alla
intricata rete di amicizie potenti sulla
quale e per mezzo della quale operava, "un
sistema informativo parallelo"[2]
che riguarda - secondo la Procura di
Napoli - "l'illecita acquisizione di
notizie e di informazioni, anche coperte
da segreto, alcune delle quali inerenti a
procedimenti penali in corso nonché di
altri dati sensibili o personali al fine
di consentire a soggetti inquisiti di
eludere le indagini giudiziarie ovvero per
ottenere favori o altre utilità".
Come si
accennava,
Luigi
Bisignani
sarebbe riuscito a tessere la sua tela
criminale grazie a un nutrito gruppo di
amici potenti. Lo stesso Bisignani è stato
compagno dell'attuale sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio
Daniela
Santanchè;
è inoltre definito come un grande amico di
Gianni
Letta
e
Italo
Bocchino,
vicepresidente di
Futuro e
Libertà per l'Italia,
il partito del Presidente della Camera
Gianfranco
Fini.
Tra i suoi conoscenti anche
Denis
Verdini,
esponenti importanti dell'Eni e della RAI,
oltre che diversi vertici dei servizi di
sicurezza.[3]
Dopo averlo
intercettato, gli investigatori si sono
presi cura di trascrivere il contenuto
delle intercettazioni.
Il 9
agosto 2010 Bisignani parla con
Enrico
Cisnetto,
editorialista del
Giornale
di colui che a quel tempo era direttore
del quotidiano,
Vittorio
Feltri.
In questa intercettazione - e
precisamente dalle parole di Cisnetto -
si viene a sapere che
Feltri
avrebbe intenzione di prendere il posto
di
Silvio
Berlusconi.
A detta di Cisnetto, inoltre, parte
dell'operato di Feltri è finalizzata a
destabilizzare il premier (che "sarebbe
svenuto" se avesse sentito ciò che
Feltri diceva di lui a cena).[4]
Il 18
agosto 2010 una telefonata a
Flavio
Briatore
rivela il parere di Bisignani sul
sottosegretario Santanché, che viene
descritta come un'opportunista. Nei
giorni successivi Bisignani la definirà
come una "stronza".
[4]
Il 12
settembre 2010 in una telefonata con il
figlio Renato, Bisignani parla del
ministro del Turismo
Brambilla
in modo poco lusinghiero definendola "stronza,
brutta, un mostro, mignotta come poche,
la più mignotta di tutte".[4]
Il 14
ottobre 2010 l'allora direttore generale
della RAI
Mauro
Masi
riceve da Bisignani la lettera di
licenziamento per
Michele
Santoro
e, al telefono, esulta con lo stesso
faccendiere affermando che ormai il
conduttore di
Annozero
"è morto" e che "je stamo a spaccà er
culo"[4]
Una delle
preoccupazioni del faccendiere è legata
anche alla possibilità che la
Gabanelli
"faccia puttanate"[4]
Il 2
dicembre 2010 il ministro dell'Ambiente
Stefania
Prestigiacomo
si lamenta con Bisignani del fatto che
tutti, nel centrodestra, sono referenti
di
Berlusconi.[4]
Il 27
gennaio 2011 Bisignani si congratula con
Masi, dopo che questi ha appena litigato
in diretta con Santoro. "Sei stato
bravissimo", dice a Masi, "io lo avrei
preso a schiaffi".
Dalle
parole dello stesso Bisignani, emerge
chiaramente la sua sfera di influenza
politico-istituzionale. Basti pensare al
caso della
Santanchè,
che, trovatasi in seria difficoltà dopo
che
Fini
l'aveva esautorata di ogni potere
all'interno di
Alleanza
Nazionale,
accettò il consiglio del faccendiere di
iscriversi a
La Destra
di
Francesco
Storace,
con la speranza di ottenere così una
maggiore visibilità. Fallito il tentativo
(La
Destra
infatti non superò la soglia di
sbarramento per approdare in
Parlamento,
la Santanchè era, oltretutto, candidata
premier per quel partito), Bisignani operò
al fine di riavvicinare la Santanché al
PDL.
Una nuova collaborazione governativa era
allora una prospettiva piuttosto lontana
per l'attuale sottosegretario, a causa del
veto posto da Fini, che non tollerava il
rientro nelle file del governo di
un'avversaria. Il veto cadde grazie alla
mediazione di Bisignani, che, sempre
secondo le sue parole, convinse i finiani
contattando
La Russa,
Ronchi
e
Bocchino.
Durante un pranzo a
Montecitorio,
alla presenza di Berlusconi e Fini,
Bocchino annunciò infine la caduta del
veto.
Da
segnalare come i rapporti fossero stretti
anche con
Italo
Bocchino,
il quale si era rivolto al faccendiere per
chiedergli una mano per ripristinare i
finanziamenti al quotidiano
il Roma,
che erano stati sospesi da Berlusconi
tramite il responsabile dell'editoria
Elisa
Grande.
Nell'inchiesta sulla P4 è anche coinvolto
il Maresciallo dei
Carabinieri
Enrico La
Monica,
attualmente latitante in
Senegal,
che potrebbe essere responsabile della
fuga di notizie riguardante l'inchiesta in
cui è coinvolto
Nicola
Cosentino,
ex sottosegretario, coordinatore regionale
del PDL campano e accusato di concorso
esterno in associazione mafiosa. Infatti
La Monica, presente durante
l'interrogatorio (effettuato dal PM della
Dda Marco Del Gaudio) di
Gaetano
Vassallo,
imprenditore dei rifiuti, legato al clan
dei
Casalesi
e poi diventato collaboratore di
giustizia, avrebbe diffuso tra politici e
giornalisti il contenuto del verbale
dell'interrogatorio, in cui Vassallo
parlava di presunti legami tra Cosentino e
il clan dei Casalesi. Il verbale (insieme
ad altri) fu poi pubblicato dall'Espresso.
Dalle
indagini risulta che La Monica, a
conoscenza del fatto che Cosentino sarebbe
stato oggetto di una indagine, avrebbe
detto all'onorevole
Alfonso
Papa,
deputato del PDL, di evitare rapporti
troppo stretti con Cosentino. Ciò si è
venuto a sapere grazie alla testimonianza
dell'avvocato Patrizio Della Volpe, amico
di La Monica, che ha inoltre rivelato come
il deputato Papa fosse interessato a "fare
il salto di qualità in politica".
Anche in
altre circostanze La Monica avrebbe
diffuso notizie segrete con la speranza di
ottenere in cambio una raccomandazione per
l'AISE, i servizi segreti militari.
Un ex
ferroviere amico di La Monica conferma che
il maresciallo era un "grandissimo amico"
di Papa.
[6]
La
conoscenza che il deputato
Alfonso
Papa
fece con
Luigi
Bisignani
consentì a quest'ultimo di ottenere
informazioni sulle indagini avviate nei
riguardi di
Stefania
Tucci,
con la quale Bisignani era legato
[7].
Come detto
in precedenza, l'onorevole Papa poteva
contare sul supporto del maresciallo La
Monica. E, come aggiunge Bisignani, "non
c'è dubbio che i canali informativi di
Papa erano prevalentemente nella Guardia
di finanza".
Attualmente
Papa è in carcere, a seguito
dell'autorizzazione all'arresto concessa
dalla
Camera dei
Deputati
con 319 voti favorevoli e 293 contrari
[8]
L'influenza
di Papa su dirigenti di azienda pare
comprovata dalla testimonianza di Maria
Roberta Darsena, la quale conobbe Papa nel
1999 e riuscì, grazie alle sue pressioni
(rivolte - secondo il racconto di Darsena
- direttamente all'ex presidente Cardi), a
farsi assumere quasi subito a tempo
indeterminato. A quanto pare il deputato
faceva recapitare diversi regali a
Darsena: un Rolex, un braccialetto di oro
bianco e diamanti, un anello, borse. Tutti
senza confezione e ulteriori indicazioni.
Vi è anche
il caso di Maria Elena Valenzano,
assistente parlamentare di Papa legata a
Bisignani, che avrebbe ricevuto diverse
proposte lavorative grazie alle
informazioni sulle indagini fornite a
imprenditori e politici da Papa.
Un'altra
donna, Gianna Sperandio, è risultata
possedere una carta telefonica usata dal
parlamentare e abitare in un appartamento
legato a Papa. Inoltre, le dichiarazioni
rese davanti ai magistrati rivelano che
Sperandio possiede una Jaguar regalatale
da Papa e che una volta si è recata a
Conegliano
con una
Ferrari
F430 prestatale dallo stesso deputato.
Quest'ultimo si è anche adoperato al fine
di ottenere una tessera di riconoscimento
da parte della
Camera dei
Deputati
affinché Sperandio potesse accedere a
Montecitorio.
[9]
CADE UN ALTRO AMICONE
DEL PEDERASTA:QUATTRO ANNI DI CARCERE A GERONZI PER
IL CRACK CIRIO DEL 2002
Dopo i 7 anni a Dell'Utri
per Mafia
Nove anni a Sergio Cragnotti e
quattro a Cesare Geronzi per il crack Cirio. Queste
le due principali condanne decise dai giudici della
I Sezione penale di Roma del Tribunale. Condannati
anche il genero e i figli di Cragnotti. In
particolare, al genero Filippo Fucile sono stati
inflitti 4 anni e sei mesi di reclusione. Quattro
anni anche per Andrea Cragnotti, mentre sono stati
condannati a 3 anni di reclusione gli altri due
figli del patron di Cirio Elisabetta e Massimo.
Unicredit, come responsabile civile dovrà pagare 200
milioni di euro insieme agli altri imputati
all’amministrazione straordinaria Cirio. La sentenza
conclude il processo per il dissesto della società
agroalimentare a carico complessivamente di 35
persone (una delle quali, Livio Ferruzzi
è deceduta in questi giorni), e a una società di
revisione. In particolare gli imputati erano sei
componenti della famiglia Cragnotti, con in testa il
‘patron’, 17 tra dirigenti e funzionari del Gruppo
Cirio, e 6 dirigenti della Banca di Roma, tra i
quali Geronzi, all’epoca dei fatti presidente
dell’istituto, e due dirigenti della vecchia Banca
popolare di Lodi.
Bancarotta fraudolenta per le varie ipotesi previste
dal codice e cioè per distrazione, documentale e
preferenziale, nonché truffa oltre ad altri reati
minori le accuse contestate a seconda della
posizione processuale agli imputati dai pubblici
ministeri Rodolfo Sabelli e
Gustavo De Marinis. I pm avevano chiesto 15
anni di reclusione per Sergio Cragnotti, 8 anni
oltre a pene accessorie per Cesare Geronzi, 12 anni
per Fucile, genero di Cragnotti che ha avuto un
ruolo di dirigente nell’azienda, 8 anni per i figli
di Cragnotti Andrea e Elisabetta, 6 anni per la
moglie dell’imprenditore Flora Pizzichemi e l’altro
figlio Massimo. L’inchiesta, cominciata nel 2003, si
concluse a metà del maggio 2005 e ha coinvolto
inizialmente 45 persone. Il dissesto ha danneggiato
13mila persone che avevano sottoscritto bond e
titoli di credito della Cirio.
”Resto tranquillo perché continuo a ritenere di
avere agito correttamente, nell’ambito delle
responsabilità statutarie, esercitando il compito
proprio, naturale del banchiere, senza commettere
alcun illecito. Diversamente, in casi della specie,
la funzione di ogni banchiere resterebbe
paralizzata”. Così Cesare Geronzi commenta con
l’ANSA la sentenza di condanna a quattro anni di
reclusione decisa questa sera nei suoi confronti dal
Tribunale di Roma. “Per questa ragione e per la
fiducia che nutro nella Magistratura – aggiunge –
confido che in sede di appello come è già accaduto
in un’altra circostanza del genere, l’ulteriore,
ponderata riflessione consentirà di fare piena
chiarezza e di riconoscere l’assoluta non
colpevolezza del mio comportamento”.
Per la difesa di Cragnotti, invece, “siamo in
presenza di una pena modesta (9 anni, ndr) rispetto
alle richieste avanzate dai pm della procura (15
anni, ndr)”. E dunque “speriamo in appello di poter
portare avanti le nostre ragioni perché il reato di
bancarotta si può consumare anche in un singolo
episodio”. Questo il commento di Massimo
Krogh, uno dei difensori di Sergio
Cragnotti, che per il crac del gruppo Cirio è stato
condannato dalla prima sezione penale del tribunale
di Roma alla pena più alta rispetto agli altri
imputati.
Dopo un anno Capaldo chiude le indagini. 100 mila
euro al senatore siciliano, 800 mila euro per il
coordinatore nazionale e il coordinatore regionale
della Toscana Massimo Parisi: sono le mazzette del
Pdl per l'energia eolica in Sardegna,ma non solo:
in ballo la possibilità di corrompere alti
funzionari di organi costituzionali per dirigere
in un certo modo i verdetti sulle leggi ad
personam
PER GERONZI
ALTRI SETTE ANNI
Concorso in bancarotta
fraudolenta e usura aggravata. E’ per questi capi
d’imputazione che la procura di Parma (in aula il Pm
Vincenzo Picciotti, unico componente dell’originario
pool di magistrati che diede inizio all’inchiesta
sul crac Parmalat nel 2003) ha chiesto la condanna a
sette anni di reclusione per Cesare
Geronzi nella requisitoria per il
processo Ciappazzi, nato da una ‘costolà
dell’indagine sullo scandalo da 14 miliardi di euro
del gruppo di Calisto Tanzi
. Per
Matteo Arpe, ad di Capitalia, la richiesta è stata
di due anni e sei mesi per concorso in bancarotta
prevedendo le attenuanti generiche, non contemplate
per Geronzi.
Geronzi, che, all’epoca dei fatti, era presidente di
Banca di Roma (poi Capitalia) e che poi è rimasto
per molti anni uno degli uomini più potenti della
finanza nazionale, secondo l’accusa avrebbe
costretto Parmalat ad acquistare dal Gruppo
Ciarrapico l’azienda di acque minerali siciliane
Ciappazzi, ad un prezzo gonfiato (circa 15 milioni
di euro) e con tassi da usura, facendo leva sulle
necessità di liquidità del gruppo turistico
Parmatour facente capo a Tanzi, che era “enormemente
indebitato”.
Sempre secondo l’accusa, Banca di Roma voleva
rientrare della forte esposizione di Ciarrapico. In
cambio c’era un finanziamento per Parmalat. Il pm ha
chiesto anche la condanna a quattro anni di Alberto
Giordano, vicepresidente di Banca di Roma all’epoca
dei fatti, a tre anni di Roberto Monza, direttore
centrale dell’Istituto Banca di Roma, di Riccardo
Tristano, ex componente del cda di Fineco Group
(questi ultimi condividono l’accusa di usura
aggravata con Geronzi) e di Antonio Muto, ex
dirigente Area funzione crediti della stessa banca.
E ancora: due anni e sei mesi per Eugenio Favale,
all’epoca dei fatti dirigente Area grandi clienti di
Banca di Roma e per Luigi Giove, all’epoca
responsabile recupero crediti di Mediocredito
Centrale. Per Arpe, Favale e Muto la Procura ha
chiesto l’assoluzione per l’accusa di distrazione e
per quella di bancarotta riferita alla Cosal,
società del Gruppo Parmalat che acquistò la
Ciappazzi. Chiesta l’assoluzione per Monza e
Tristano per alcune ipotesi di bancarotta e per
Giove per i capi d’imputazione che si riferiscono al
concorso nella bancarotta Parmalat e di Parfin.
Per l’accusa, l’acquisto da parte di Tanzi della
Ciappazzi è il frutto di un lungo lavoro e di
difficili trattative intercorse tra i vertici di
Banca di Roma e quelli di Collecchio. L’accusa ha
cercato di riassumere i punti salienti di queste
trattative passando in rassegna anche la storia del
finanziamento “Bridge” da 50 milioni concesso da
Banca di Roma a Parmalat ma immediatamente girato a
Parmatour.
Lapidario il commento dei legali di Geronzi,
Ennio Amodio e
Francesco Vassallo: “Con la chilometrica
lettura di una densa memoria il pm di Parma ha
sorprendentemente collocato Calisto Tanzi
sull’altare delle vittime. E ha affermato che sono,
invece, i vertici della banca finanziatrice di
Parmalat a dover rispondere di bancarotta,
dimenticando, così, che l’ex patron del colosso
alimentare di Collecchio è già stato condannato dal
Tribunale di Parma proprio per questo reato”. Il
collegio difensivo di Matteo Arpe, composto dagli
avvocati Luisa Mazzola e Paolo Veneziani, chiederà
la piena assoluzione del suo assistito.
MILANO
-
PER MORATTI E’ FINITA
MORATTI AI TITOLI DI CODA: E'
FINITA!!!
L'OFFERTA DI 20 MILIONI DI
EURO ANNUI PER GUARDIOLA è uno specchietto per
le allodole allo scopo di NON SVENDERE IL CLUB.
L'onda lunga del TRIPLETE non si è verificata E
LA FORTE CRISI ECONOMICA HA DATO IL COLPO
FINALE.MANCHESTER - «Cosa
risponderei se Moratti mi richiamasse per una
ricostruzione? L'ho già fatta la ricostruzione:
l'Inter ha le qualità per riprendersi»: così
ai microfoni di Mediaset Premium l'allenatore
del Manchester City, Roberto Mancini, al termine
della qualificazione della sua squadra agli
ottavi di Europa League risponde ad una domanda
sul momento della formazione nerazzurra. «L'Inter
ha bisogno di fare un buon risultato in
Champions, - dice - se ci riesce può
tornare ad essere quella grande squadra che era
4 o 5 settimane fa: il calcio è strano, era
riuscita a fare molte vittorie di fila, poi
qualche sconfitta».
Mancini parla poi del suo City che oggi ha
strapazzato il Porto: «Nelle due partite
abbiamo meritato di passare il turno, ma
comunque il Porto è una grande squadra».
Disimpegno è un'espressione
ibrida, quasi asettica per illustrare senza
eccessivo pathos il progressivo
ridimensionamento della famiglia Moratti (e
con loro l'iniezione periodica di capitali)
dall'Inter,
quella funestata da una crisi strutturale che
non può avvalersi affatto dei fattori
congiunturali a cui di prassi si fa appello in
questi casi per giustificare il trend
negativo.
Una squadra dal
recente passato epico, quasi idealizzato come
in un mondo delle idee platoniche come
descritto dalle parole accorate del piccolo
Filippo figlio di una generazione che ha
visto solo vincere e giocare con campioni di
altissimo livello.Dovrà abituarsi anche lui
perché rumors sempre più insistenti,
prevalentemente di origine finanziaria,
riportano dell'imminente ingresso di nuove
liquidità e nuovi investitori nell'azionariato
di corso Vittorio Emanuele. Arabi e
russi, per la precisione.
"Forse sarebbe una bella cosa se ci fosse un
gruppo forte capace di dare una mano ma, molto
sinceramente, non c’è niente. Assolutamente
niente", ha detto pubblicamente Massimo
Moratti in relazione all'ipotesi che nuovi
soci entrino a far parte dell'Inter
anche solo sotto la figura di nuovi sponsor.
Ipotesi già trapelata sotto forma di una
partenership nella Saras, avanzata da
Repubblica. "Avanti con Ranieri a
prescindere dai risultati? Proviamo a
vedere....", la laconica risposta invece sul
futuro di Claudio Ranieri, sempre
più allenatore con la data di scadenza.
La cessione di una parte del
pacchetto azionario ad un partner estero,
arabo nello specifico ha una sua specificità
viste le note difficoltà della azienda di
proprietà della famiglia Moratti.
Progressivo
disimpegno: un'uscita graduale e pianificata
per comprendere anche l'ingresso del CdA
dei figli del patron Massimo, cioè
Angelomario e Carlotta. D'altronde, il figlio
di Massimo e Milly sarebbe già indicato come
successore del padre alla guida della società
in una sorta di assegnazione dei beni
familiari tra gli eredi.
Dopo l'accordo con la Gazprom,
l'avanzata russa era data per scontata ma
questa via non sarebbe l'unica da contemplare.
Moratti già la scorsa estate avrebbe preso
contatti e promosso il marchio Inter in Medio
Oriente e a fine stagione sarebbe già
stabilita una tourneé in Indonesia.
Nuovi capitali per risollevare le sorti delle
casse di corso Vittorio Emanuele, in
una fase alquanto delicata da un punto di
vista non solo calcistico. L'eventuale arrivo
di nuovi soci consentirebbe l'avvio di quella
rifondazione auspicata dopo le evidenti
limitazioni sul mercato e il rilancio di un
progetto come quello del nuovo stadio sul
modello della Juventus che consenta di
avvelaresi di un impianto complesso, dotato di
attività economiche e commerciali che
supportino il rilancio economico. Obiettivi
ambiziosi, ma nient'affatto irrealizzabili.
I Moratti hanno
finito la benzina, per l'F.C.
Internazionale un futuro nebuloso:
prossima una cessione del club e di
parte dell'azienda avita ??
ALLE DIFFICOLTA' di vendita di parte
dell'azienda si inserisce
l'impossibilità di cedere il club pieno
zeppo di debiti.
Massimo Moratti
si sente tradito ma non venderà
l'Inter come auspicato da qualche
tifoso deluso all'uscita di San Siro
al termine della sconfitta contro il
Novara. Tradito da quei
senatori con cui aveva stretto un
patto a inizo stagione e che ora
stanno affondando insieme a Ranieri.
L'allenatore non è però in discussione
almeno fino a giugno quando ci sarà un
presumibile 'reset' anche a livello di
gestione tecnica.Il sogno resta Pep
Guardiola, pallino di Moratti, ma
anche il francese Laurent Blanc
pare in lizza per un posto da
allenatore. Da escludere invece
l'arrivo di Fabio Capello che pare
vicino a firmare con i russi dell'Anzhi.
Moratti, in un'intervista al 'Corriere
della Sera', ha fatto capire di non
avere intenzione di mollare nè di
ridimensionare la squadra. "Potete
immaginare il mio stato d'animo. Non
c'è motivo di mollare e non ci sarà
nessun ridimensionamento. Le cessioni
(Eto'o, Motta, n.d.r) andavano fatte.
Il fair-play finanziario è una cosa
seria. Nessuna operazione di
mercato è stata fatta per caso,
OVVERO IL TENTATIVO E' QUELLO DI
RIDURRE I DEBITI PER VENDERE.
MILANO -
Prova a metabolizzare lo scivolone
casalingo con il Novara, Massimo
Moratti, nonostante le contestazioni
della tifoseria nerazzurra. Ha
probabilmente un vulcano che gli
ribolle dentro, però il massimo
dirigente dell'Inter evita toni
forti in questo momento delicato per
la squadra di Ranieri, in crisi di
risultati (quarto ko nelle ultime
cinque partite) dopo una rimonta che
l'aveva riportata in alto in
classifica.
MORATTI: "SI PUO' DARE
FIDUCIA A QUESTO GRUPPO" -
"Le mie sensazioni dopo il Novara?
La sensazione di chi capisce che
bisogna fare qualcosa in più e spera
che i giocatori abbiano le risorse e
le energie per far meglio - dice
il presidente intercettato
all'uscita degli uffici della Saras
-. Sono convinto che a questa
squadra si possa dare ancora
fiducia, sta molto a loro e alla
fortuna, per cui da qui alla fine si
deve far bene".
"COMPRENDO CONTESTAZIONI,
NON SONO CONTENTO" -
Quindi, inevitabile, un accenno alle
contestazioni, arrivate domenica al
termine del match di San Siro e ieri
mattina, quando soprattutto alcune
tifose hanno espresso il loro
dissenso al numero uno del club
milanese.
"La contestazione non l'ho vissuta
in prima persona perché non ero né
allo stadio domenica, né nei miei
uffici ieri - spiega Moratti - Ho
letto sui giornali, la gente è
libera di esprimersi. Qualcuno non
aspettava altro, qualcuno fa un po'
di scena. Il nostro pubblico è così,
c'è
vivacità, teniamo
all'Inter e vogliamo sempre qualcosa
di diverso. Bisogna sopportare
situazioni difficili, e a volte i
tifosi che contestano vogliono farmi
capire che la situazione è più
difficile di quanto io già non
sappia, magari pensando che io non
l'abbia capito. E' comprensibile che
facciano qualcosa, certo non sono
contento, questo senza dubbio".
"DICHIARAZIONI DI GASPERINI? DI GRAN
CLASSE" - Il presidente,
però, non pensa che la contestazione
serva da stimolo, ad esempio in
vista del prossimo calciomercato.
"No, quella anzi ha un effetto
contrario. Lo stimolo viene dalla
voglia di far bene, il tutto
comunque è consentito. E poi credo
che avessero paura che in questo
momento potessimo vendere Sneijder,
ad esempio, o di cose di questo
genere, tutte cose che per
trasmetterle devi fare qualche cosa,
un messaggio. Le dichiarazioni di
sabato di Gasperini? Si è lamentato
del mercato che era stato fatto
durante la sua gestione? Non le ho
lette, comunque sono state tirate
fuori al momento giusto, una gran
classe...".
"NON MI FERMO, LAVOREREMO
PER VINCERE" - Nessun
ridimensionamento all'orizzonte
comunque in casa nerazzurra, la
voglia di vincere è sempre intatta.
"Continuo a pensare al presente, nel
senso che abbiamo ancora obiettivi
importantissimi e non c'è nessun
motivo per mollare - ha assicurato
Moratti in un'intervista al
'Corriere della Sera' -. Campionato
e Champions League: la stagione
resta molto lunga e bisogna dare
tutto". Per quanto riguarda alcune
scelte di mercato, Moratti ricorda:
"dovevano essere sistemati alcuni
aspetti gestionali, perché era
necessario consolidare la società,
per tanti motivi e perché il
fair-play finanziario dell'Uefa non
è uno scherzo. Detto questo, nessuno
più di me ha voglia di tornare a
vincere e lavoreremo per farlo in
fretta. Le ambizioni sono quelle di
sempre, proiettate su un futuro
all'altezza della storia
dell'Inter".
"IL PERICOLO E' FARSI DOMINARE
DALL'ANSIA" - Sulle
cessioni di campioni come Etòo e
Thiago Motta, il presidente
nerazzurro sottolinea che "non
esistevano più le condizioni per
trattenerli. Può essere che abbia o
che abbiamo sbagliato qualcosa in
alcune decisioni. Comunque non credo
che gli errori siano stati tanti e
nemmeno gravissimi. Il problema è
che ci eravamo abituati troppo bene,
ma viene il momento in cui serve un
po' di pazienza in più, per
accompagnare certi inserimenti e per
avere il tempo per valutarli con la
giusta attenzione. Dal giugno 2005
al maggio 2011 qualcosa abbiamo
sempre vinto, ma io non mi fermo. Ho
molta voglia di ricominciare. Il
pericolo vero, in questo momento, è
farsi dominare dall'ansia - conclude
Moratto - e dalla fretta di cambiare
tutto".
Mezzo
miliardo di perdite. Per colpa
dell'Inter di Massimo. Ma anche delle
iniziative hi-tech di Gian Marco. E così
i fratelli petrolieri pensano di vendere
una fetta della Saras
(30 gennaio 2012)
Non c'è solo la rimonta
dell'Inter nel campionato di calcio.
In queste settimane una questione più
delicata per gli affari di famiglia
costringe i Moratti a trattenere il
fiato.
A Milano, nel grattacielo della Saras,
la principale delle loro aziende,
vengono seguite passo dopo passo le
conseguenze dell'embargo deciso
dall'Unione europea sulle importazioni
di petrolio dall'Iran.
Tra i barili di greggio utilizzati
per produrre carburante nella loro
raffineria di Sarroch, in Sardegna,
quasi uno su dieci arriva dal Paese
degli ayatollah. E la perdita degli
approvvigionamenti rischia di essere
un duro colpo perché la Saras e tutte
le raffinerie europee già oggi
soffrono terribilmente l'aumento dei
prezzi, al punto che la lobby dei
petrolieri ha pubblicamente chiesto al
governo di Mario Monti lo stato di
crisi.
Al di là delle
pressioni sul governo, i Moratti hanno
però fatto un passo che rivela una
possibile svolta nella loro storia
familiare. Già dalla scorsa primavera
stanno sondando il mercato per vedere
se c'è qualcuno interessato a comprare
almeno una quota dell'impianto di
Sarroch, inaugurato dal capostipite
Angelo nel 1965 e da quel momento
fonte di tutte le loro ricchezze.
Cedere anche la metà di un bene così
cruciale in un momento tanto negativo
di mercato, sarebbe un cambiamento
epocale, che mostra forse come Gian
Marco e Massimo, i due figli ai quali
Angelo aveva lasciato la guida
dell'azienda in una famiglia dove le
donne erano escluse dai posti di
vertice, nutrano qualche timore per il
futuro industriale del loro gruppo. E
magari sentano, restando nel campo
delle ipotesi,
il
colpo delle perdite accusate in alcuni
business personali, dall'Inter di
Massimo alle iniziative tecnologiche
di Gian Marco e della moglie Letizia,
ex sindaco di Milano. Perdite
stimabili, negli ultimi tre anni, in
circa 500 milioni di euro.
A dire il vero, la ricerca di un
alleato disposto a contribuire agli
investimenti necessari per superare il
momento buio della raffinazione sembra
che si stia rivelando complicata. A
quasi un anno dalle prime ammissioni
del management con gli analisti, a
quanto è dato sapere non si sarebbe
ancora arrivati a un nome certo.
Rispetto all'ultima dichiarazione di
dicembre ("continuano i rapporti,
anche informativi, con controparti
industriali, che possono riguardare
operazioni sia commerciali che
strategico-industriali", aveva detto
la Saras), fonti vicine alla famiglia
ribadiscono a "l'Espresso" che non ci
sono novità imminenti sull'arrivo di
un partner: "Ammesso che accada, ci
vorrà ancora tempo".
Per i non addetti ai lavori,
immaginare i Moratti in crisi o alle
prese con la necessità di ricercare
capitali esterni appare quanto meno
sorprendente. Il loro è, infatti, uno
dei nomi più noti del capitalismo
italiano, anche se l'effettiva
consistenza del loro patrimonio resta
segreta.
Gian Marco,
75 anni, è noto in città per essere
stato lo sponsor delle milionarie
campagne elettorali della moglie.
Mentre Massimo, 66 anni, si calcola
che in 17 anni di Inter abbia speso
per sostenere la squadra circa un
miliardo
(vedi articolo
nella pagina a fianco).
Nessuno mette in dubbio la solidità
del patrimonio familiare. E' vero che
Massimo si è fatto più attento e che
nemmeno i suoi tifosi lo definirebbero
oggi "lo sceicco del pallone
italiano", come disse Fedele
Confalonieri, grande amico del rivale
milanista Silvio Berlusconi. Ed è
anche vero che, durante le indagini
della magistratura - poi archiviate -
sul collocamento in Borsa di Saras nel
2006, un fiasco per gli investitori,
spuntarono alcune mail dove un
banchiere sussurrava che "uno dei
fratelli" fosse indebitato per oltre
500 milioni. Non c'è solo la rimonta
dell'Inter nel campionato di calcio.
In queste settimane una questione più
delicata per gli affari di famiglia
costringe i Moratti a trattenere il
fiato.
Furono però Gian Marco e Massimo,
interrogati come persone informate dei
fatti, a smentire difficoltà di questo
genere.
E fra chi li
conosce c'è chi dice che i quasi 1.800
milioni di euro incassati sui loro
conti personali con il collocamento
siano ancora tutti lì, intatti. C'è
poi un ulteriore fatto che rende
lecito supporre che la famiglia possa
contare su risorse più ampie delle
partecipazioni rintracciabili negli
atti delle loro società e delle loro
proprietà immobiliari, disseminate
dalla centralissima via Laghetto a
Milano alla zona chic di Cortina
d'Ampezzo, dall'isola di Saint-Louis
sulla Senna parigina al magnifico
Central Park di New York.
accredito Olympique Marsiglia -Inter.
Nella
struttura proprietaria della
Saras sono infatti presenti
solo i figli maschi di Gian Marco e
Massimo. Si dice che Angelo Moratti
fosse contrario per principio alla
presenza delle figlie nei ruoli
aziendali perché temeva che si sarebbe
aperta la strada a un'incontrollabile
frammentazione della proprietà. Gian
Marco e Massimo, chissà se per scelta o
se per vocazione delle loro cinque
figlie femmine, quanto meno nella Saras
hanno continuato a seguire le direttive
paterne. E così la nuda proprietà
dell'accomandita che ne custodisce la
maggioranza fa capo da diversi anni ai
quattro figli maschi (la gestione è
ancora in mano ai genitori, con Gian
Marco presidente e Massimo
amministratore delegato). E' però
immaginabile che, nella suddivisione dei
beni accumulati dal nonno e dai
genitori, anche le ragazze Moratti
abbiano avuto la loro parte, senza darne
troppa pubblicità.
Perché dunque cercano
un socio forte per la Saras? E perché la
raffineria è in difficoltà? Dare una
risposta plausibile alla prima domanda è
difficile, perché riguarda in parte gli
affari di famiglia. Affari che, a
dispetto del patrimonio finanziario che
è possibile attribuire loro, se si
guardano le aziende personali negli
ultimi anni non sono andati granché
bene. Fornire un dato complessivo
potrebbe essere fuorviante, perché
nessuno dei due rami familiari ha una
vera capogruppo che pubblichi un
bilancio consolidato. A
spanne si può però dire che, sommando le
perdite accumulate dal 2008 al 2010
dalla Securfin (lato Gian Marco) e dalle
sue partecipate sparse fra Lussemburgo,
Stati Uniti, Olanda e Germania, nonché
dall'Inter (lato Massimo) e dalle
società raccolte sotto il cappello della
Cmc, il rosso complessivo sfiora il
mezzo miliardo di euro.
E se è vero che la passione ultrà del
patron nerazzurro è certamente
dispendiosa, i dati
sembrano smentire la vulgata che
attribuisce a Gian Marco un bernoccolo
degli affari più aguzzo: la controllata
tedesca Syntek Capital, nata per
investire nelle nuove tecnologie, ha
perso negli ultimi anni 202 milioni, ai
quali vanno aggiunti quelli riferibili
alla controllante olandese Golden.e, ora
annunciata come prossima alla chiusura.
La Saras, dunque. In questi anni di
tensione sul prezzo del petrolio ma
anche di crisi economica in Europa, i
raffinatori stanno vivendo un momento
buio. Semplificando al massimo, si può dire che
comprano il greggio a caro prezzo dai
Paesi produttori ma vendono i carburanti
a fatica in casa, dove i consumi sono
diminuiti. Una volta la benzina prodotta
a Sarroch trovava la via degli Stati
Uniti. Ora invece sono le raffinerie
americane che possono vendere in Europa
i loro carburanti, perché per la prima
volta il mercato Usa non assorbe tutta
la produzione. E pure i
cinesi stanno mietendo successi, con
grandi recriminazioni da parte degli
operatori europei che li accusano di
godere di normative ambientali meno
severe.
Se il presente è duro, il futuro rischia
di non essere migliore. Dice Davide
Tabarelli, presidente di Nomisma
Energia: "Nemmeno quest'anno lo scenario
è destinato a cambiare. Negli Stati
Uniti e in Europa i consumi di benzina e
gasolio sono previsti in calo e in
Italia, se la recessione sarà
dell'entità che si teme, andrà anche
peggio che altrove. Per i raffinatori si
tratta di un contesto molto complicato:
anche gli impianti particolarmente
sofisticati come quello di Sarroch non
riescono a ottenere margini sufficienti
per coprire il costo del greggio e gli
oneri per lavorarlo".
La cose si vanno
complicando, fra l'altro, per alcune
raffinerie italiane che hanno impianti
fatti per lavorare i greggi dell'Iran,
ora sotto embargo. Ma non tutti i mali
vengono per nuocere: la Saras, non
sapendo dove mandare la benzina, è
l'origine di gran parte dei volumi che
attualmente vanno alle cosiddette "pompe
bianche", quelle al di fuori dei
circuiti delle grandi compagnie che le
ultime liberalizzazioni vorrebbero più
diffuse.
In tutta Europa, però, diverse
raffinerie stanno chiudendo, mentre i
produttori dell'Est hanno messo nel
mirino gli impianti migliori. Spiega Tabarelli: "I
russi sono interessati a comprare e
hanno potenzialità enormi: basti pensare
che, per loro, il costo di estrazione
del petrolio è di 3-4 dollari al barile,
rispetto ai 105 dollari a cui vendono
attualmente quello di qualità Ural.
Il problema è che sanno quanto sia
difficile la situazione delle raffinerie
europee. E aspettano il momento giusto
per comprare". Un'attesa opportunistica
che, però, potrebbe indurre i Moratti a
resistere fino a quando il peggio sarà
passato.I più
svelti a vendere, in Italia, sono stati
i Garrone, che nel 2008 hanno ceduto il
controllo dell'impianto siciliano di
Priolo alla russa Lukoil, che aveva
interpellato pure la Saras.
In tempi più recenti, invece, contatti
ci sono stati certamente con il colosso
moscovita Gazprom, ma sono circolati
anche i nomi della kazaka KazMunaiGaz e
dell'azera Socar. In teoria, per
sfruttare il boom dei consumi di
carburante previsto nei prossimi anni
non solo in Russia ma anche in Asia,
America Latina e Medio Oriente, la crisi
potrebbe offrire un'occasione d'oro agli
imprenditori che avessero le risorse e
la capacità di compiere il salto di
qualità. I Moratti, forse, i quattrini
per provarci li avrebbero anche. Ma
trovare il coraggio di farlo davvero è
un'altra cosa. Altresì, a tutta la
pappardella spiattellata poco sopra, DOBBIAMO AGGIUNGERE LA
CRISI RIFERITA AGLI IMPIANTI CIP6, si,
quegli impianti sorti nel 1992 allegati
alle "risorse ASSIMILATE ALLE ENERGIE
RINNOVABILI, ma che di rinnovabile non
hanno proprio un cazzo: LA SARAS COSI'
HA SFRUTTATO I CONTRIBUTI PUBBLICI CIP6
ENEL PER CREARE SARLUX, LA
CENTRALE ELETTRICA CHE FUNZIONA
BRUCIANDO GLI SCARTI OLEOSI DELLA
RAFFINAZIONE, LA COSI' DETTA PECE, ALLO
STESSO MODO FECERO I GARRONE CON
ISABENERGY IN SICILIA. Con la vasta
campagna "ecologista" di alcune forze
politiche extra parlamentari, come l'M5S
di Beppe Grillo,e con la crisi
finanziaria che ha obbligato a feroci
tagli di bilancio, la fiumara di danaro
pubblico è andata via via
assottigliandosi ed i costi di gestione
per queste centrali devastanti hanno
iniziato a crescere a dismisura.
I MEGABORG
MORATTI
FALSI PROSPETTI ED INDUSTRIE MACINA
UOMINI: UNA DELLE FAMIGLIE PIU' DI MERDA D'ITALONIA
Al
governo ed all'opposizione contemporaneamente. Ma
non solo: 2 MILIARDI DI
EURO DI INCASSO NEL 2006 PER AZIONI SARAS CHE IN UN MESE HANNO PERSO IL 70%
DEL LORO VALORE INIZIALE. UN'INCHIESTA PER FALSO IN
PROSPETTO SPROFONDATA ENTRO UNA MIRIADE TALMENTE
INTRICATA DI SCATOLE CINESI DA FAR IMPAZZIRE IL
PUBBLICO MINISTERO CHE INDAGAVA. QUATTRO MORTI NELLE
RAFFINERIE PASSATE IN CAVALLERIA, CON REGALIE
PECUNIARIE DEI FRATELLI RISPETTIVAMENTE
PRESIDENTE ED AMMINISTRATORE DELEGATO.
IL PRIMO GRADO
PER LE TRE MORTI DEL 2009 SI E' CONCLUSO CON TRE
CONDANNE E DUE ASSOLUZIONI. LA SOCIETA' SARAS NON
VIENE CONDANNATA NEMMENO PER VIA PECUNIARIA.Tre
condanne, due assoluzioni. Esclusa la responsabilità
amministrativa della Saras. Questo
il verdetto pronunciato dal Gup del Tribunale di
Cagliari, Giorgio Altieri, per la
morte di tre operai nella raffineria di Sarroch
(Cagliari) avvenuta il 26 maggio 2009 durante un
intervento di manutenzione. La diramazione sportiva
della SARAS, ovvero l'FC Internazionale, assolta per
prescrizione dei termini di giudizio in relazione
alle telefonate che l'allora proprietario Massimo,
oggi anche Presidente, faceva nei confronti dei
designatori arbitrali Pairetto-Bergamo,trascinati a
giudizio penale per frode sportiva a Napoli e
responsabili, per la giustizia sportiva, del sistema
Calciopoli che ha coinvolto tutti i maggiori club, e
non solo,del campionato di serie A. Per questo gli
eredi di Casa Savoia-Agnelli, e qualche altro grasso
feudatario italiota, come i padroni delle Tod's
Della Valle,chiedono vendetta.
Il giudice ha accolto solo parzialmente le richieste
avanzate dai pubblici ministeri Emanuele
Secci e Maria Chiara Manganiello,
condannando a due anni
Guido Grosso, 43 anni, di Cagliari,
direttore dello stabilimento (indagato
successivamente anche per il recente infortunio
mortale costato la vita a un operaio di una ditta
d’appalto siciliana, l’11 febbraio scorso),
Francesco Ledda, 45 anni, rappresentante
legale della CoMeSa di Sarroch, la ditta per la
quale lavoravano le tre vittime, e Dario
Scaffardi, 53 anni, di Milano, direttore
generale della Saras.
Assolti Antonello Atzori, di 52, di Quartu,
responsabile dell’area in cui morirono gli operai, e
Antioco Mario Gregu, di 52, di Quartu, direttore
delle operazioni industriali. Erano tutti accusati
di omicidio colposo. Nessuna sanzione, inoltre, per
la Saras, chiamata in causa attraverso il suo legale
rappresentante Gian Marco Moratti: non dovrà pagare
la sanzione di 800 mila euro chiesta dai Pm
applicando la recente norma sulla responsabilità
amministrativa. La Saras in precedenza aveva pagato
un risarcimento di cinque milioni di euro alle
famiglie che non si sono costituite parte civile. Si
sono costituiti, invece, i sindacati Fiom e
Cgil.
Nello stabilimento, a circa 20 chilometri da
Cagliari, persero la vita tre operai della ditta
d’appalto CoMeSa srl: Bruno Muntoni, di 58 anni,
Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi di 30,
rimasti intossicati dalle esalazioni mentre
effettuavano lavori di manutenzione e bonifica di un
serbatoio durante una delle fermate programmate
dell’impianto.
Per tutta la mattina, mentre il giudice era in
camera di consiglio, fuori dal Tribunale gli operai
della Fiom hanno dato vita ad un presidio con
striscioni e bandiere.
Non è
finita:
una casa da sogno in pieno
centro di Milano. Piscina in terrazzo e giardino
pensile con tanto di orto botanico a pochi metri in
linea d’aria dalle guglie del Duomo. E poi arredi
opulenti, Tintoretto alle pareti e mobili di gran
pregio. Il tutto per centinaia di metri quadrati
disposti su più piani. Ecco la casa diLetizia
Moratti,
descritta da chi la frequenta. Lusso fine a se
stesso, direte voi. Roba da super ricchi. Non solo.
Perché questa dimora sfarzosa è diventata anche una
macchina da soldi. Decine di milioni di euro che
sono serviti a coprire i buchi in bilancio della
Securfin, la holding controllata dal sindaco di
Milano e dal marito, il petroliereGianmarco
Moratti.
Possibile? Eccome: i Moratti, una delle famiglie più
ricche d’Italia, una fortuna miliardaria costruita
sul marchio delle raffinerie Saras, hanno cavalcato
alla grande una norma contenuta nel decreto
anti-crisi varato nell’autunno di tre anni fa, 2008, daSilvio
Berlusconi.
Una norma studiata per dare una mano ai piccoli e
medi imprenditori messi alle strette dalla crisi. E
invece è andata diversamente. Letizia e Gianmarco
Moratti hanno rivalutato in un colpo solo di ben 55
milioni gli immobili che fanno capo alla Securfin.
Tra questi anche la casa dove abitano insieme alla
figlia, alla nipotina e svariati gatti e cani.
L’altro figlio Gabriele si è nel frattempo dedicato
a costruirsi una dimora su misura, l’ormai celebre
“casa di Batman”, finendo sotto inchiesta penale per
abusi edilizi.
Tutto secondo legge, invece, per Moratti mamma e
papà. Con il piccolo particolare che gli aiuti
pensati per dare ossigeno al sistema produttivo in
crisi sono andati anche al petroliere e alla
consorte. I quali, a occhio e croce, non sembrano
esattamente sull’orlo del fallimento.
Giusto per
dare un’idea della situazione, va segnalato che Gianmarco Moratti e il fratello Massimo (il
presidente dell’Inter) nel 2006 si sono spartiti
quasi 2 miliardi di euro frutto del collocamento in
Borsa delle azioni Saras. L’operazione si è risolta
in un disastro per gli investitori, tra cui migliaia
di piccoli risparmiatori che hanno visto colare a
picco nel giro di poche settimane le quotazioni dei
titoli. In compenso i Moratti hanno fatto il pieno
di milioni. E già che c’erano, Lady Letizia e il
marito hanno pensato bene di attingere agli aiuti di
Stato.
È andata così.
Nell’autunno del 2008 il
crac della finanza mondiale colpisce pesantemente
l’economia reale. I governi corrono ai ripari. E
anche Roma si muove. Soldi pubblici per aiutare le
aziende in crisi. Sgravi fiscali per dare una mano
agli imprenditori. La retorica di governo, copyrightGiulio
Tremonti,
descrive così l’intervento dell’esecutivo per
rilanciare il sistema produttivo. C’è il bonus per
invalidi e pensionati, il tetto ai mutui, nuovi
fondi per scuole. Di più: a quei tempi il ministro
Tremonti si dilettava con la cosiddetta Robin Hood
tax, che, diceva lui, doveva servire a tagliare gli
scandalosi profitti dei petrolieri. Compresi,
ovviamente, anche i Moratti.
La tassa inventata dal ministro di Sherwood non ha
dato i frutti sperati. In compenso i padroni della
Saras sono riusciti a rimettere in sesto i conti di
famiglia con i soldi garantiti dal decreto
anticrisi. La notizia si nasconde tra le pieghe del
bilancio della Securfin, la società di Letizia
Moratti e del marito Gianmarco. Nella relazione che
accompagna i conti del 2008 si legge che “è stata
operata la rivalutazione sugli immobili patrimoniali
posseduti dalla società” così come previsto dal
decreto legge 185/2008, meglio conosciuto come
decreto anti-crisi. Significa che palazzi e terreni
di proprietà di Securfin alla fine del 2007 erano
iscritti a bilancio a costi storici, meno di 10
milioni di euro.
La norma sponsorizzata da Tremonti consente di
rivalutare i beni immobili delle aziende adeguandoli
ai prezzi di mercato.
Il gioco è fatto, allora. Ai Moratti è bastato
sfoderare la perizia ad hoc di un esperto che
fissasse i valore dei loro palazzi. Ed ecco che la
voce immobili si è rivalutata di ben 55 milioni.
Colpo grosso, insomma. E senza pagare neppure un
euro di tasse sulla rivalutazione, perché così
stabilisce il decreto.
Come si spiega la manovra? Perchè mai i Moratti
hanno scelto di sfruttare gli aiuti anticrisi?
Semplice.Comeil
Fatto Quotidianoha
raccontato la settimana scorsa,
la Securfin holding ha perso centinaia di milioni a
causa del disastroso andamento della controllata
, la società tedesca fondata nel 2000 da
Letizia Moratti in persona. Nel 2008 Securfin ha
chiuso il bilancio in rosso per 44 milioni, dopo
aver perso 112 milioni l’anno precedente.
Ecco allora a che cosa serviva la rivalutazione
degli immobili. Quei 55 milioni, dedotti gli
ammortamenti, sono finiti in un’apposita riserva di
bilancio per 40 milioni. Una riserva prosciugata per
far fronte alle perdite del 2008. Missione compiuta.
Grazie a Tremonti, il ministro Robin Hood.
Il fratello Massimo invece si è
limitato a ripianare i debiti dell'Inter con
i favori legislativi del "nemico" Berlusconi: nel
2003 l'Inter sfrutta il DECRETO SPALMA DEBITI per
contrastare la spaventosa svalutazione del parco
giocatori all'indomani dell'introduzione dell'euro,
nel 2005 è il turno dello scambio di giocatori
sconosciuti col Mediaset a prezzi spaventosamente
alti allo scopo di raddrizzare i bilanci, nel 2006 è
il turno della vendita del marchio "Inter" ad una
scatola cinese controllata,
stesso trucco anche per il Mediaset, una vendita
fittizia da mettere a bilancio. Dello stesso anno,
come detto,lo sbarco in borsa con SARAS, con la
gigantesca plusvalenza dirottata sul calcio mercato
allo scopo di mettere le mani, dopo 10 anni,sul
campionato italiano che diventa una questione
neroazzurra: quattro scudetti ed un secondo posto
mentre l'azienda avita piazza bilanci in rosso di
anno in annO.
Massimo Moratti
conquista vittorie sul campo, ma allo stesso tempo
deve fare i conti con il bilancio in rosso della
Saras, la società di raffinazione
del petrolio di cui è amministratore delegato. Per
l'azienda di famiglia, infatti, il 2009 si è chiuso
con una perdita netta "adjusted" di
54,5 milioni di euro: "la posizione finanziaria
netta al 31 dicembre 2009 - si legge in una nota del
gruppo - era negativa per 533 milioni di euro".
ROSSO... NERAZZURRO
In soldoni, quesi dati sono riconducibili al
programma di manutenzione e investimenti attuati
l'anno scorso. Inoltre, "il brusco calo
della domanda di prodotti petroliferi ha
portato ad una marcata riduzione anche dei margini
di raffinazione", come ha spiegato il presidente
della società Gian Marco Moratti,
fratello del presidente nerazzurro, il quale ha
comunque sostenuto di essere fiducioso per il 2010,
quando è attesa una graduale ripresa dei consumi. Il
Cda, in ogni caso, ha deciso di non distribuire
alcun dividendo tra i soci.
Possono questi numeri preoccupare i tifosi
nerazzurri? Decisamente no, visto che si parla di
un'azienda che, banconota più banconota meno,
fattura intorno ai 6 miliardi di euro l'anno.
Tanto per fare un esempio,
l'Inter chiuse il
bilancio al 30 giugno 2009 con un rosso di 154,4
milioni, e Moratti intervenne subito con un
aumento di capitale di 70 milioni: come
dire, conti in rosso ma futuro comunque roseo. Fino
a prova contraria, il giocatore che non manca mai,
alla Pinetina, si chiama Danèe.
Secondo bilancio consecutivo in rosso per Saras, la
società controllata dalla famiglia Moratti, tra i
leader in Europa per la raffinazione di idrocarburi.
I ricavi 2010 del gruppo Saras sono cresciuti del
62% a quota 8.615 milioni di euro. Più complesso
invece il raffronto con la redditività: l'Ebitda "reported"
di gruppo infatti è sceso a 223,5 milioni (-35%)
contro un valore analogo di 345,5 nell'anno
precedente, mentre se si considera l'Ebitda "comparable"
di gruppo si passa dai 149,2 milioni del 2010 ai
141,2 milioni dell'esercizio precedente (+6%).
Ancora più distanti i risultati netti di gruppo: il
valore "reported" è in rosso per 9,5 milioni (era
stato positivo per 72,6 nel 2009) mentre il
risutalto netto "adjusted" di gruppo è in rosso di
43,9 milioni, ma in miglioramento (del 19%) rispetto
ai 54,5 milioni del 2009.
Le differenze - spiega nella nota la società -
dipendono dalla metodologia usata per valutare gli
inventari (Fifo o Lifo). E, inoltre, sempre per
rendere più attinente la fotografia dei conti, sono
state tolte le poste non ricorrenti e le variazioni
del "fair value" degli strumenti derivati: le voci
così esposte vengono definite "comparable" e "adjusted"
e non sono soggette a revisione contabile. Infine la
posizione finanziaria netta: al 31 dicembre 2010 era
negativa per 560 milioni, in miglioramento rispetto
ai 644 del settembre 2010 e sostanzialmente in linea
con il dato di fine
anno 2009.
Forse la vittoria europea dell'Inter sul Chelsea di
mercoledì scorso sarà servita ad addolcire un po' la
lettura dei bilanci. Il colpo è comunque di quelli
duri. Fino a qualche mese fa Massimo Moratti aveva
sperato di riuscire a salvaguardare «i migliori
ritorni possibili per gli azionisti».
Massimo
e Bedi Moratti qualche anno fa
Di
fronte alla perdita netta di 54,5 milioni con cui la
Saras ha chiuso l'esercizio 2009, però, le illusioni
sono svanite: per quest'anno, niente dividendi. È
questa la decisione che il cda proporrà
all'assemblea degli azionisti. Una strada obbligata,
visti i numeri. Basti pensare che nel 2008 il gruppo
petrolifero aveva incassato 327,2 milioni di utili.
Per il resto, il margine operativo lordo del gruppo
ammontaa 141,2 milioni, in calo del 79%, mentre l'ebit
è negativo per 51,9 milioni, in calo del 110%.
Scendon anche i ricavi, che nel 2009 registrano una
flessione del 39%, a quota 5.317 milioni. Risultato:
la posizione finanziaria netta a fine anno è
crollata a quota -533 milioni rispetto ai 333
milioni del 2008.Una doccia fredda per gli azionisti
della Saras e per i mercati (il titolo ha chiuso in
calo del 6,39% a 1,68 euro), ma anche per i tifosi
dell'Inter, ormai abituati a considerare le ricche
cedole del gruppo la migliore garanzia per i
successi della squadra. Già perché senza i proventi
del greggio, difficilmente la società di calcio
sarebbe ancora in piedi. Anche
l'ultimo anno il presidente Moratti ha dovuto
sborsare 70 milioni di tasca sua per tappare il buco
da 154,4 milioni con cui il club ha
chiuso l'esercizio 2009. Ma la consuetudine va
avanti da tempo. Anche perché è da tempo che l'Inter
non riesce a tenere i conti in pareggio.
Nel bilancio chiuso il 30 giugno 2008 la società ha
dichiarato una perdita netta di 148,27 milioni, su
un giro d'affari, escludendo le plusvalenze
su cessione calciatori (pari a 8 milioni), di 197
milioni. Mentre egli undici bilanci che vanno dalla
stagione 1995/96 al 2005/06, l'Inter ha
accumulato 661 milioni di passivo e Moratti ha
provveduto, sempre personalmente, a
versare 400 milioni nelle casse. I soldi, finora,
sono sempre arrivati dalla Saras.
Qualche volta, stando ad alcune inchieste della
magistratura, anche in maniera non del tutto
trasparente. Quest'anno, però, i conti
non torneranno più. Niente dividendo da travasare
per tamponare il debito monstre che ad oggi
sfiorerebbe i 400 milioni di euro. Un dramma?
Non necessariamente.
La
soluzione c'è. Una bella sfoltita ai gioielli di
famiglia. Quelli che ogni domenica si danno tanto da
fare sul rettangolo verde. Di fronte a un'ipotesi
del genere c'è da scommettere che il club
riceverebbe la solidarietà, anche finanziaria, di
tutti i tifosi italiani. A partire, ovviamente, da
quelli di Milan e Roma.
I
SOCI IN DELINQUENZA DEI MORATTI:
GLI AGNELLI
IL
TRIBUNALE DEI "GRANDI" DI TORINO
SANTIFICA LE SOLITE SCATOLE CINESI
TARGATE AGNELLI
Processo
Ifil-Exor, tutti assolti
"Non c'è stato
aggiotaggio"Con mezzo miliardo di euro
gli Agnelli si presero il 10% di Fiat
sul mercato a fronte di un prestito di 3
miliardi
di euro.
Una triangolazione che ha permesso agli
Elkann di iniziare la smobilitazione.
Gli ammiratori
hanno sempre visto in John
Elkann l’indiscutibile
reincarnazione del nonno, il mitico
Avvocato Agnelli, non tanto
nell’esuberanza esistenziale, che nel
nipote si ripropone in misura più
decente, quanto nella capacità di
imprimere svolte riformiste forti,
addirittura spiazzanti.
In fondo l’era
Elkann vera e propria inizia in quella
piovosa domenica di fine maggio 2004,
quando, appena dato l’ultimo saluto al
cimitero di Villar Perosa a Umberto
Agnelli, la famiglia decide
di consegnare la Fiat (data quasi per
spacciata) al semisconosciuto manager
italo-canadese Sergio
Marchionne. Mentre
Marchionne metteva a punto la strategia
industriale – assieme a quella di
comunicazione simboleggiata dal
maglioncino blu – Elkann preparava un
altro strappo traumatico per
l’immaginario popolare. Tra maggio e
giugno del 2006 scaricava in modo
pubblico e plateale la triade Moggi-Giraudo-Bettega,
accusata di aver trascinato la Juventus
nel fango di Calciopoli.
L’idea che John Elkann fosse il
Gorbaciov della Fiat, il figlio del
sistema allevato per perpetuarlo grazie
al cambiamento, il profeta
dell’innovazione nella continuità, si è
nel tempo persa per strada. Rispetto
alla vicenda della Juventus, marginale
nelle proporzioni dell’impero Agnelli ma
di straordinaria rilevanza simbolica,
Elkann si è dovuto sostanzialmente
arrendere all’onda montante della
restaurazione condotta da suo cugino
Andrea Agnelli.
Il popolo juventino ama il nuovo
presidente che porta il cognome giusto,
e sottoscrive con entusiasmo l’ansia di
rivincita impersonata da un dirigente
che non ha nessuna remora a rilanciare
la figura di Antonio Giraudo, al quale
era legatissimo suo padre Umberto, e a
dipingere la Juventus come vittima di
Calciopoli più che come colpevole
vogliosa di fustigarsi (molti juventini
veraci mettono l’autocritica di Elkann
sullo stesso piano delle lacrime del
post-comunista Achille
Occhetto, che chiedeva scusa
agli italiani per tangenti che secondo i
suoi avvocati non aveva mai preso).
Il tema calcistico aiuta a capire meglio
il discorso dell’auto. Anche in questo
caso il presidente della Fiat sembra
ispirarsi di fatto al ferreo pragmatismo
del prozio Umberto più che alle
celebrate veroniche intellettuali del
nonno. Il succo lo ha spiegato Marco
Ferrante nel suo libro Marchionne –
L’uomo che comprò la Chrysler (Mondadori
2009): “Mentre Marchionne rimette in
sesto l’azienda, la famiglia risistema
se stessa. John Elkann dichiara la
disponibilità a diluire la quota di
controllo in Fiat Auto per costruire un
gruppo più grande”.
Era proprio la logica sulla quale le
visioni del business di Gianni e Umberto
Agnelli si sono scontrate per tutti gli
anni ’90. All’Avvocato, che amava
lasciar fare a Cesare Romiti, piaceva
una Fiat legata all’auto (perché era il
business del nonno, al quale l’Avvocato
non voleva rinunciare per ragioni
sentimentali, un lusso che gli
economisti di grido riconoscono solo ai
loro committenti), ma soprattutto legata
al microcosmo italiano, dove la casa
regnante era in grado di esercitare il
suo potere e arraffare profitti in tutti
i settori dell’economia, appalti
pubblici in testa.
Umberto – emarginato dalla gestione per
volontà di Enrico Cuccia,
influente presidente onorario di
Mediobanca – riteneva che nell’auto
Torino fosse ormai troppo piccola per
competere, e tanto valeva uscire dalle
quattro ruote per giocare le proprie
carte su altri settori più innovativi e
promettenti, per esempio le
telecomunicazioni. Sappiamo com’è
finita: la Fiat è riuscita come al
solito a prendersi il controllo di
Telecom Italia pagando due lire (per
l’acquisto dello 0,6 per cento delle
azioni a fine ’97, quando il colosso
telefonico fu privatizzato), ma, siccome
non ci credeva abbastanza, un anno dopo
lasciò Umberto senza munizioni
finanziarie per fronteggiare la scalata
targata Olivetti di Roberto
Colaninno.
L’impero Agnelli
ha dunque continuato a declinare,
perdendo pezzi un po’ per volta, fino
alla morte dei due fratelli. Oggi John
Elkann, a 34 anni, non ha più l’età
dell’apprendista. Comanda pienamente, e
pienamente appoggia la strategia di
Marchionne. Il manager di Chieti, come
numero uno della Chrysler, costruisce un
gruppo integrato globale dell’auto; come
numero uno della Fiat, la sta dolcemente
portando in dote alla Chrysler.
Fingendo di avanzare, la famiglia
Agnelli sta dunque uscendo dall’auto,
come voleva Umberto. A un certo punto
rimarrà azionista di minoranza.
Mirafiori, da simbolo dell’Italia che
produce (e che progetta), si trasformerà
in uno stabilimento delocalizzato per la
produzione low cost di Chrysler in
Europa. Il gruppo Fiat continuerà a
essere forte e indipendente nei settori
in cui è già oggi sanamente
internazionale. E John Elkann sarà il
simbolo di una famiglia passata
laicamente e modernamente – con molti
dolori ma senza veri traumi – dalla
poesia del nonno alla prosa del nipote.
Il tribunale di
Torino ha deciso di assolvere gli ex
amministratori Gabetti, Grande Stevens e
Marrone, perché il fatto non sussiste.
"E' una sentenza giusta e corretta, che
riflette la realtà dei fatti e riconosce
che non c'è stato alcun crimine". La
procura aveva chiesto la condanna
Franzo Grande Stevens
TORINO - Il
Tribunale di Torino ha assolto i vertici
di Ifil-Exor Franzo Grande Stevens,
Gianluigi Gabetti e Virgilio Marrone
perché il fatto non sussiste. Erano
accusati di aggiotaggio informativo in
occasione dell'equity swap che nel
settembre del 2005 consentì alle
finanziarie degli Agnelli di mantenere
il controllo della Fiat. Secondo la
corte, presieduta dal giudice Casalbore,
i comunicati emessi in quelll'occasione
da Ifi e Ifil non turbarono l'andamento
del titolo. Virgilio Marrone ha
commentato: "E' una sentenza giusta e
corretta, che riflette la realtà dei
fatti e riconosce che non c'è stato
alcun crimine".
La procura di Torino, attraverso il pm
Giancarlo Avenati, in aula aveva chiesto
per Grande Stevens la condanna a 2 anni
e sei mesi, per Gabetti a due anni e per
Marrone a un anno e sei mesi. "Prendiamo
atto della sentenza - ha detto il
procuratore Giancarlo Caselli
sull'ipotesi di ricorso in appello
contro l'assoluzione - . Leggeremo le
motivazioni e valuteremo cosa sia giusto
e corretto fare con serena disponibilità
e senza pregiudizi che non abbiamo mai
avuto".
Al centro
del processo, l'equity swap che le
finanziarie degli Agnelli accesero
nell'aprile di quell'anno, 2005, con
Merril Lynch attraverso Exor. Una
scommessa sul corso che avrebbero avuto
le azioni Fiat negli anni successivi.
Nella primavera estate di quell'anno il
Lingotto sapeva che in settembre
sarebbbe scaduto il prestito convertendo
contratto con un gruppo di 8 banche
negli anni difficili della crisi di
inizio decennio, ovvero nel 2002. Un
prestito da tre miliardi che gli Agnelli
avrebbero potuto restituire entro
settembre o, in alternativa, convertire
in azioni da consegnare alla banche. In
questo modo però gli istituti di credito
avrebbero superato la Famiglia tra gli
azionisti
e gli Agnelli sarebbero scesi sotto la
quota di controllo del 30 per cento
della società.
Così, tra luglio e agosto
2005, Franzo Grande Stevens, nella sua
qualità di avvocato, studiò un sistema
per
consentire agli
Agnelli di mantenere il 30 per cento
della Fiat senza trasformare in azioni
il debito obbligazionario delle banche.
La scelta fu quella di acquistare da
Merril Lynch le azioni Fiat rastrellate
in primavera dalla banca d'affari per l'equity
swap: Il titolo Fiat
crolla in Borsa nella primavera del 2002
e la FIAT accede ad un prestito
obbligazionario da tre miliardi di euro
che una volta restituito avrebbe messo
gli Agnelli in minoranza. Quindi
- La Exor lussemburghese
(di maggioranza Giovanni
Agnelli & Co.) acquista da
Merryl Linch, che a sua volta aveva
rastrellato sul mercato quelle azioni,
quasi il 10% di tutta la Fiat a
un valore di circa 5 euro in modalità
equity swap, quindi a un prezzo di
cessione futuro concordato
- Ifil compra
segretamente dalla società Exor 82
milioni azioni ordinarie Fiat a un
prezzo di 6,5 euro
- Il comune azionista poteva comprare
nello stesso periodo le azioni a 7,5-8
euro Ma a fine agosto 2005, tre settimane
prima della scadenza del debito con le
banche, a una precisa richiesta della
Consob, Ifi e Ifil risposero con un
comunicato ufficiale che "non sono in
atto né allo studio" manovre sul titolo.
Anche se, si aggiungeva, era intenzione
degli Agnelli "mantenere il controllo
della Fiat".
Era sufficiente quest'ultima frase a far
capire che in realtà le finanziarie
degli Agnelli si stavano muovendo per
bloccare l'offensiva delle banche?
Secondo la Consob non era sufficiente e
dunque con quel comunicato era stato
ingannato il mercato. Per questa
ragione, a suo tempo, la Commissione di
controllo sulla Borsa aveva già
condannato in via amministrativa i
protagonisti del processo penale che si
è concluso ieri. Il tribunale di Torino
non è stato dello stesso parere.
(**Lo
swap,
Lo swap
e’ un contratto finanziario derivato tra
2 soggetti: il primo soggetto è quello
all’acqua alla gola. Ha acceso un debito
con degli interessi che prevede che
crescono. Il secondo invece ha venduto
danaro a clienti corrispondendo loro un
tasso fisso, quando, dai suoi studi si
prevede che i tassi scendano, quindi nel
futuro perderà dei soldi. Quindi il
primo soggetto ha interesse a modificare
il tasso di interesse da un variabile in
salita ad uno fisso, mentre il secondo
ha interesse a modificare il tasso da un
fisso ad un variabile in discesa.
L’incontro sta nel fatto che il primo
riceverà dal secondo un tasso variabile
in relazione all’andamento del mercato.
In questo modo coprirà con gli interessi
del secondo la fluttuazione in salita,
il secondo riceverà dal primo un tasso
fisso. In questo modo l’eventuale
discesa dei tassi verrà coperta dagli
interessi del tasso fisso corrisposti
dal primo.
L’equity si verifica all’interno di un acquisto
azionario. Quando un primo compra delle
azioni diventa proprietario di parte di
una società in relazione ai soldi che ha
sganciato. In quanto proprietario
partecipa alla divisione degli utili.
All’utile si aggiunge il Conto Capitale
o capital Gain, ovvero la differenza di
valore tra l’acquisto dell’azione di
ieri ed il valore dell’azione oggi se
positiva. Se negativa siamo di fronte al
Capital losses ovvero alla perdita in
Conto Capitale. Per evitare questa
fluttuazione si procede con l’equity,
ovvero l’investitore che deve comprare
le azioni gira a chi le detiene un tasso
di interesse fisso o variabile in cambio
del rendimento azionario di chi detiene
quelle azioni. Questo perché chi deve
acquistare ha interesse a pagare meno di
quello che è il valore reale
dell’azione, mentre chi deve vendere ha
interesse che l’azione non perda di
valore.
Convertendo il prestito bancario da 3
miliardi di euro in azioni, gli Agnelli
avrebbero perso il controllo della Fiat
a favore delle banche. Era quindi
necessario rastrellare sul mercato le
azioni Fiat ad un costo inferiore a
quello reale ed ecco l’equity swap tra
Exor e Merril Linch. La seconda deteneva
il 10% della quota Fiat che fu girato
alla prima con lo scambio di interessi.
A sua volta Exor cedette quel 10% all’Ifil
degli Agnelli con un altro equity swap.
In questo modo gli Agnelli pagarono
l’azione 6,5 euro a fronte di un valore
reale di mercato di 7,82, sborsando 576
milioni di euro per mantenere la
maggioranza azionaria, più 16 milioni di
euro di multa per la denuncia Consob, a
fronte di una esposizione di 3 MILIARDI
DI EURO.
Sparatoria
nell'appartamento dove l'assassino della scuola
ebraica era asserragliato da oltre 30 ore. Ha
resistito fino all'ultimo. Sarkozy aveva detto:
"Lo voglio vivo".....povero scemetto, si spera
vivamente che questa gentaglia messa al potere
senza arte ne parte venga spazzata via, dal voto
naturalmente. Per quanto riguarda lo stragista,
troppi lati oscuri non fanno pensare ad un
terrorismo tout court solo ed essenzialmente
incagliato nella jihad. La prossimazione e la
pochezza dell'informazione, non solo in
generale, ma anche di intelligence, non fa che
ghettizzare un malessere interno che a noi
risulta inspiegabile...
Conflitto a fuoco e
tre agenti feriti nella notte in un edificio non
lontano dalla scuola ebraica. La polizia è certa
che il giovane di 24 anni sia il responsabile
dell'attacco di martedì. Arrestato il fratello.
La svolta dall'omicidio del primo parà.
La Francia si è
fermata
per i funerali dei 3 bambini e del rabbino (Foto
- Video)
Scandalo
intercettazioni illegali
arrestati Rebekah Brooks e il marito
La ex direttrice
del tabloid News of the world, chiuso a luglio,
fermata all'alba da Scotland Yard con il
consorte Charlie e altre quattro persone fra
Londra e il sud dell'Inghilterra. L'accusa è di
aver ostacolato il corso della giustizia
dal nostro corrispondente
ENRICO FRANCESCHINI
Rebekah Brooks (afp)
LONDRA
- E' la seconda volta che l’arrestano: Rebekah
Brooks, ex-amministratrice delegata di News
International, la società proprietaria dei
giornali e delle tivù di Rupert Murdoch in Gran
Bretagna e nel resto d’Europa, è uscita in
manette dalla sua villa dell’Oxfordshire,
all’alba di questa mattina, insieme al marito,
agli arresti pure lui. In serata hanno ottenuto
la libertà su cauzione, ma restano accusati,
insieme ad altre quattro persone arrestate ieri
mattina, di "ostruzione della giustizia"
nell’ambito dell’inchiesta sulle intercettazioni
illecite compiute dai tabloid di Murdoch per
carpire informazioni riservate su membri della
famiglia reale, leader politici e Vip, da
sbattere poi in prima pagina.
In sostanza, a Rebekah "la Rossa", com’è
soprannominata per la sua folta chioma color
ruggine, viene imputato di avere cercato di
nascondere il fatto che lei e altri dirigenti
del gruppo Murdoch erano a conoscenza delle
intercettazioni e di avere mentito nelle
testimonianze rese fino ad ora alla polizia e
alla commissione d’inchiesta.
Lei sembrava destinata a conquistare il mondo:
entrata giovanissima al News of the World, il
giornale domenicale al centro dello scandalo
(chiuso d’autorità da Murdoch l’estate scorsa),
la Brooks era stata protagonista di una carriera
vertiginosa, da segretaria a redattrice, quindi
capo-redattore, direttore responsabile e infine
amministratore delegato. Murdoch diceva che per
lui era "come una figlia": la adorava, forse
rivedendo in Rebekah i suoi stessi pregi e
difetti. Aveva sicuramente un caratterino: una
volta bisticciò così furiosamente con il suo
primo marito, l’attore televisivo Ross Kemp, che
dovette intervenire la polizia nel cuore della
notte per separarli. Con il secondo marito,
l’ex-fantino e addestratore di cavalli da corsa
Charlie Brooks, le cose sono andate molto
meglio, anche perché lui è un ex-compagno di
scuola di David Cameron nell’esclusivo collegio
di Eton e grazie a questo il primo ministro è
diventato un ospite abituale alle feste nella
casa di campagna della coppia vicino a Oxford.
Ma poi è scoppiato il Tabloidgate: la scoperta
dei telefonini spiati e delle tangenti alla
polizia, l’impressione che tra Murdoch e il
potere vi fosse un legame torbido, sottolineato
dal fatto che un ex-direttore dei suoi tabloid,
Andy Coulson, anche lui un fedelissimo di
Rebekha, sia diventato portavoce di Cameron a
Downing street. L’estate scorsa il caso è
esploso. Coulson si è dimesso da portavoce ed è
stato arrestato. Poi è stata arrestata anche
Rebekah. Entrambi sono tornati in libertà su
cauzione, ma l’indagine ha continuato ad
allargarsi e ad andare in profonditàm, anche
grazie al ritrovamento di un gigantesco archivio
digitale, centinaia di milioni di email che i
vertici del gruppo avevano cercato di
cancellare.
Il mese scorso un peccato apparentemente veniale
ha richiamato ancora una volta l’attenzione sul
rapporto privilegiato tra Rebekah e Scotland
Yard: la polizia le aveva prestato per due anni
un cavallo, uno di quelli solitamente montati
dai poliziotti, e su quel cavallo hanno
cavalcato lei stessa, suo marito Charlie e
perfino David Cameron, poco prima di diventare
primo ministro. E come era stato deciso il
prestito del destriero? Durante un pranzo a tu
per tu fra Rebekah e il capo di Scotland Yard.
Questa era la Brooks: una donna potente,
ambiziosa, spregiudicata. L’arresto suo e di suo
marito potrebbe essere il preludio a qualcosa di
ancora più grosso: se lei ha cercato di
ostacolare la giustizia, è possibile – se non
verosimile – che la stessa colpa ricada su James
Murdoch, figlio di Rupert e fino a al mese
scorso presidente di News International,
incarico da cui si è dimesso all’improvviso,
ufficialmente per occuparsi di tv sempre
all’interno del gruppo ma più probabilmente per
cercare di allontanarsi dallo scandalo.
Se Rebekah era come una figlia per il vecchio
Rupert, per James era come una sorella: loro due
insieme, una volta, entrarono come furie nella
redazione di un quotidiano rivale, l’Independent,
che aveva osato attaccarli troppo direttamente,
e tra insulti e grida avevano quasi preso a
schiaffi il direttore seduto al tavolo della
riunione del mattino. Chissà se, avanti di
questo passo, Rebekah e James si ritroveranno
insieme anche in cella.
Fosse comuni e
torture su donne e bambini Rep Tv
Amnesty "Non possiamo più tacere"
:Stronzate
!!! Nessuno farà proprio un bel cazzo di
niente perchè la Siria è troppo vicina
alla Russia ed è alleata all'Iran. Non è
l'Iraq sotto embargo e quindi facile
preda, non è la sassaia afghana e non è
nemmeno l'isolata Libia molto facile da
colpire...
Siria, nuova
strage nella città che si oppone al
regime: quarantasette vittime delle
forze di sicurezza, tutti civili.
Centinaia di famiglie scappano. Il
Consiglio nazionale chiede un intervento
urgente dell'Onu / Commenta
Il colosso del petrolio, dopo aver archiviato nel
2010 una perdita di quasi 5 miliardi di dollari per il
disastro ambientale
nel Golfo del Messico torna in attivo
Richiamati tutti i cittadini americani. Il
presidente: "Pressioni, non intervento".
Attacco delle forze di Assad contro la
città "ribelle", gli oppositori: "Stanno
sigillando l'area". Decine di morti
Iraq, la fine
era nota : ORA E' GUERRA CIVILE TOTALE. IL
RISULTATO DELL'OCCUPAZIONE AMERICANA: 750.000
MORTI DI CUI 5000 SOLDATI AMERICANI, UN PAESE
SMEMBRATO A MAGGIORANZA SCIITA CHE QUINDI GUARDA
COMUNQUE ALL'IRAN SCIITA PROSSIMO AD ESSERE
ASSALITO.
di
Massimo Fini
Il 20 agosto
del 2010 pubblicai per il Gazzettino
un articolo intitolato “Poche illusioni: ora
l’Iraq va verso una guerra civile”, dove
prevedevo che dopo il ritiro degli americani
il conflitto, già latente, fra sciiti e
sunniti sarebbe esploso in tutta la sua
violenza e senza più freni. Sono stato facile
profeta. Due giorni fa, a poco più di due
settimane dal ritiro dell’ultimo contingente
Usa, l’Iraq è stato teatro di una serie di
attentati e di scontri fra le due comunità,
con decine di morti e centinaia di feriti.
Non è che l’inizio di un’escalation.
Ciò vuol dire che gli americani non dovevano
andarsene dall’Iraq? No, che non avrebbero
dovuto invaderlo e occuparlo nel 2003 col
pretesto che Saddam Hussein
possedeva ‘armi di distruzione di massa’ che
non sono state mai trovate. L’Iraq è una
cervellotica invenzione degli inglesi
che nel 1930 misero insieme in uno Stato tre
comunità, curdi, sciiti, sunniti, che nulla
avevano a che fare tra loro e che anzi si
detestavano. Finito il protettorato inglese
nel 1960 solo un feroce dittatore come Saddam
Hussein poteva tenere insieme, con la
violenza, tre popolazioni così ostili. Saltato
il tappo Saddam sunniti e sciiti
in un primo tempo si sono uniti per combattere
il nemico comune, l’invasore, poi, vista
l’impossibilità di cacciare gli occupanti,a
partire dal 2007 con la fine di Al-Zarqawi,
hanno aperto la partita fra di loro. Saddam
era sunnita e aveva privilegiato la sua
comunità a danno degli sciiti che pur
rappresentano la maggioranza assoluta della
popolazione (62 %). Adesso gli sciiti si
vendicano sugli antichi oppressori sunniti che
rispondono. E non si vede come, perché
e quando questa catena di sangue possa finire.
Per ottenere questo brillante risultato gli
americani hanno provocato, con l’occupazione,
direttamente o indirettamente, fra i
650 e i 750 mila morti, infinitamente
di più di quanti ne avesse fatti Saddam in
trent’anni di dittatura. Ma le conseguenze
politiche sono ancora più devastanti. Da
quando, nel 1979, la rivoluzione khomeinista
rovesciò lo Scià, loro alleato (di cui la
stampa occidentale forniva immagini patinate,
sue e delle sue mogli Soraya e Farah Diba
eternamente in vacanza, ma la cui polizia
segreta, la Savak, era considerata la più
sanguinaria del Medio Oriente) tutta la
politica americana è stata (e come si vede
continua a essere) ferocemente
antiraniana. Per questo quando nel
1985 i soldati di Khomeini, dopo inenarrabili
sacrifici, erano davanti a Bassora e stavano
per prenderla, (il che avrebbe comportato
l’immediata caduta di Saddam, la riunione
dell’Iraq sciita con l’Iran, perché si tratta
della stessa gente dal punto di vista etnico,
religioso, culturale, oltre che la sacrosanta
indipendenza dei curdi iracheni) gli
americani intervennero a favore del dittatore
di Baghdad “per motivi umanitari”: non si
poteva permettere alle “orde iraniane” di
entrare a Bassora, sarebbe stato un massacro
(gli eserciti degli altri sono sempre “orde”,
solo i nostri sono regolari e legittimi).
Rimpinzarono quindi il rais di ogni genere di
armi comprese quelle chimiche che Saddam usò
sui soldati iraniani e in seguito sui curdi
“gasandone” 5000 nella cittadina di
Halabya. Oggi, con la parodia di
democrazia voluta dagli americani in Iraq, gli
sciiti iracheni, maggioranza schiacciante,
sono i padroni di gran parte del Paese
(regione curda esclusa) e rispondono di fatto
ai loro confinanti confratelli
iraniani. Così quello che gli
americani avevano negato all’Iran nel 1985
scippandogli una vittoria conquistata sul
campo di battaglia - così come gli stessi
fecero poi in Bosnia contro i Serbi
maggioritari e vincenti sul campo, che era
costata ai khomeinisti centinaia di migliaia
di morti, glielo hanno regalato 25 anni dopo
senza che Teheran abbia dovuto sacrificare un
solo uomo.
A rivelarlo una ricerca scientifica: in base
alle analisi sui civili della città irachena
rasa al suolo nel 2004, sono state trovate
tracce di uranio arricchito, lo stesso usato
per le bombe atomiche. L'Onu: “Migliaia i casi
di cancri e malformazioni infantili” di Andrea Bertaglio
Entro la fine di quest’anno l’esercito Usa
lascerà l’Iraq. Ma
il Paese dovrà fare i conti con la pesante
eredità della guerra. Soprattutto Falluja, che
grazie all’utilizzo di questi armamenti anche
contro la popolazione civile, è alle prese con
aborti, deformazioni
congenite, disfunzioni al
sistema nervoso. Impressionanti i numeri della
catastrofe sanitaria che ha colpito i bambini:
secondo i dati di un recente rapporto dell’Alto
Commissariato delle Nazioni Unite per i
Rifugiati, “nel 2006 si sono
verificati 5.928 nuovi casi di malattie fino
ad allora inesistenti a Falluja, delle quali
circa il 70 per cento sono cancri
e malformazioni in bambini minori di 12 anni”.
Nei primi sei mesi del 2007, invece, i nuovi
casi sono stati 2.447, “di cui più del 50%
riguardanti i bambini”. Oggi la situazione
rimane gravissima in tutto il Paese, con un
tasso di cancro infantile che, in Iraq, è 14
volte quello dell’Egitto.
Una situazione denunciata sin dall’inizio dai
medici locali, e supportata negli anni
dall’evidenza scientifica di numerose
ricerche. L’ultima, in ordine di tempo, è uno
studio epidemiologico realizzato dal professor
Busby assieme a Malak Hamdan,
presidentessa della fondazione Cancro e
Malformazioni Congenite, e
Eleonore Blaurock-Busch, responsabile
del laboratorio tedesco che ha eseguito le
analisi. Con la fondamentale collaborazione di
due pediatri dell’Ospedale generale di Falluja,
i dottori Samira Alaani e Muhammed Tafash.
Oltre al suolo e alle acque del posto, i due
hanno analizzato i capelli dei genitori dei
bimbi malati. “Abbiamo trovato alti livelli di
diversi elementi comuni: calcio, alluminio,
stronzio, bismuto e mercurio” afferma Busby:
“Ma l’unica sostanza che abbiamo rilevato e
che potrebbe spiegare l’alto tasso di malattie
genetiche è l’uranio, un elemento
radioattivo”.
Uranio che, però, in questo caso non è
impoverito, bensì arricchito. Quello che “si
usa nelle bombe atomiche o
nei reattori nucleari”, ricorda Busby. Un
fatto decisamente anomalo, che ha portato i
ricercatori ad una conclusione: a Falluja,
oltre alle bombe al fosforo, sono stati
utilizzati nuovi esplosivi con che non si
erano mai visti prima. “Quello che abbiamo
trovato dimostra chiaramente che esiste una
nuova generazione di armi”, fa presente il
professore.
Ma come fanno gli scienziati ad essere sicuri
del fatto che questa forte presenza di uranio
sia attribuibile agli attacchi del marzo 2004?
“L’uranio è espulso dai capelli, e questi
crescono ad un ritmo di un centimetro al
mese”, rivela Busby che continua: “Abbiamo
ottenuto campioni di capelli molto lunghi da
alcune donne, ed abbiamo misurato i livelli di
uranio attraverso la loro lunghezza”. Un test
che ha confermato l’alta esposizione di queste
persone all’elemento radioattivo in
particolare fra il 2004 ed il 2005. “Ma
soprattutto – insiste lo scienziato – prova
l’esistenza di nuove armi all’uranio”. Ordigni
“che fanno decisamente paura”.
L’equipe di ricercatori fa presente che
qualcosa di simile è stato riscontrato anche
in un cratere in Libano causato da una bomba
israeliana. Per questo, secondo gli studiosi,
“L’identità delle armi all’uranio arricchito
usate a Falluja e in altri luoghi deve restare
una questione aperta fino a quando i militari
israeliani e statunitensi non rilasceranno
maggiori informazioni”.
Per Hamdan, coautrice della ricerca, “questa
straordinaria scoperta dovrebbe far sì che il
mondo si svegli”. Non si può continuare ad
ignorare gli effetti di queste armi
radioattive sulla popolazione civile, denuncia
la studiosa, perché “un altissimo numero di
persone innocenti sono morte e moriranno in
futuro, senza contare gli innumerevoli padri e
madri che guarderanno con orrore e pietà i
loro figli”
7 MAGGIO 2012: L'ALTRA SPONDA DI LIBIALIA
SPROFONDA DI SCHIANTO, IL DITTATORELLO DI ARCORE
FUGGE IN RUSSIA....
DAL SETTEMBRE 2011 TRAMONTA LIBIALIA: IL
GIGANTESCO HAREM SHOW TARGATO BERLUSCONI-GHEDDAFI(con a
latere BEN ALI' in Tunisia), CON
ANNESSA PAGLIACCIATA MAMELUCCA IN QUEL DI ROMA PER DUE
ESTATI CONSECUTIVE (2009 E 2010 DEL COSTO COMPLESSIVO
DI 5 MILIARDI DI DOLLARI IN CAMBIO DELLA
PARTECIPAZIONE STRATEGICA DEI FONDI SOVRANI LIBICI IN
AZIENDE E BANCHE CHIAVE COME UNICREDIT, ENEL(Partecipata
dalla Cassa Deposito e Titoli), TELECOM,
MEDIOBANCA, FIAT, FINMECCANICA (Partecipata della
Cassa Depositi e Titoli),JUVENTUS FOOTBALL CLUB, E PER REALIZZARE NEL DESERTO CAMPI DI
CONCENTRAMENTO PER RINCHIUDERE TUTTA LA MASSA DI
PROFUGHI PROVENIENTE DALL'AFRICA NERA E SUB
SAHARIANA....)), E' STATO SPAZZATO VIA DALLA NATO
CONDOTTA DAL TRIO OBAMA-SARKOZY-CAMERON, QUEST'ULTIMI
GIA' A TRIPOLI E BENGASI,una volta fuggito Gheddafi,A FAR VALERE " IL COSTO " DI
TUTTA L'OPERAZIONE RELEGANDO GLI ITALIOTI IN FONDO ALLA
MANGIATOIA, CON GHEDDAFI ANCORA ITINERANTE PER LA LIBIA
COL SUO CODAZZO DI MAMELUCCHI AGGRAPPATI AI SUOI SOLDI.
RIMANE L'APPENDICE ITALIOTA CON I SUOI 2000 MILIARDI
DI EURO DI BUCO NERO CHE PIANO PIANO STA
INGHIOTTENDO TUTTA L'EUROPA PRIMA ANCORA DELLA
PUTREFAZIONE GRECA. A GUIDARE LO SPROFONDO RIMANE
MISTER BUNGA BUNGA: LA MUMMIA PRESIDENZIALE DEL
QUIRINALE VUOLE IMBALSAMARSI CON LUI ALLE SORTI DI
QUESTA FOGNA ITALICA MALEODORANTE E QUINDI LO AIUTA
IL 14 DICEMBRE 2010 DANDOGLI IL TEMPO PER
COMPRARSI TUTTI GLI SCHIAVI NECESSARI PER EVITARE LA
SFIDUCIA, SCHIAVI CHE RISPONDERANNO PRESENTE IL 22
SETTEMBRE 2011 PER SALVARE L'EX BRACCIO DESTRO DI
TREMONTI - IL MINISTRO DELLE PIRAMIDI CHE CONTINUA A
SPERGIURARE SOPRA LA FANTOMATICA TENUTA DEI CONTI
PUBBLICI ITALIOTI - , TAL MILANESE, CHE DOVREBBE ESSERE
ARRESTATO PER ASSOCIAZIONE A DELINQUERE FINALIZZATA
ALLA COSTITUZIONE DI UN ORGANO PARALLELO ANTI-STATALE;
SE MANCA LA MUMMIA E' L' "OPPOSIZIONE" COMPLICE A
CORRERE IN SUO AIUTO FACENDO MANCARE SUOI
PARLAMENTARI "AD HOC", LA DOVE VENGONO MENO GLI SCHIAVI,
COME NEL CASO DELLO SCUDO FISCALE DEL NOVEMBRE
2009, OPPURE NEL CASO DEL DECRETO MILLEPROROGHE
DEL GENNAIO 2011, OPPURE ANCORA NEL CASO
DELL'ACCORPAMENTO DI REFERENDUM ED ELEZIONI
AMMINISTRATIVE DEL MARZO 2011. SE ANCHE
L'OPPOSIZIONE LATITA, PER IMPOSSIBILITA' FISICA AD
ESSERE ANCORA PIU' GENUFLESSA, ALLORA E' IL TURNO
DELLA LEGA "ROMANA" DI BOSSI,CHE STABILISCE DI VOLTA IN
VOLTA CHI SALVARE, COME NEL CASO DELLO SCHIAVO PAPA
LASCIATO AL SUO DESTINO E QUINDI ARRESTATO SEMPRE
NELL'AMBITO DELLA COSTITUZIONE DI UN ORGANO PARALLELO
ANTI STATALE (P4), IN CAMBIO DI DANARI E PREBENDE COME
NEL PIU' CRISTALLINO E CLASSICO MODUS OPERANDI
LIMACCIOSO STILE BASSO IMPERO ROMANO ( SOLDI PER LE SEDI
DISTACCATE MINISTERIALI A MONZA, SOLDI PER LE PENSIONI
AL NORD, INSERIMENTO DI PERSONAGGI SINISTRATI COME "IL
TROTA" NELLA MACCHINA MANGIASOLDI AMMINISTRATIVA
ITALIOTA, FAMILISMO DEL PIU' BASSO LIVELLO IN TUTTE
LE AMMINISTRAZIONI LOCALI LEGHISTE CON DEVASTANTI MIX
CON LA MALAVITA ORGANIZZATA COME NEI COMUNI DI DESIO,
GIUNTA DIMESSASI PER LE PESANTI INTROMISSIONI DELLA
'NDRANGHETA CALABRESE, E DI LECCO). NEL FRATTEMPO IL
DIFFERENZIALE DEGLI INTERESSI CON I TITOLI SOLVENTI
TEDESCHI PASSA DA 254 DEL 1 LUGLIO 2011 A 412 IL 21
SETTEMBRE 2011 E TUTTO CIO' NONOSTANTE DUE MANOVRE
FINANZIARIE QUANTIFICATE SULLA CARTA IN 100 MILIARDI
DI EURO, CHE EFFETTIVAMENTE NON HANNO ILLUSO I
MERCATI SOPRA LA REALE FATTEZZA DELLA CLASSE DIRIGENTE
ITALIOTA: FUMOSE DELEGHE FISCALI DA 20 MILIARDI A BOTTA,
IMPROBABILI RECUPERI DELL'AMMORBANTE EVASIONE FISCALE
DAI NUMERI SCONOSCIUTI, RIMANDO A LEGGI COSTITUZIONALI
DALL'ITER BIBLICO PER TAGLIARE RADICALMENTE I COSTI
ABNORMI DELLA POLITCA D'HAREM SHOW ITALIOTA A FRONTE
DI PODEROSI TAGLI LINEARI SOPRA TUTTO IL CORPUS SOCIALE
CHE CONTRADDISTINGUE UNA NAZIONE "OCCIDENTALE":
TRASPORTI, INFRASTRUTTURE, SCUOLA, SANITA', PENSIONI
NON VERRANNO PIU' FINANZIATE DALLO STATO CHE RINUNCIA
ANCHE ALLA TUTELA DELLA SICUREZZA DELLA VITA DEL
CITTADINO CHE NON AVRA' PIU' NE LAVORO, NE DIRITTI, MA
SOLO IL DOVERE DI ESSERE SCHIAVO ALLA MERCE' DI
CHIUNQUE POSSA PERMETTERSI DI COMPRARSI LA LEGGE:
DELOCALIZZAZIONE VERSO I PAESI IN VIA DI CONTRO
SVILUPPO, CANCELLAZIONE DELLO STATUTO DEI LAVORATORI,
IMPOSSIBILITA' DI RIVOLGERSI ALLA GIUSTIZIA A FRONTE
DI ARBITRATI NOBILIARI COME NEL PIU' GREVE PERIODO
MEDIOEVALE, OBBLIGO COSTANTE A PAGARE DECIME E
BALZELLI DI OGNI TIPO: AUMENTO DELL'IVA, DELL'IRPEF,
PROBABILE REINTRODUZIONE DELL'ICI, CANCELLAZIONE DELLE
PARTITE IVA LEGGERE, BLOCCO DELLE RIVALUTAZIONI
PENSIONISTICHE IN RELAZIONE AL COSTO DELLA
VITA,CONTRIBUTO SOCIALE PER I REDDITI "RICCHI",
CANCELLAZIONE DELLE FESTE PATRONALI, CANCELLAZIONE DELLE
DETRAZIONI FISCALI LA DOVE NON SI RAGGIUNGERANNO GLI
OBIETTIVI DI PAREGGIO DEL BILANCIO, BLOCCO DELLE
TREDICESIME PER I MEDESIMI MOTIVI, SPOSTAMENTO ALL'ETERNITA'
DELL'ENTRATA IN PENSIONE, INTRODUZIONE DEI TICKET
SANITARI, AUMENTO DELLA CONTRIBUZIONE INPS DA PARTE DI
CHI NON ANDRA' MAI IN PENSIONE. UN BOMBARDAMENTO CHE
NON SMUOVE DI UN MILLIMETRO UNA POPOLAZIONE CHE APPLAUDE
AD UN FIGURO CHE COMPARE IMPUTATO E RIMANDATO A
GIUDIZIO IN 5 PROCESSI CONTEMPORANEAMENTE: PER
CONCUSSIONE E PROSTITUZIONE MINORILE, PER CORRUZIONE DI
TESTIMONI ( CASO MILLS-GUARDIA DI FINANZA/ALL IBERIAN
2), PER FRODE FISCALE DUPLICE (MEDIATRADE E MEDIASET),
PER VIOLAZIONE DI SEGRETO D'UFFICIO E SFRUTTAMENTO PER
PROPRI FINI PERSONALI (CASO FASSINO-UNIPOL); CHE
RISULTA ALTRESI' INDAGATO PER CORRUZIONE NEL CASO
TARANTINI/LAVITOLA: IL VORTICOSO GIRO DI COCA-PROSTITUTE
IN CAMBIO DI FAVORI DANAROSI AI PIU' ALTI LIVELLI, CON
VIAGGI DI STATO PAGATI DALLA COLLETTIVITA' A VANTAGGIO
DI SINISTRI FIGURI OGGI LATITANTI - LAVITOLA - O
CARCERATI - TARANTINI E SOCI - . APPLAUDE PERCHE' SA
GIA' CHE BEN 3 PROCESSI (MILLS, MEDIATRADE E MEDIASET)
SI CHIUDERANNO CON LA SOLITA PRESCRIZIONE ( GIA'
INTERVENUTA DOPO CONDANNA IN PRIMO GRADO PER I CASI LODO
MONDADORI ( CORRUZIONE DEL GIUDICE METTA), ALL IBERIAN 1
(TANGENTI A BETTINO CRAXI E QUINDI FINANZIAMENTO
ILLECITO)E SME (CORRUZIONE DEL GIUDICE SQUILLANTE);MENTRE
PER I RESTANTI E' GIA' PRONTA UNA BELLA LEGGINA
COMPRATA CHE VERRA' IMMEDIATAMENTE RATIFICATA DA UN
PARLAMENTO RIDOTTO AD APPENDICE SFINTERALE DI TUTTE LE
VARIE DEFECAZIONI DEL PADRONE D'ITALONIA. IN TUTTI I
CONSESSI INTERNAZIONALI L'ITALONIA VIENE BOLLATA COME UN
BRUTTISSIMO PROBLEMA, UNA PUSTOLA PURULENTA CHE APPESTA,
EPPURE L'URGENZA STA NELLA CINQUANTESIMA FIDUCIA DELLA
MASSA DI SCHIAVI PARLAMENTARI ATTA A RIPULIRE LO STRONZO
DEL LORO PADRONE.
LA PRIMAVERA NORD
AFRICANA:
IN TUNISIA VINCE
IL PARTITO ISLAMICO "MODERATO", IN LIBIA IL
LEADER DEL CONSIGLIO NAZIONALE DI TRANSIZIONE,
JIBRIL, MINISTRO DI GHEDDAFI FINO A MARZO
2011,HA REINTRODOTTO LA SHARIA ISLAMICA....
"Tutte le nostre truppe saranno a casa per
Natale, e dopo quasi nove anni la guerra sarà
finita". Così il presidente degli Stati Uniti
mette fine alla guerra iniziata nel marzo del
2003 dal suo predecessore George W. Bush.
Azzerata la presenza militare, precisa, non
verrà interrotta "l'importante relazione tra i
due paesi, basata sul reciproco rispetto e
comprensione tra due nazioni sovrane"
Gheddafi
sepolto in segreto nel deserto
Il raìs DISPERATISSIMO scrisse a Berlusconi,
OVVERO COME SCAVARSI LA FOSSA DA SOLI:
"Basta bombe"
Troppo scomodo il dittatore alla sbarra, meglio
farlo fuori come Bin Laden."Ora
può ricominciare finalmente la spartizione della
Libia. C'è una certa analogia che lega la fine
di Gheddafi alla fine di Saddam Hussein:
l'essere stati entrambi giustiziati. Ed entrambi
giustiziati prima che potessero parlare dei loro
"fedeli" ex alleati occidentali. Mi
sarebbe piaciuto sentire le affermazioni del
rais sui patti raggiunti da lui con l'ENI per il
monopolio del mercato enegertico libico. Mi
sarebbe piaciuto sentire cosa era riuscito a
strappare ai ministri Maroni e Frattini per
incarcerare tutti coloro che cercando di
scappare dalla Libia del dittatore, venivano
fermati sulle coste. Mi sarebbe piaciuto sentire
da lui cosa ne pensava delle foto ricordo
scattate con Napolitano e Berlusconi mentre
quest'ultimo gli bacia la mano e Napolitano oggi
festeggia la nuova Libia "libera e
democratica". Mi sarebbe piaciuto sentire
come e perchè aveva condiviso con Bush e Blair
l'invasione e gli eccidi in Iraq. Mi sarebbe
piaciuto capire da lui cosa realmente era
accaduto
quella notte ad Ustica.
Ma purtroppo, certi corpi sono molto più
preziosi come cadaveri che come dittatori..."Forse ucciso in scontri a fuoco dopo raid Nato
su Sirte, la città natale del dittatore.
Beffardo il biascicume del suo amico italiota
dei Bunga Bunga: "SIC
TRANSIT GLORIA MUNDI". (COSI' PASSA LA GLORIA DI
QUESTO MONDO) (LEGGI),20/10/11
E' morto un altro
alleato dell'Occidente. Si chiamava Gheddafi.
Le sue forze armate furono addestrate
dall'Italia. Ha aiutato i servizi americani
nella caccia ai terroristi islamici all'indomani
dell'11 settembre 2001. Riforniva di petrolio
l'Europa. Era un dittatore diversamente
dittatore, un utilizzatore finale della
dittatura, un amico. Napolitano gli strinse la
mano alcuni mesi fa e Berlusconi addirittura
gliela baciò e con l'Italia sottoscrisse un
trattato di pace DEL COSTO DI 5 MILIARDI DI
DOLLARI NELL'AGOSTO 2008. Riforniva con il suo
petrolio l'Europa e con il denaro libico le
banche internazionali che lo adoravano. LaLibia è stata attaccatadagliaerei ANGLO-francesi, DAI DRONI MADE IN USA
e dai tomahawk SPINTI CON UN
PULSANTE DA OBAMA A 15.000 CHILOMETRI DI
DISTANZA ,
bombardata per mesi. Senza l'intervento della
Nato, che ha operato fuori dal mandato dell'ONU,
i ribelli non avrebbero potuto nulla, infatti
Gheddafi al 18 marzo 2011 era a pochi chilometri
da Bengasi. Chi li ha armati? In un Paese sotto
il controllo di una dittatura da 42 anni è
plausibile che i fucili mitragliatori e i
blindati siano nati sotto i cavoli? Gheddafi è stato
ammazzato come un maiale in uno scannatoio. Non
ha avuto
un
processo
nel quale avrebbe
sputtanato le nazioni occidentali. Era in fuga
da Sirte con un convoglio che è stato attaccato
da aerei francesi, come ha dichiarato Gérard
Loguet (*), il ministro della difesa della
Francia. Gheddafi è stato lasciato (consegnato?)
ai suoi carnefici, che lo hanno percosso, ferito
con più proiettili alle gambe e ucciso con un
colpo alla testa. Il suo corpo è stato
trascinato per le strade ed esibito come un
trofeo di caccia grossa. Mahmud Jibril,
ex collaboratore di Gheddafi con la carica di
Presidente dell’Ufficio per lo Sviluppo
economico nazionale fino all'inizio del 2011 e
diventato primo ministro del Governo
Transitorio, ha dichiarato "Abbiamo
atteso questo momento da lungo tempo. Muammar
Gheddafi è stato ucciso". Il sipario è
calato su questa farsa. Il
petrolio libicoè ora a disposizione dell'Occidente. I
complici di Gheddafi lo hanno sostituito, gli ex
sodali lo hanno sacrificato. Prima di lui altri
alleati dell'Occidentehanno seguito la sua
sorte. Bin Laden, in rapporti per anni con la
Cia, che aiutò gli americani nella guerra afgana
contro i sovietici. Mubarak, sostituito da un
regime militare, che ha avuto forti legami per
decenni con le potenze occidentali, ora più
morto che vivo e trascinato su una barella in
tribunale.Saddam Hussein,
il laico, il baluardo contro il khomeinismo,
armato per anni dall'Occidente nella sanguinosa
guerra contro l'Iran e poi impiccato il 30
dicembre 2006 dopo un frettoloso processo farsa
all'indomani del l'occupazione dell'Iraq della
Nato dovuta a inesistenti armi di distruzione di
massa. Ora che gli amici sono finiti, chi sarà
il prossimo a cadere?Mahmud Ahmadinejad,
presidente dell'Iran? ʿAbd al-Qādir Bājamāl,
primo ministro dello Yemen? Bashār al-Asad, capo
di Stato della Siria? Il mullah Omar, ex
presidente dell'Afghanistan?
Il Nord Africa è pacificato,
il Golfo Persico non
ancora. Dagli alleati ti guardi Iddio, che dalla
NATO non ti guarda nessuno.
Siamo in Afghanistan per la
semplice ragione che siamo servi degli americani, ma
la cosa curiosa è che neanche gli americani hanno
più un vero interesse a stare in Afghanistan perché
non si può sostenere che in Afghanistan si sta
combattendo il terrorismo, perché terroristi
internazionali non ci sono in Afghanistan. la stessa
Cia ha calcolato che su 50 mila combattenti solo 359
sono stranieri e sono ceceni, turchi, non quelli che
hanno in testa la Jihad universale.I
nostri governanti sono ancora più realisti del re
perché continuano a sostenere che bisogna rimanere
in Afghanistan, nel momento in cui gli americani
stanno facendo trattative con i talebani per venire
via, solo La Russa e Frattini chiamano questi ancora
terroristi, Pentagono e Cia li chiamo insorti, quali
sono effettivamente. Secondo me ci sono state molte
illusioni su questo pseudo nero, pseudo democratico,
in realtà lui sta seguendo esattamente la politica
di Bush. Infatti ha mandato 30 mila uomini in più in
Afghanistan, solo che non riescono in alcun modo non
dico a vincerla questa guerra, ma neanche a
contenerla, perché i talebani hanno riconquistato
l’80% del territorio, per cui è una presenza che è
del tutto inutile, oltretutto anche loro perdono
degli uomini, ne hanno persi mi pare fino a 1.400 le
vittime americane (QUASI 6000 IN IRAQ, FONTE WIKI),
la stragrande maggioranza della popolazione vuole
una sola cosa, che gli stranieri se ne vadano, lo
vogliono anche le donne, questi 10 anni di guerra,
hanno causato 60 mila morti civili (109.000 MORTI
CIVILI IN IRAQ, FONTE WIKI), di cui la maggioranza
secondo un rapporto ONU del 2009 è stata causata dai
bombardamenti della Nato. Storicamente gli afgani
non hanno mai tollerato gli stranieri, hanno
cacciato gli inglesi nell’800, hanno cacciato i
sovietici 20 anni fa e adesso cacceranno anche
questi!L'invasione americana, in 10 anni ha prodotto
più danni di quella sovietica:
perché i sovietici fecero grandi distruzioni
materiali, gli occidentali hanno fatto grandi
distruzioni materiali ma in più con la pretesa di
introdurre lì la nostra mentalità, la nostra
economia, il nostro modo di vedere il mondo, hanno
distrutto l’economia afgana, la socialità afgana e
in parte hanno distrutto anche la loro moralità.
Ashraf Ghani che è un medico afgano, che ha fatto il
dottorato alla Columbia University, ha insegnato
alla John Hopkins e era il terzo candidato di quelle
elezioni, peraltro false del 2009, quindi non è
assolutamente sospettabile di simpatie talebane, ha
detto: “Nel 2001
eravamo poveri, ma avevamo una nostra moralità,
questo profluvio di dollari ha distrutto la nostra
integrità”, quindi sono danni che vanno oltre
le cose materiali, Kabul all’epoca talebana aveva
1.200.000 abitanti, oggi ne ha 5,5. La
disoccupazione all’epoca talebana era l’8%, adesso
al 40%, in alcune regioni del paese è all’80%,
l’artigianato locale è stato distrutto dall’arrivo
di costoro. Per dire una cosa divertente, i burka
adesso non li fanno più le famiglie afgane, ma i
cinesi, la famiglia afgana faceva un burka in un
giorno, questi ne fanno 30 in un giorno. TUTTAVIA
CIO' CHE INFIACCHISCE PESANTEMENTE GLI AMERICANI E'
IL SENSO DI INTEGRITA' DIMOSTRATO DAI TALEBANI: NON
SI FANNO CORROMPERE. GLI AMERICANI CERCANO IN TUTTI
I MODI DI COMPRARSELI MA NON C'E' NIENTE DA FARE:
"nel 2001 il mullah Omar è in ritirata e si rifugia
da un capo tribale che si chiama Valid, arrivano i
Marines sulla sua testa c’è una taglia di 25 milioni
di dollari, i Marines chiedono la consegna del
latitante, di Omar. Valid fa solo finta di trattare
2 giorni, per consentire al Mullah Omar di
guadagnare terreno sugli inseguitori. Con 25 milioni
di dollari da quelle parti compri tutta
l’Afghanistan e un po’ di Pakistan, però non sono
bastati per corromperlo. E' gente che ha una sola
parola, e quello che dicono lo fanno senza
sbagliare:il
movimento talebano nasce come reazione allo
stato di cose lasciato in mano alla mafia locale
DOPO LA RITIRATA SOVIETICA, attraverso l’iniziativa
letteralmente di 4 ragazzi che hanno combattuto i
sovietici, che in quel momento hanno 26/27 anni,
giovanissimi, uno Omar l’altro si chiama Gaus, un
altro Hassan, un altro Rabbani, i quali decidono che
bisogna reagire, non sanno come fare: capiterà che
proprio nel paese di Omar vengono rapiti due ragazze
da uno di questi boss e le porta nelle basi militari
per poterle stuprare a suo piacimento insieme ai
suoi uomini. Omar con altri 30 "enfant
de pays", armati con 16 vecchi fucili, va sul
posto, libera le ragazze, sconfigge i banditi e fa
impiccare il capo della banda alla cisterna della
piazza del paese. Succederanno un altro paio di
episodi di questo genere e allora la gente che viene
oppressa, vessata da questi prepotenti che sono
diventati in realtà delle bande mafiose, si rivolge
a lui per avere giustizia. La popolazione a
stragrande maggioranza rurale apprezza l'azione di
giustizia di Omar, anche se molto spiccia, ed
apprezza la sharia, il codice penale coranico,perchè
permette una poderosa diminuzione della criminalità
e della mafia. Ecco perchè i Talibani si affermano.
Con i Talibani addirittura, dal 2000, scompare anche
la coltivazione del papavero. Fino a quel momento i
rapporti con gli Usa erano buoni, i Talibani infatti
riconoscevano l'aiuto americano portato nella guerra
contro l'URSS. Tuttavia gli Usa iniziarono ad avere
troppi interessi nell'area, primo tra tutti quello
della realizzazione di un gigantesco GASDOTTO ,che
doveva trasportare METANO,dai giacimenti dell'Asia
Centrale EX SOVIETICA, agli attracchi Pakistani,
colonia statunitense. L'affare era per centinaia di
MILIARDI DI DOLLARI. Tuttavia Omar ad un certo punto
scelse di appoggiare il progetto di una società
argentiva a partecipazione italiana, rivale di
quella americana, la Britas, contro la UNOCAL, per
il semplice motivo che vedeva negli italo-argentini
persone che volevano semplicemente realizzare un
progetto accomodandosi alla pesante ritualità
afgana, mentre vedeva nell'UNOCAL americana l'azione
del Dipartimento di Stato americano che voleva
trasformare anche l'Afghanistan in una colonia. L'11
settembre 2001 fu un pretesto, tra l'altro
forzatissimo perchè non v'era un solo afghano tra i
dirottatori, per invadere l'Afghanistan. Nel giro di
9 anni, gli Usa ora sono nella condizione di uscire
di scena nuovamente perchè l'80% del paese è in mano
ai Talibani. Lo stallo è a Kabul e sui maggiori
centri cittadini perchè Omar non ha armi a
sufficienza per prendere le città. Dall'altra parte
gli americani, ed appresso il regime fantoccio di
Karzai, non ha numeri per riprendere l'iniziativa.
Le Forze Armate Rivoluzionarie della
Colombia - Esercito del Popolo, in
spagnoloFuerzas Armadas Revolucionarias de
Colombia - Ejército del Pueblo,
più note con gli
acronimi
di FARC o
FARC-EP, sono
un'organizzazione guerrigliera
comunista
clandestina della
Colombia
di ispirazione
bolivariana
fondata nel 1964.
Il movimento ha da sempre basato la sua
pratica militare sulla guerra di
guerriglia ed ha creato una struttura
politica nota come "Partito Comunista
Clandestino della Colombia". La nascita
delle "Forze Armate" risale al 27 maggio
1964
durante l'"Operazione
Marquetalia",
una massiccia operazione militare dello
Stato colombiano con appoggio statunitense
atto a reprimere con la forza le
esperienze di autorganizzazione agraria
contadina che si erano sviluppate nelle
regioni
Tolima
e
Huila,
che rappresentavano per il governo un
pericolo per l'integrità della nazione
definendo le stesse come delle
"inaccettabili repubbliche indipendenti".
Alla luce della cruenta repressione i
sostenitori di quelle esperienze, che
sfuggirono sotto la direzione di Manuel
Marulanda Velez ad un accerchiamento
effettuato da migliaia di effettivi
dell'esercito, stabilirono che la
resistenza
e la
lotta armata
era l'unica strada da percorrere per
portare in Colombia il cambiamento e le
riforme strutturali che la popolazione
chiedeva. Il loro scopo è sovvertire
l'ordinamento statale colombiano per
instaurare una democrazia popolare
socialista.
Le FARC sono tra le più longeve
organizzazioni ribelli del mondo ancora
esistenti e ad esse aderiscono una forza
stimata (al 2008) di 6.000 - 16.000
effettivi, di cui tra il 20% ed il 30% con
meno di 18 anni di età[1].
Le FARC-EP controllano un 15-20% del
territorio colombiano al 2007, concentrate
principalmente nelle giungle del sud-est
del paese e nelle pianure ai piedi delle
Ande,
anche se ormai agiscono militarmente e
politicamente in ogni dipartimento.
Dopo la presunta morte dovuta ad un
infarto
dell'ex leader
Manuel Marulanda
Vélez
(noto come Tirofijo, ossia colpo
sicuro) avvenuta il 26 marzo
2008,
le FARC sono state guidate dal quasi
sessantenne
Guillermo Leon Saenz,
detto
Alfonso Cano,
fino alla morte[2]
avvenuta in combattimento nel novembre
2011, e da un gruppo di altri sette membri
tra i quali il comandante del blocco
orientale
Jorge Briceño[3].
Il 1º marzo 2008 le forze armate
colombiane hanno ucciso, dopo aver
sconfinato in territorio dell'Ecuador,
il numero 2 delle FARC nonché portavoce
Raúl Reyes
insieme ad altri 18 membri delle FARC tra
cui anche la compagna di Reyes[4].
Il 24 febbraio 2008 a Roma è morto a causa
di un
cancro
Bernardo Gutierrez, ex membro delle FARC
nel
1978,
poi passato nelle file dell'EPL e
colpevole secondo i ribelli di essere una
figura chiave nei negoziati con il governo
Gaviria, che hanno portato alla
smobilitazione di tale gruppo e al
seguente omicidio di molti dei suoi
ex-militanti, una volta disarmati. Tra il
1990
e il
1994
si incontrò più volte con l'allora
presidente
Cesar Gaviria,
i due arrivano a firmare nel
1991
l'attuale carta costituzione colombiana e
proclamarono una tregua generale fra
esercito ed EPL, che in moltissimi casi
non venne rispettata da parte del governo.
Costretto all'esilio in Italia, poco prima
della sua morte lanciò un appello per la
liberazione di
Ingrid Betancourt.
Il 18 maggio 2008 si è costituita
all'esercito colombiano
Nelly Avila Moreno,
detta "Karina", militante del "Fronte 47",
considerato uno dei più violenti tra le
strutture dei rivoluzionari colombiani, e
responsabile secondo alcuni
dell'assassinio di
Alberto Uribe Sierra,
padre dell'expresidente della Colombia,
Alvaro Uribe; anche se altre versioni
relazionano l'omicidio del latifondista
Alberto Uribe con i regolamenti di conti
interni all'ambiente narco-paramilitare,
anche per via della sua amicizia e
frequentazione con il defunto Pablo
Escobar.
Il 31 agosto 2008 il governo colombiano ha
denunciato i contatti esistenti tra il
responsabile esteri di
Rifondazione
Comunista,
Ramon Mantovani,
e le FARC; il dossier del governo
Colombiano definisce i contatti "non solo
politici", le informazioni sui contatti
con l'organizzazione guerrigliera sono
venute alla luce in seguito al
ritrovamento del computer di
Raul Reyes
(numero due della guerriglia) grazie ai
cui documenti sono emersi "appoggi
espliciti, raccolta fondi, scambio
informazioni". Il PRC ha risposto a questa
denuncia chiarendo che i contatti con le
FARC sono sempre stati alla luce del sole
e avevano l'obiettivo di far riprendere il
processo di pace[5].
Nel corso del 2009 e del 2010 molti dubbi
sono cresciuti in merito alla validità
delle informazioni ricavate dai suddetti
supporti informatici, sia per l'utilizzo
politicamente spregiudicato che ne è stato
fatto dal governo Uribe, per colpire suoi
oppositori tanto in Colombia quanto
all'estero, sia perché l'ombra delle
manipolazioni si è stesa sui computer dal
momento in cui l'Interpol ha certificato
la rottura della corretta catena di
custodia di tali materiali, nonché
l'alterazione di migliaia di archivi, nei
primi giorni seguenti alla sottrazione
operata ai danni delle autorità
dell'Ecuador, dall'esercito colombiano. In
effetti Ronald Coy, ufficiale della
scientifica colombiana, che ha effettuato
le analisi dei dischi del computer per
conto delle autorità colombiane, ha
dapprima affermato che contrariamente a
quanto sostenuto dal governo, non è stata
ritrovata traccia di alcuna e-mail
scambiata tra il capo guerrigliero e
alcuna persona, ed in agosto 2010 lo
stesso Coy ha ammesso di aver
personalmente operato una serie di
modifiche al contenuto dei dischi rigidi.
Colombia, ucciso il leader delle Farc
Alfonso Cano
Guillermo Leon
Saenz Vargas, detto Alfonso Cano
Duro colpo del
governo di Bogotà contro le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia (Farc):
in un bombardamento dell’esercito nella
foresta del sudovest del paese è stato
ucciso il leader del gruppo
guerrigliero, Guillermo Leon
Saenz Vargas, detto
Alfonso Cano.
A rendere nota la notizia è stato il
governo di Josè Manuel Santos,
che prima di diventare presidente è
stato per molti anni ministro della
Difesa, e che è pertanto stato in prima
linea nella lotta alle Farc, la
guerriglia più antica ancora attiva in
America latina.
Cano, che aveva 63 anni, è rimasto
ucciso durante un bombardamento
dell’esercito nell’area rurale del
dipartimento del Cauca, in una zona che
– hanno precisato le fonti – viene
utilizzata dai guerriglieri quale
“corridoio strategico”. Cano è morto
dopo essere rimasto ferito durante un
attacco vicino ad un centro chiamato
Lopez de Micay, nel
quale sono rimasti uccisi anche la sua
compagna e altri guerriglieri. Dopo il
bombardamento – hanno precisato fonti
locali – c’è stata una battaglia durata
circa dieci ore tra i soldati di Bogotà
e il ‘sesto fronte’ delle Farc. Le
stesse fonti hanno precisato che al
termine degli scontri, i soldati hanno
rastrellato l’area, trovando i corpi di
Cano e degli altri uomini delle Farc,
tra i quali alcuni dei guerriglieri
responsabili della sicurezza dello
stesso Cano.
Durante la giornata di ieri, portavoci
militari di Bogotà avevano reso noto che
l’esercito stava portando a termine un
bombardamento nell’area del Cauca. Negli
ultimi mesi, il governo aveva d’altra
parte più volte riferito che le forze
armate erano ogni volta più vicine ai
luoghi nella foresta dove si nascondeva
Cano e i suoi compagni.
“Questo è il colpo più duro contro la
guerriglia”, ha commentato l’ex
presidente Andres Pastrana, ricordando
che nel settembre dell’anno scorso era
stato ucciso il capo militare dei
guerriglieri, ‘Mono Rajoy‘
(Victor Rojas).
Cano era diventato il leader del gruppo
nell’aprile del 2008, dopo la morte del
fondatore delle Farc, Pedro
Antonio Marin ‘Tirofijo’.
Erano le terre degli schiavi
liberati, sono divenute le terre di giovani
schiavizzati per i diamanti. Fino a dieci anni fa
era un esercito di ragazzini dai 10 ai 15 anni a
devastare il Paese
Carichi di sabbia per
aiutare i genitori nelle cave del sud, oppure di
legna da portare per chilometri alle case o ai
mercati. Lavorano a denti stretti, senza una
paga, senza un lamento, senza tregua e sorridono
sempre ai “pumui”, i bianchi, gli stranieri.
Guardando i bambini della
Sierra Leone è difficile
pensare che pochi anni fa – fra il 1991 e il
2001 – sia stato un esercito
di ragazzini, dai 10 ai 15 anni, a devastare
questo paese, lasciandosi dietro 50.000 cadaveri
e un labirinto di rovine che inizia a Freetown, la capitale e
finisce a Kaylahun, al
confine con la Liberia.
Ed è a Kaylahun, che
vediamo dei bambini giocare fra i muri di una
casa bruciata. Sembra un relitto come altri, ma
quando entriamo verrebbe voglia di scappare dopo
pochi secondi. La chiamano “The slaughter
house”. Dieci anni dopo, i graffiti di sangue
lasciati dal machete sono ancora sui muri,
assieme ai fantasmi di chi veniva condotto fra
queste pareti per morire sgozzato. “Eravamo
nella giungla e quando ti ordinavano di fare
queste cose dovevi obbedire o ti avrebbero
ucciso! Non mi nascondo anche io ho fatto queste
cose. Abbiamo ucciso un sacco di gente: soldati,
civili, anche donne, anche bambini. Con il ‘coutelas’,
il machete, e il sangue schizzava fino al
soffitto”.
Foday Amara,
l’uomo che racconta senza reticenze, senza
pudore, quello che ha fatto è un “ex-combattant”,
che uccideva per conto del Ruf , il
Fronte Unito Rivoluzionario, armata
di adolescenti che per 10 anni ha devastato la
Sierra Leone per impadronirsi delle sue miniere
di diamanti. Il più grande giacimento del mondo.
“Ricordo un ragazzo che si chiamava
Sherif Kangei – dice Foday – L’ho
ucciso proprio qui. Aveva rifiutato di
trasportare dei carichi. Di obbedire agli ordini
della rivoluzione… ”.
Cinque ore di auto più a
sud, nel villaggio di “Mattru on the rail”, le
uniche figure intere sono quelle dei bambini e
dei loro pupazzi. Gli adulti sono stati tutti
amputati. “Quando mi hanno catturato”, racconta
Mamie Lebbie, una donna
di 35 anni che stringe al petto un bimbo con
l’unica mano che le hanno lasciato “mi dissero
che mi avrebbero amputato e che avrebbero ucciso
mio marito… Ed è quello che fecero. Lui fu
picchiato a morte e a me hanno tagliato la mano
destra. Erano dei ragazzini dai 10 ai 13 anni…”
.
Mc Luhan scrive che il
mezzo è il messaggio. In Sierra Leone il mezzo
era il machete e il messaggio ai civili era il
potere della guerriglia sul territorio. “Dissero
che lo avrebbero fatto anche se non gli avevamo
fatto nulla – continua Mamie Lebbie – era un
esempio, per mostrare che avevano preso la città
e che era sotto il loro controllo”.
“Mi catturarono nel 1996 –
racconta a Sallay Goba – mi tagliarono la mano
destra e poi la sinistra. Mi dissero ‘quando
andrai all’ospedale di’ a tutti che dio ti ha
fatto questo!’. Li pregai di uccidermi.
Risposero: ‘Se avessimo voluto ucciderti avremmo
fatto in un altro modo ’ e mi spinsero via
dandomi un calcio nel sedere”.
“Tagliare le braccia –
spiega Hassan Kamara un
altro ex-ribelle – era un modo per mandare un
messaggio: ‘Siamo ovunque. Possiamo arrivare in
qualsiasi momento!’”.
La ferocia del Fronte
Rivoluzionario Unito è stata paragonata a quella
di Pol Pot, ma la
strategia del machete era un’operazione
economica: tagliando le braccia di alcuni si
riducevano in schiavitù quelle di tutti gli
altri, costringendoli a lavorare sino allo
sfinimento nelle miniere dei diamanti, “la più
maneggevole di tutte le ricchezze” ha scritto
Greg Campbel nel libro
Diamanti di
sangue “perché consentiva di riciclare il
denaro sporco dei narcos, ma anche quello di
Hezbollah e al Qaeda”.
Quando i ribelli hanno
conquistato Kono e la
regione delle miniere, la storia della Sierra
Leone è tornata indietro di secoli. Nella terra
degli schiavi liberati che diede il nome a
Freetown, la schiavitù venne ripristinata di
fatto, costringendo migliaia di persone a
scavare nel fango dall’alba al tramonto. Chi
sgarrava, chi cercava di nascondere una pietra
per sé veniva bruciato vivo.
Il traffico di diamanti,
controllato da signori della guerra liberiani
come Charles Taylor, a
tutto vantaggio di multinazionali come la De
Beers, consentiva ai ribelli di comprare armi a
volontà prolungando la guerra. Solo dopo anni di
massacri sarebbe emerso anche in occidente che i
diamanti che adornavano bellissime mani bianche,
erano cristalli di sangue, ottenuti amputando
poverissime mani nere, al punto che allo slogan
“un diamante è per sempre”, qualcuno replicò che
anche un’amputazione è “per sempre”.
Quando il problema venne
sollevato dai giornalisti con Naomi
Campbell, che aveva accettato
diamanti da Charles Taylor, la venere nera reagì
travolgendo le telecamere. I civili che
rifiutavano di arruolarsi o di collaborare con
la guerriglia venivano uccisi o esposti al sole.
Le donne venivano violentate. “Stupravamo ogni
ragazza carina che trovavamo – racconta Foday
Amara – se rifiutavano di arruolarsi, di farci
da cuoche, le stupravamo e poi le mettevamo al
sole. Venivano punite. Non gli davamo nulla da
mangiare, e alcune sono morte”.
Fodai Sankoh,
l’ex-caporale che, appoggiato da Gheddafi, aveva
addestrato i ribelli a commettere qualsiasi
crimine, meriterebbe di essere impiccato 100
volte, ma il diavolo se lo è portato via prima
che finisse il suo processo. Prima di far
iniettare cocaina nel cranio dei
bambini-soldato, li drogava promettendo libertà
e riforme radicali: “Mai più gli abitanti delle
zone rurali faranno i taglialegna e i portatori
di acqua per la zona urbana di Freetown” diceva
“mai più schiavi e mai più padroni!”.
Uno dei paradossi del
Sierra Leone è che una guerra che usava metodi
medievali come le amputazioni, si nutriva di rap
e di miti guerrieri americani. I film di Rambo e
di Van Damme sono stati per anni l’unico
“supporto didattico”, di migliaia di adolescenti
analfabeti che nel kalashnikov cercavano
un’identità, un futuro o forse semplicemente
un’occasione per esercitare un potere e un
possesso. Si diventava soldati, cioè si
‘consumavano’ vite umane, per diventare
finalmente consumatori. “Quando occupammo
Freetown ho chiesto a un tizio di darmi il suo
orologio – dice Foday Amara – ma ha rifiutato di
consegnarmelo e allora gli ho tagliato il
braccio. Ero un selvaggio, un combattente della
giungla”.
Se il mito di Rambo
drogava il coraggio dei bambini-soldato, la fame
e la paura della morte facevano riemergere riti
di sangue che sconfinavano nel cannibalismo.
“Alcuni si coprivano di sangue umano per
proteggersi dalle pallottole” spiega Mohammed Jusu che si occupa
dei reinserimento degli ex-combattenti, “altri
mangiavano carne umana. Non solo i ribelli,
anche i ‘Kamajor’, cioè i membri delle società
di caccia organizzati come difesa civile contro
la guerriglia. Se uccidevano qualcuno ne usavano
il sangue per fare dei riti magici”.
Sedato l’incendio della
guerra civile con un dispiegamento colossale di
caschi blu (17.000) è iniziata la cosiddetta
“politica di riconciliazione nazionale”. Per
domare i ribelli e convincerli a deporre le armi
gli è stata donata una moto per ogni kalashnikov
e oggi – in un paese in cui una bici è un lusso
– li vedi sfrecciare accanto alle loro vittime
costrette ad arrancare su protesi e stampelle
senza nessun aiuto.
Chi vi
scrive ha sempre rispettato l'esercito jugoslavo,
quello con la stella rossa a cinque punte
sull'elmetto, perchè combatteva bene sul campo,
faccia a faccia, senza droni teleguidati a 15.000 km
di distanza. La stessa Jugoslavia era uno
straordinario esperimento di "comunismo elastico",
decisamente poco incline alle formule fossilizzate
sovietiche e proteso invece ad una forma organica
vitale. I guai economici non li aiutarono, tuttavia
il fatto che uno stato comunista terzomondista si
mantenesse in Europa, dava fastidio. Così ecco il
foraggiamento a pseudonazionalismi dichiaratamente
destrorsi, come in Croazia e Slovenia, che avevano
legami storici col nazi-fascismo uscito distrutto
dalla seconda guerra mondiale. Paradossale che un
intellettuale destrorso ,come MASSIMO FINI, abbia
posizioni decisamente più evolute del "comunista" DALEMA, che da presidente del consiglio, nel 1999,
tra LA MASSA DI STRONZATE DA LUI COMPIUTE SOTTO IL
SUO, PER FORTUNA,BREVE GOVERNO, COME REGALARE LE
FREQUENZE TELEVISIVE A MEDIASET IN CAMBIO DI UN
OBOLO ALLO STATO DELL'1% DEL FATTURATO SBATTENDOSENE
DEL CONFLITTO DI INTERESSI, DATO CHE IL CAPO
DELL'ALLORA OPPOSIZIONE ERA ED E' IL PADRONE
ASSOLUTO DI QUELLE TELEVISIONI, OPPURE COME REGALARE
A DEBITO LA TELECOM AI CAPITANI CORAGGIOSI GUIDATI
DA COLANINNO, CHE POI INTASCARONO UNA PODEROSA
PLUSVALENZA DALLA SUCCESSIVA VENDITA A TRONCHETTI
PROVERA, LASCIANDOGLI COLOSSALI DEBITI ED IL COLPO
DI GRAZIA FINALE AD UNA AZIENDA OGGI RIDOTTA
ALL'OSSO, AUTORIZZO' L'UTILIZZO DELLE BASI AMERICANE
DI AVIANO PER TEMPESTARE DI BOMBE ALL'URANIO
IMPOVERITO LA SERBIA che allora si chiamava
Jugoslavia.
Nel
1997, ad un anno dalla conclusione di combattimenti
in Bosnia,nella più pura
illegalità le forze della Nato stavano chiudendo il
cerchio intorno a Radovan Karadzcic,
l’ex leader dei serbi di Bosnia, per portarlo
davanti alla Corte internazionale delI’ Aja nelle
vesti di criminale di guerra. Com’è costume
gli occidentali si servono del solito Quisling che
nella fattispecie è interpretato da Biljana Plavsic,
presidente della Repubblica dei serbi di Bosnia. La Plavsic, un fantoccio in mano agli
americani, è stata sfiduciata dal proprio
Parlamento? Poco importa: la signora ha sciolto il
Parlamento. La Corte Costituzionale ha dichiarato
illegittimo lo scioglimento? Ecchisenefrega della
Corte Costituzionale: la signora Plavsic continua a
fare il presidente.
Così le forze della Nato hanno circondato a Banja
Luka cinque edifici dove ci sono importanti
insediamenti della polizia locale e, per usare
l’eufemistica formula del Corriere della Sera,
«hanno «agevolato» l’uscita dai commissariati dei
poliziotti serbo-bosniaci nemici della Plavsic,
disarmati e sconfitti» (Corriere 21/8). Questa
operazione totalmente illegale è stata giustificata
dal vice-comandante della polizia Nato, Werner Schum,
col fatto che «l’arsenale ammassato nelle sedi della
polizia indica che forse i «falchi» stavano per
preparare un atto di forza contro la Plavsic». Come
se fosse un ‘inquietante stranezza che nella sede
centrale della polizia, nella scuola di polizia e in
tre commissariati si trovino delle armi. In realtà l’atto di forza è servito
alla signora Plavsic per nominare i nuovi vertici
delle forze dell’ordine. Ma il ministero
dell’Interno della Repubblica serba di Bosnia ha
fatto notare che, «la Plavsic non ha la facoltà di
destituire o nominare quadri delle forze
dell’ordine». Ma anche questo non importa, ciò che
conta è mettere le mani, in un modo o nell’altro,
sui «criminali di guerra» Radovan Karadric e Ratko
Mladic, considerati gli unici responsabili del
conflitto bosniaco.
Il che è una menzogna. I principali responsabili
stanno altrove. Come ricordava Aleksandr Solgenitsyn
in un mirabile articolo pubblicato dalla Repubblica
(21/8) «l’onorabile compagnia dei leader delle
principali potenze occidentali...sono stati loro a
mettere in moto l’estenuante guerra civile». Il
perché è presto detto.
Quando i Paesi
occidentali e il Vaticano riconobbero nel giro di 48
ore l’autoproclamazione d’indipendenza (sacrosanta,
s’intende) della Croazia e della Slovenia dalla
Jugoslavia sapevano benissimo che ciò avrebbe
immediatamente aperto il
problema Bosnia, anche perchè l'esercito jugoslavo
portava le sue offensive su VUKOVAR a nord, e sulla
SLAVONIA a sud dalla "piattaforma girevole" Bosnia,
il tutto allo scopo di chiudere in una tenaglia la
Croazia. La manovra non funzionò, ma l'esercito
jugoslavo era comunque forte e poteva mantenere
l'iniziativa partendo dalla Bosnia. Per la Croazia
spalleggiata da USA e Germania era un grosso
problema. Altresì una Bosnia multietnica, a guida
musulmana, aveva senso solo all’interno di una
Jugoslavia multietnica. I serbi di Bosnia chiesero
quindi a loro volta di proclamare la propria
indipendenza o di riunirsi alla Serbia. Ma la
comunità internazionale, manovrata dagli Stati Uniti
e dalla Germania, rifiutò ai serbi di Bosnia quella
autodeterminazione che avevano invece riconosciuto
ai croati e agli sloveni,
anche perchè come detto, militarmente la Bosnia
sarebbe divenuta un micidiale cuneo. E i serbi
scesero in guerra. In questa guerra, combattuta
dalle milizie ma appoggiata dalle popolazioni di
tutte e tre le etnie in lotta (serba, croata e
musulmana) si sono avuti, oltre che atti di valore,
anche delle atrocità inutili e odiose. Come in ogni
guerra. Ma queste atrocità sono state compiute da
tutte le forze in campo. Ricorda ancora Solgenitsyn:
«i cadaveri di civili fatti a pezzi scoperti in
Bosnia appartengono a tutti i campi». Ma davanti al
Tribunale dell’ Aja sono stati mandati quasi
esclusivamente serbi, qualche croato (tanto per
mantenere in piedi la finzione della neutralità) e
nessun musulmano (i musulmani di Bosnia non sono
integralisti e sono quindi molto graditi
all’Occidente). In particolare i serbi (un milione
dei quali era stato massacrato durante l’ultima
guerra mondiale dagli hitlerocroati) sono stati
accusati di aver praticato la pulizia etnica. Ma non
sono stati i soli. Anzi, se si va a ben guardare, la
più colossale «pulizia etnica», e anche la meno
giustificata, è stata fatta dai croati quando hanno
invaso la Krajina e ne hanno scacciato, in un sol
colpo, 200 mila serbi uccidendone a mucchi. Ma
nessuno pensa seriamente di portare il presidente
Tudjman davanti al Tribunale dell’ Aja. In
realtà quello che si sta mettendo in piedi alI’ Aja
è il classico processo dei vincitori ai vinti, sulla
scia di Norimberga. Precedente sciagurato perché fa
coincidere il diritto con la forza: la forza dei
vincitori. Nel caso slavo la cosa è particolarmente
iniqua perché erano stati i serbi a vincere sul
campo. Ma poi è intervenuto lo sceriffo americano
che ha voluto diversamente e ha deciso che tre etnie
che hanno ottime ragioni per odiarsi convivano in
uno Stato inesistente: la Bosnia Erzegovina.
Ma andare a mettere il dito negli ingranaggi della
guerra è sempre foriero di tempesta. Perche la
guerra ha una sua ecologia e una sua funzione:
risolvere un conflitto una volta per tutte. E i
morti e i lutti che una guerra provoca trovano
almeno una ragione nel raggiungimento di questo
obbiettivo. Invece aver voluto comprimere la guerra,
dandole un corso e uno sbocco diversi da quelli che
naturalmente aveva avuto, ha reso solo quel
conflitto latente, a covar minacciosamente sotto le
ceneri. E si può star certi che, come qualsiasi
artificiale compressione della natura, prima o poi
ritorna indietro come un boomerang, così prima o poi
quel conflitto riesploderà in maniera ancor più
devastante. Rendendo beffardamente inutile, invece
che fecondo, il sangue che è già stato versato.
13
ottobre 2010, Genova
Per capire
cos’è successo martedì sera a Genova
bisogna rifare un po’ di storia. Non del calcio.
Della politica.
Nei primi anni ’90, dopo la disgregazione della
Jugoslavia, si creò in
Kosovo, considerato da Belgrado “la
culla della Nazione serba” (un po’ come per noi
il Piemonte francofono), un forte indipendentismo albanese.
Negli ultimi decenni, per ragioni demografiche, in Kosovo si era formata una maggioranza albanese che
pretendeva la separazione da Belgrado. Dall’altra
parte lo Stato serbo voleva conservare una regione
che era sempre stata, storicamente e giuridicamente,
sua. Gli albanesi facevano guerriglia non
disdegnando l’uso del terrorismo, com’è inevitabile
in ogni lotta partigiana, la Serbia reagiva con le
maniere forti, con l’esercito, con la polizia, con
le milizie paramilitari di cui i giovani che hanno
impedito la partita Italia-Serbia sono gli eredi.
C’erano quindi due ragioni, entrambe valide, a
confronto: l’indipendentismo albanese e il
diritto di uno Stato all’integrità dei propri
confini, perché una terra non appartiene
solo a chi in quel momento ci vive e ci abita ma
anche alle generazioni che vi hanno vissuto, abitato
e lavorato nel passato. Era quindi una questione che
serbi e albanesi avrebbero dovuto risolvere fra di
loro, secondo i reali rapporti di forza, o al
massimo con l’intermediazione diplomatica dell’Onu.
Ma gli Stati Uniti, che
foraggiavano la guerriglia, decisero che le ragioni
stavano solo dalla parte degli indipendentisti. Per
tre mesi si misero a bombardare una grande capitale
europea come Belgrado, facendo 5500 morti,per
non parlare di tutta la dorsale industriale serba
lungo la vallata del Danubio disintegrata dalle
tonnellate di uranio impoverito sganciato,
finché la Serbia dovette arrendersi. Il tutto con
l’appoggio degli europei e con l’Italia di
D’Alema nella poco onorevole posizione del
“palo” (i bombardieri partivano da
Aviano).
Era una guerra ingiusta, non
autorizzata dall’Onu (ma si sa che ci si richiama
all’Onu quando serve, come in Afghanistan,
quando non serve la si ignora). Era una guerra
contro l’Europa e particolarmente “cogliona”
per l’Italia come dissi al presidente D’Alema a
Ballarò senza che lui osasse replicare. Noi non
abbiamo mai avuto contenziosi con la Serbia, caso
mai con la Croazia che per decenni ha vessato i
nostri profughi in Istria. Anzi con
la Serbia avevamo storicamente degli ottimi
rapporti. Ma ci sono anche ragioni più attuali. Il
“gendarme Milosevic”, con alle spalle una Serbia
forte, checché se ne sia detto e scritto in
contrario, era un fattore di stabilità dei Balcani.
Ora in Kosovo (dove c’è, guarda caso, la più grande
base militare Usa), in Montenegro, in Macedonia, in
Albania sono concresciute grandi
organizzazioni criminali che vanno a
concludere i loro sporchi affari nel Paese vicino
più ricco, cioè l’Italia. Come se non bastasse ai
serbi è stata inflitta l’ulteriore umiliazione di
portare Slobodan Milosevic, che non
era un dittatore ma un autocrate (a Belgrado
esisteva un’opposizione che faceva opposizione più
di quanto la si faccia, oggi, in Italia) davanti al
Tribunale internazionale dell’Aja
come “criminale di guerra“. Il processo
iniziò con gran clamore ma a poco a poco non se ne
parlò più perché Milosevic, uno dei protagonisti
della pace di Bosnia quale firmatario degli accordi
di Dayton, aveva troppe buone carte nelle sue mani.
Poi è provvidenzialmente morto d’infarto. Dico,
incidentalmente, che aver avallato da parte della
cosiddetta Comunità internazionale l’indipendenza
del Kosovo è un insidioso precedente per tutti.
Poniamo che fra 50 anni in Piemonte
ci sia una maggioranza di cittadini musulmani che
reclamino l’indipendenza di quella regione
dall’Italia. Cosa potremmo rispondergli?
Comunque sia i duemila serbi che sono calati martedì
sera a Genova non c’entrano nulla con un
discorso sportivo, hanno usato un
avvenimento sportivo, come è accaduto altre volte,
per manifestare la loro umiliazione, la loro
frustrazione, la loro rabbia per i soprusi che la
Serbia ha dovuto subire negli ultimi vent’anni. Io –
e non solo io – ero sentimentalmente con loro.
di Massimo Fini
Reati di evasione fiscale e
violazione di norme tributarie. Per queste
accuse la Procura di Roma ha chiesto il rinvio
a giudizio dell'ex premier Silvio Berlusconi e
di altre 11 persone per presunte irregolarità
nella compravendita dei diritti televisivi. Il
procuratore reggente Giancarlo Capaldo,
l'aggiunto Pierfilippo Laviani e il pm Barbara
Sargenti hanno firmato l'atto con cui hanno
chiesto il processo, tra gli altri, anche per
il figlio di Berlusconi, Pier Silvio.
L'inchiesta fu inviata nella Capitale dai
pubblici ministeri milanesi. Complessivamente,
secondo quanto ricostruito dai clienti, la
frode fiscale ammonterebbe a circa 10 milioni
di euro. Sul procedimento, comunque, incombe
il rischio della prescrizione.
Gli accertamenti a Roma sono stati trasmessi
in forza al trasferimento nella Capitale della
sede sociale di Rti (una delle società
coinvolte). La prescrizione arriverebbe perché
i fatti contestati si riferiscono alla
compravendita di diritti tv contabilizzati nel
2004. Nell'aprile del 2013, invece, cadranno
in prescrizione le dichiarazioni dei
redditi del gruppo di Cologno Monzese
presentate nel 2005.
Oltre a Silvio Berlusconi ed al figlio il pm
Sargenti chiede il rinvio a giudizio del
produttore tv americano Frank Agrama, dei
manager Pasquale Cannatelli, Andrea Goretti,
Gabriella Ballabio, Daniele Lorenzano, Giorgio
Dal Negro, Roberto Pace e Guido Barbieri,
nonchè degli affaristi cinesi Paddy Chan e
Catherine Hsu Chun.
I magistrati ritengono che siano stati
'gonfiati' i prezzi dei diritti acquistati
presso alcune importanti major statunitensi.
La sovrafatturazione avrebbe consentito ad Rti
e Mediatrade di detrarre fiscalmente cifre
superiori a quelle effettivamente sborsate.
Secondo quanto si è appreso il pm Sargenti e
l'aggiunto Laviani hanno allegato agli atti
dell'inchiesta anche le motivazioni della
sentenza emessa dal gup di Milano, il ricorso
in Cassazione; le dichiarazioni testimoniali
del produttore Silvio Sardi e quelle di
Giancarlo Leone.)
Mills, tutte le mosse di Berlusconi
contro un verdetto al fotofinish:assolto per
prescrizione.(
Già 3 volte condannato e prescritto- legge ex cirielli sulla prescrizione lampo - (all iberian 1,stecca da 21 miliardi
a craxi),lodo mondadori,corruzione semplice
giudice metta,sme,stecca da mezzo miliardo al
giudice squillante)
In una corsa contro il
tempo il tribunale ha fissato la sentenza per
l'11 febbraio: 72 ore dopo i suoi effetti
saranno annullati. Per evitare il giudizio il
Cavaliere è ricorso prima allo scudo, poi,
dopo la bocciatura della Consulta, al
legittimo impedimento
MILANO - Risuona tra i
marmi del tribunale il lamento di Silvio
Berlusconi: "A Milano processano solo me". Ma
se il "processo Mills" è diventato questa
tragicommedia bilingue, se è nata questa
sequenza di udienze con traduttore, se c'è la
corsa a ostacoli per arrivare a una sentenza,
è perché Berlusconi, grazie ai suoi
super-poteri, sinora era riuscito a farsi
difendere sia dagli avvocati sia dal
Parlamento. Secondo gli ultimi calcoli, forse
si saprà se Berlusconi è colpevole o
innocente, se ha corrotto o no un testimone,
appena settantadue ore prima che su ogni
parola cali la mannaia della prescrizione, che
cancella le pene. I fatti sono questi, hanno
la loro forza, e se qualcuno li vuole
ascoltare, sono limpidi, e nella piena luce
del sole.
Partono da una data che Berlusconi e Mills
conoscono bene, il 18 luglio del 2004. David
Mackenzie Donald Mills, avvocato, marito di un
ministro, ha allora 60 anni. È uno stimato
legale con studio nella City a Regent Street.
Si occupa di patrimoni e di società off shore,
cioè con la sede nei "paradisi" senza
controlli, dove i ricchi, i mafiosi, gli
evasori fiscali sono di casa. Mills ha
ricevuto dalla procura di Milano un invito a
comparire, l'accusa è riciclaggio. L'elegante
avvocato, quel giorno di afa milanese, si
presenta alle 14.45 al quarto piano della
procura con a fianco il legale di fiducia,
Federico Cecconi.
IL LUNGO INTERROGATORIO
Davanti ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo
Robledo, comincia a spiegaredi essere "entrato
in contatto con il gruppo Fininvest a metà
degli anni '80". Cita "Massimo Maria Berruti",
oggi esponente del Pdl, ex finanziere,
incappato in più di una disavventura
giudiziaria. Aggiunge come "l'incontro più
importante" sia stato "con Livio Gironi (il
tesoriere del gruppo Fininvest, ndr), che era
direttamente legato a Silvio Berlusconi e che
era - parole di Mills - l'uomo che
amministrava il suo patrimonio personale". In
tredici ore di faccia a faccia, i magistrati
lo lasciano parlare, sornioni. Finché, poco
dopo l'una di notte, offrono a Mills un colpo
di scena.
Gli mostrano una lettera sequestrata a Londra.
Porta la data del 2 febbraio precedente: è
firmata da Mills e indirizzata al suo
commercialista, Bob Drennan. Mills,
riconoscendo la lettera, impallidisce: "Sono
molto turbato a rileggerla", confessa. E
smette di menare il can per l'aia: "A questo
punto credo che, per quanto difficile, la cosa
più giusta da fare sia spiegare il fatto con
la massima chiarezza". Il fatto, dunque,
secondo Mills.
LA CONFESSIONE
Mills racconta che s'è rivolto al suo
commercialista per essere difeso da una
contestazione del fisco inglese. E in
Inghilterra, quando non ci si sa spiegare con
gli agenti delle tasse, si può finire molto,
molto male, anche radiati dalla professione. Mills davanti ai magistrati non esita più:
"Sono stato ascoltato più volte in indagini e
processi che riguardavano Silvio Berlusconi e
il gruppo Fininvest e, pur non avendo mai
detto il falso, ho tentato di proteggerlo
nella massima misura possibile. E di mantenere
una certa riservatezza sulle operazioni che ho
compiuto per lui". Per Silvio Berlusconi.
E 600mila dollari gli arrivano come
ringraziamento nel 1999. Nei mesi precedenti
si erano infatti tenuti i processi aggiustati.
Uno per le tangenti versate dai manager
Fininvest per annacquare i controlli della
Guardia di Finanza (intere squadre, come si
sa, vennero travolte dall'inchiesta Mani
pulite). L'altro per scoprire le operazioni
illecite della società svizzera All Iberian,
sempre berlusconiana. "Carlo Bernasconi
(scomparso manager Fininvest, ndr), mi disse
che Berlusconi a titolo di riconoscenza per il
modo in cui ero riuscito a proteggerlo nel
corso delle indagini giudiziarie e nei
processi, aveva deciso di destinare a mio
favore - questa l'autoaccusa nel cuore di una
notte milanese - una somma". In nero, estero
su estero, e il fisco inglese non molla.
LA SMENTITA
La procura chiede il rinvio a giudizio per il
professionista inglese e per il suo "dante
causa" italiano, e cioè Berlusconi. Mills, nel
frattempo, si chiude nel totale mutismo, rotto
solo dalla spedizione di un memoriale ai pm.
Smentisce quello che avava confessato. Quei
600 mila dollari gli arrivano - assicura - da
un altro suo cliente, l'armatore campano,
Diego Attanasio. Era tanto lo stress da
interrogatorio - il legale che lo ha assistito
per tutte le 13 ore non ha mai contestato la
correttezza dei magistrati - da fargli dire
una cosa per l'altra, tutto qui.
Credergli? Non credergli? Il dibattimento,
davanti alla decima sezione penale, prende il
via il 13 marzo di cinque anni fa. E regge
fino a quando Berlusconi, nell'aprile 2008,
viene rieletto a Palazzo Chigi. Poi si
frantuma. Perché tra i primi atti che il terzo
esecutivo Berlusconi approva non c'è nulla che
aiuti i cittadini ad ottenere una giustizia
rapida ed efficiente, ma scatta invece il
cosiddetto Lodo Alfano: bastano quattro frasi
e le più alte cariche dello Stato ottengono
l'immunità processuale. Moltissimi, tranne che
nei partiti di centrodestra, ritengono la
pseudoriforma delirante: fa sparire un
principio sacrosanto in Italia, e cioè
l'eguaglianza formale dei cittadini davanti
alla legge.
Dopo appena un anno - il tempo minimo che ci
vuole - la Consulta boccia Alfano, ma un
risultato ad esclusivo beneficio di chi ora
piange nel palazzo di Giustizia è stato
ottenuto: nell'imbarazzante processo Mills,
Berlusconi non c'è più. La sua posizione si è
"pietrificata": in aula resta solo l'inglese.
Il quale, sempre ammutolito, va incontro al
suo destino. E viene condannato: sia in primo
che in secondo grado. Tra gli innumerevoli
testimoni, ascoltati in Italia o all'estero
per rogatoria, c'è proprio l'armatore del suo
alibi, Attanasio: "Mai ho dato o regalato o
prestato 600 mila dollari a Mills, non ce ne
sarebbe stato il motivo", dice. Lo stesso
affermano ragionieri ed analisti di conti.
LA CONDANNA
Il 25 febbraio 2010 la Corte di Cassazione, a
sezioni unite, riconosce la colpevolezza di
Mills. Lo condanna a un risarcimento del danno
pari a 250 mila euro, ma dichiara il reato
prescritto. Troppo è il tempo passato. Se la
sorte processuale di quello che possiamo
chiamare un "testimone corrotto" è chiara, che
cosa accade al presunto corruttore, che non è
Attanasio, ma era e resta l'imputato
Berlusconi?
"Non ho nemmeno mai incontrato Mills, lo giuro
sui miei figli", attacca nelle tv e nelle
piazze, ma agisce all'ombra del Parlamento:
già digerita la sconfitta per il Lodo, la
maggioranza rifà un'altra figuraccia
introducendo il "legittimo impedimento",
secondo cui chi ha impegni istituzionali può
saltare le udienze del processo. Anche questa
idea ad personam finisce davanti alla Corte
Costituzionale, che la ridimensiona non poco.
LA CORSA
Ora che al governo ci sono Mario Monti e i
"tecnici", ora che Berlusconi, sommerso dallo
scandalo di Ruby Rubacuori e del bunga bunga,
con la credibilità appannata, senza una
maggioranza solida, ha dato le dimissioni, ora
il dibattimento Mills può però correre
davvero. Come una "corsa da formula uno",
sfotte e critica l'ex ministro Alfano. Ma di
quale corsa parliamo? L'avvocato inglese, che
deve finalmente rispondere alle domande, si
sente male, è il cuore. Sono stati chiamati a
difesa testi e perditempo di ogni tipo.
"Qualunque sentenza non avrà effetto",
annuncia Berlusconi, mentre gli ultimi calcoli
ricordano il fotofinish: se si dovesse
rispettare il calendario fissato dal collegio
presieduto da Francesca Vitale, la sentenza
verrebbe emessa sabato 11 febbraio. Ossia,
settantadue ore prima della prescrizione.
I berlusconiani amano parlare di persecuzione,
ma è la regolarità dei processi il valore da
difendere. Perché viene considerata - non
solo da chi si occupa di processi, come i
magistrati - una base della democrazia. Berlusconi ha avuto in questo campo altre
disavventure pesanti, come raccontano le
condanne per l'ex ministro e avvocato Cesare
Previti, che ha comprato una sentenza pagando
i giudici. Sono solo fatti. E se non fossero
state approvate dalla sua maggioranza leggi
dichiarate illegali e ingiuste, se non ci
fosse stato un Parlamento così succube, il
processo per Berlusconi sarebbe finito, come
successo per Mills, nel 2010. Due anni fa. E
anche questa contestazione non piace a chi
rivuole il potere, e gli abusi del potere. La
realtà è soltanto questa.
Spinaceto, le domande della polizia
"Chi è la 'talpa' dei rapinatori?"
Sono
ancora molti i nodi che gli investigatori devono
sciogliere per ricostruire il colpo avvenuto in
largo Buazzelli dove è morto Angelotti, ex boss
della Banda della Magliana. I tre banditi
conoscevano troppi dettagli: dall'orario del volo al
valore dei preziosi (75mila euro) custoditi
nell'auto dei due fratelli gioiellieri
di
VALERIA FORGNONE
La polizia scientifica a Spinaceto dove è
avvenuta la rapina con sparatoria
Sapevano
che i gioiellieri sarebbero andati a una fiera a
Monaco di Baviera. Conoscevano troppi dettagli:
l'orario del volo e quanti preziosi, per un valore
di 75mila euro, erano custoditi nella valigetta che
avevano in auto. Il giorno dopo la rapina con sparatoria
in largo Guido Buzzelli,
nel quartiere di Spinaceto, a sud della capitale,
sono tanti i nodi da sciogliere per gli
investigatori impegnati nelle indagini.
All'alba di ieri i due fratelli Polimadei stavano
per partire diretti a una fiera all'estero quando un
commando di tre persone ha tentato di rapinarli. Uno
dei due orefici, Andrea, ha esploso cinque
colpi dal suo revolver regolare:
un proiettile ha ucciso il bandito ed ex boss della
banda della Magliana, Angelo Angelotti, mentre gli
altri due complici, Giulio Valenti 44 anni e Stefano
Pompili, 52, sono rimasti feriti. Il primo durante
il conflitto a fuoco è rimasto a terra e subito
arrestato; il secondo, raggiunto da un colpo al
torace, ha provato la fuga ma è stato poi
rintracciato dagli uomini della squadra mobile
all'ospedale. La vittima, invece, è Angelo Angelotti,
62 anni, ex boss della banda della Magliana che ieri
aveva cercato di mettere a
segno
l'ennesimo colpo della sua vita. Sarebbe stato lui,
secondo le ricostruzioni dell'epoca, a tradire 'Renatino'
De Pedis in via del Pellegrino nel febbraio del 1990
indicandolo ai killer che lo avrebbero ucciso.
I due complici feriti, uno al polmone e l'altro al
collo, sono entrambi ricoverati all'ospedale e
saranno ascoltati dagli investigatori che stanno
cercando di individuare la possibile 'talpa' che ha
segnalato il colpo. Il pm Stefano Fava ha chiesto al
gip la convalida dei fermi. Sono accusati di tentato
omicidio e rapina, porto abusivo di armi e
ricettazione (il furgono della rapina è risultato
poi rubato). Da chiarire se i tre rapinatori hanno
risposto al fuoco, sono stati però trovati in
possesso di un revolver e una semiautomatica che non
lasciano bossoli. Di certo, i banditi conoscevano i
vari dettagli della rapina: l'orario in cui sono
usciti di casa i due gioiellieri, quando avrebbero
preso il volo diretto per Monaco di Baviera e quanti
preziosi avevano con sè.
Verrà ascoltato anche Luca Polimadei, ferito a una
mano e ricoverato all'ospedale San Camillo nel
reparto di chirurgia palstica. La famiglia dei
gioiellieri si è trincerata in casa, ancora sotto
shock.
Rapina a Roma, ucciso Angelo
Angelotti
boss storico della Banda della Magliana
E' morto mentre tentava di
mettere a segno un nuovo colpo a Spinaceto. Legato
all'ex organizzazione criminale e più volte in
carcere. Secondo alcune ricostruzioni nel febbraio
del 1990, con una scusa, avrebbe attirato 'Renatino'
De Pedis in un negozio di antiquariato in via del
Pellegrino dove fu assassinato
di VALERIA
FORGNONE
Angelo Angelotti, boss della banda della
Magliana, ucciso mentre tentava di rapinare due
gioiellieri a Roma
Ha concluso il suo 'Romanzo
criminale' così come lo aveva vissuto: con la
pistola in mano. Sull'asfalto di largo Guido
Buzzelli, a Spinaceto, quartiere a sud di Roma,
Angelo Angelotti è stato freddato da un proiettile
partito dalla pistola di un gioielliere che aveva
appena tentato di rapinare insieme ad altri due
complici. All'età di 62 anni aveva provato a mettere
a segno l'ennesimo colpo della sua vita. Una vita
trascorsa tra il carcere e la strada. In passato,
infatti, era stato uno dei boss della Banda della
Magliana, l'organizzazione criminale che, a cavallo
tra gli anni '80 e '90, ha tenuto sotto scacco la
capitale. Agguati, rapimenti, sparatorie,
riciclaggio e droga. Proprio in quest'ultima
attività sembra essere stato coinvolto anni fa,
Angelotti. Sarebbe stato lui, secondo le
ricostruzioni dell'epoca, a tradire 'Renatino' De
Pedis in via del Pellegrino nel febbraio del 1990
indicandolo ai killer che lo avrebbero ucciso.
L'ultima rapina. Con altri due
complici, oggi
ha tentato di rapinare due fratelli
gioiellieri, sorpresi nella loro auto
con preziosi del valore di 75mila euro, pronti a
partire per una fiera all'estero. I due negozianti
si sono difesi e hanno impugnato l'arma: un colpo ha
raggiunto e ucciso l'ex boss della Magliana. Gli
altri due banditi sono rimasti feriti, uno ha
provato la fuga, ma dopo i controlli della squadra
mobile, è stato trovato all'ospedale Cto
con una ferita al torace.
Angelotti invece è morto sul colpo.
L'omicidio di Renatino. Ventidue
anni fa, secondo alcune indagini, sarebbe stato
incaricato di attirare il capo della Banda, Enrico
De Pedis, nell'agguato mortale dietro a Campo dè
Fiori, ora
seppellito nella basilica di Sant'Apollinare.
Con la scusa di un acquisto di preziosi lo avrebbe
infatti invitato nella sua bottega da antiquario in
via del Pellegrino davanti alla quale il boss venne
freddato da due sicari in moto intorno alle 13. Una
responsabilità che però Angelotti aveva sempre
negato: ''Non sono un infame. Io quella mattina in
via del Pellegrino non c'ero''. Per quell'episodio,
comunque, fu condannato a 15 anni per concorso in
omicidio.
La carriera criminale di Angelotti.
Cresciuto a Tor Marancia, Angelotti aveva alle
spalle una lunga carriera criminale proseguita anche
dopo il declino della Banda della Magliana con l'operazione
''Colosseo'', l'inchiesta del 1993 che
portò a decine di arresti e allo smantellamento
dell'organizzazione. In dieci anni è stato un
continuo entrare e uscire dal carcere. Tra gli anni
'90 e il 2000 venne infatti arrestato due volte: il
14 dicembre del 1998, dopo che era stato già
condannato in primo e secondo grado a 30 anni di
reclusione per omicidio, associazione mafiosa e
traffico internazionale di droga, fu catturato dai
carabinieri mentre era sul punto di fuggire per
evitare la sentenza della Cassazione. Nel
luglio del 2000 venne nuovamente arrestato,
con altri nomi storici della Banda, attraverso
un'inchiesta su usura, droga, gioco d'azzardo.
Angelotti si occupava in particolare del traffico di
stupefacenti, nell'ambito di un'organizzazione,
scriveva il gip nell'ordinanza ''discendente
direttamente dalla vecchia Banda della Magliana''.
La Banda oggi. Dopo la
lunga scia di sangue che ha
caratterizzato lo scorso anno tra agguati e
sparatorie in strada, a Roma si potrebbe riaprire il
capitolo Banda della Magliana. A novembre scorso, il
sindaco Gianni Alemanno aveva detto: "Dobbiamo
evitare che oggi nel 2011 ci sia un nuovo fenomeno
come la Banda della Magliana". Il picco di
criminalità aveva preoccupato anche il prefetto,
Giuseppe Pecoraro, che però aveva cercato di mettere
un freno dichiarando che "si tratta di piccole bande
che cercano di occupare il territorio per avere
l'esclusiva sul traffico di droga o comunque per
fatti connessi al traffico di droga". Poi
descrivendo le vittime del
duplice omicidio di Ostia che
avevano avuto, anche loro, vecchi legami con l'ex
organizzazione criminale, aveva aggiunto: "Non è
vero che appartenevano alla Banda della Magliana:
oggi
non esiste più".
Nino l'Acattone. Ma con la morte di
Angelotti, in passato boss e poi rapinatore, qualche
dubbio potrebbe tornare e avvalorare
le parole di Antonio Mancini, "Nino
l'Accattone" che nel direttorio criminale padrone di
Roma tra la metà degli anni '70 e i primi anni '90,
sedeva alla destra di Franco Giuseppucci "er Negro"
e Maurizio Abbatino, "Crispino". "La Banda della
Magliana esiste ancora - disse in un'intervista del
2010 a Repubblica - Ha usato e continua ad
usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in
galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno,
di sparare troppo spesso".
Helicobacter pylori è un batterio gram
negativo flagellato acidofilo, il cui
habitat ideale è il muco gastrico situato
nello stomaco umano.
New York - Uno su sei
casi di cancro al mondo (circa 2 milioni
l’anno) sarebbero causati principalmente
da delle infezioni facilmente gestibili
attraverso la prevenzione e normali cure.
I risultati mettono in luce risvolti
positivi che aiuteranno la ricerca contro
una malattia che ogni anno uccide circa 8
milioni di persone.
I 4 tipi di
infezione principalmente responsabili del
cancro sarebbero riconducibili al
papilloma virus umano o HPV (acronimo di
Human Papilloma Virus), al batterio
Helicobacter pylori, e all’Epatite B e C.
"Le infezioni con un determinato tipo di
virus, batterio o parassita, rappresentano
la porzione più grande delle cause di
cancro facilmente prevenibili", hanno
dichiarato i dottori Catherine de Martel e
Martyn Plummer, che hanno guidato la
ricerca.
La ricerca - pubblicata nella rivista
oncologica del The Lancet - prende in
considerazione 27 tipi di cancro in 184
paesi. Dei 12,7 milioni nuovi casi di
cancro presi in considerazione nel 2008,
il 16,1% (circa 2 milioni) sarebbe proprio
attribuibile a infezioni. La percentuale
sarebbe più bassa per i paesi
industrializzati (7,4%) rispetto a quelli
in via di sviluppo (22,9%), con numeri che
variano dal 3,3% in Australia e Nuova
Zelanda, al 32,7% nei paesi dell’Africa
sub-Sahariana.
Scontri dopo una partita
di calcio
almeno 73 morti e centinaia di feriti
Le violenze al termine
della partita tra la squadra locale e l'Al Ahli
del Cairo. Invasione di campo e poi una vera e
propria battaglia. Scene simili nella capitale,
senza vittime. "Rinviati a data da destinarsi"
tutti i match del campionato maggiore. Arrestate
47 persone. I Fratelli Musulmani accusano i
sostenitori di Mubarak
I giocatori dell'Al Ahli in fuga (afp)
IL CAIRO - Almeno 74 persone persone hanno perso la
vita e centinaia sono rimaste ferite nelle
violenze scoppiate dopo una partita di calcio a
Port Said, nel Nord-Est dell'Egitto. Gli scontri
sarebbero esplosi per motivi calcistici, dopo
un'invasione di campo, al termine della gara di
campionato tra la squadra del posto, l'Al Masri,
e l'Al Ahli, formazione del Cairo. LA GALLERIA
FOTOGRAFICA1
- IL VIDEO2
Secondo la ricostruzione fornita dalla tv Al
Arabiya, alla fine del match vinto per 3-1
dall'Al Masri, i tifosi locali sono entrati in
campo per inseguire i giocatori dell'Al Ahli
spingendosi fino al tunnel che porta agli
spogliatoi. A quel punto si è scatenata una vera
e propria battaglia, sia con i tifosi avversari
che con le forze dell'ordine. Ci sono stati
fitti lanci di bottiglie e pietre. I tafferugli
sono proseguiti anche fuori dall'impianto. "Lo
spogliatoio si è trasformato in un obitorio", ha
raccontato un testimone. Un altro dei presenti
ha riferito che prima del fischio d'inizio il
clima era buono, ma poi durante l'incontro ci
sono stati scambi di insulti tra le due
tifoserie e ogni gol era seguito da un'invasione
di campo. In città è stato schierato anche
l'esercito che ha inviato i suoielicotteri per
portare via dallo stadio giocatori e tifosi
della squadra ospite.
Il ministro dell'Interno Mohamed Ibrahim ha reso
noto che molte delle vittime sono morte nella
calca e che dopo gli incidenti sono state
arrestate 47 persone.
La scena si è ripetuta al Cairo, dove l'arbitro
ha sospeso l'incontro una volta avuta notizia
delle violenze di Port Said. Una decisione cui i
tifosi hanno reagito appiccando il fuoco ad
alcuni settori dello stadio. In questo caso per
fortuna non ci sono state vittime.
Dopo questi gravissimi episodi la Federcalcio
egiziana ha deciso di "rinviare a data da
destinarsi" tutte le partite del campionato
maggiore e il Parlamento è stato convocato per
domani in seduta straordinaria.
I Fratelli Musulmani, la maggiore forza politica
nell'Egitto del dopo-Mubarak, non credono che
gli incidenti siano scoppiati soltanto per la
follia di gruppi di ultrà e accusano i
sostenitori del presidente deposto un anno fa
dalla protesta di piazza. "Gli eventi di Port
Said sono stati pianificati e sono un messaggio
dei sostenitori dell'ex regime", ha affermato il
deputato Essam al-Erian in un comunicato
pubblicato sul sito internet del Partito della
libertà e della giustizia (Plj), la formazione
politica della Fratellanza.
ALERT
| Secondo il Washington Post e' pronto a
scommetterci il segretario della Difesa Usa
Leo Panetta. Il quale non smentisce. Ora agli
Stati Uniti rimangono due opzioni per evitare
il conflitto.
L'ARMATA ROSSA IN CAUCASO, LA
MACCHINA BELLICA RUSSA INIZIA A MUOVERSI DI
FRONTE AL GOLFO PERSICO
L'esercito russo terra' una serie di
esercitazioni nel Caucaso settentrionale, in
Armenia, in Abcasia e nell'Ossezia del Sud in
autunno, per preparsi a un possibile attacco
congiunto di Stati Uniti e Israele contro
l'Iran.
Le operazioni militari di prova, Kavkaz-2012, si
svolgeranno in settembre e non saranno
operazioni tattiche bensi' strategiche, ovvero
non vedranno il coinvolgimento di un numero
vasto di soldati.
Le esercitazioni vedranno, tuttavia, la
partecipazione di ufficiali provenienti dai
territori georgiani. Un elemento che non e'
piaciuto alle autorita' di Tblisi. Il fatto che
il focus sara' sulla sorveglianza, la difesa
dello spazio aereo e la logistica, suggerisce
che Mosca sta dando alle esercitazioni una
struttura adeguata a un eventuale conflitto in
Iran, secondo il quotidiano russo
Nezavisimaya Gazeta
Come sottolineato dal colonnelo Anatoly Tsyganok,
capo del Centro delle previsioni militari, i
"preparativi per le esercitazioni Kavkaz-2012
sono gia' incominciati per via delle crescenti
tensioni nel Golfo Persico".
"In un'eventuale guerra contro l'Iran potrebbero
essere coinvolti paesi dell'ex Unione Sovietica
del Caucaso del Sud. Come la Russia intende
assicurare gli spostamenti delle truppe russe
che si trovano nelle basi situate all'estero,
come per esempio in Armenia? Il Comando Generale
sta pianificando alcune misure proattive, che
prevedono anche capire come organizzare il
rifornimento di soldati da e verso punti critici
da un punto di vista logistico".
A sostenere questa teoria e' la partecipazione
di un "battaglione oleodotto", il cui compito e'
fornire carburante alle forze militari impegnate
nell'esercitazione.
senza petrolio si fermerebbe. I
primi cinque Paesi da cui lo importiamo
sono Arabia Saudita, Azerbaijan, Iran,
Libia e Russia. L'Italia era il partner
principale della Libia,
dove, dopo la guerra a Gheddafi (oggi è
presidente un suo ex-ministro...) conta
come il due di picche. L'influenza
commerciale sull'area si è spostata a
Washington e a Parigi. Con la Libia ci
siamo comportati né più né meno come
nelle guerre mondiali. Abbiamo bombardato un Paese con cui
avevamo stipulato un trattato di pace.
Voltagabbana per vocazione. Adesso è il turno dell'Iran dal
quale l'Italia importa il 13% del
greggio annuale e con cui l'ENI fa da
sempre buoni affari.
Alla Farnesina, qualche giorno prima di
Natale, mentre ci si occupava di amenità
come il prelievo massimo in contanti dei
pensionati, si è tenuta una riunione con
la presenza, tra gli altri, dei
rappresentanti di Stati Uniti, Canada,
Francia, Germania, Gran Bretagna e
Italia (c'era anche un funzionario della
UE a fare da tappezzeria) per discutere
delle sanzioni all'Iran. Una
barzelletta, rappresentanti dei Paesi
europei che discutono con la UE che li
rappresenta. La UE in politica estera
dovrebbe avere una sola voce.
In sostanza le sanzioni
all'Iran si traducono in un embargo. Non
si compra più il suo petrolio in modo
che non possa investire i profitti nel
riarmo. L'Italia però, pur aderendo, ha
invocato il "pregresso", i
crediti che ha nei confronti dell'Iran
che quindi le consentirebbero di
importare greggio anche durante
l'embargo. Chapeau!
L'Iran non ha digerito le sanzioni che
strangolerebbero la sua economia e ha
minacciato la chiusura dello
stretto di Hormuz dal quale
transitano 17 milioni di barili al
giorno, pari al 20% del petrolio
mondiale che viene commerciato e, per
sicurezza, ha fatto dei test per missili
a largo raggio. Gli Stati Uniti hanno
replicato con l'invio della portaerei USS John C. Stennis.
Il Pentagono ha spiegato che "Si
tratta di spostamenti che avvengono
regolarmente per garantire la stabilità
della Regione". Se venisse bloccato
anche solo temporaneamente lo stretto di
Hormuz, il prezzo del barile
schizzerebbe a 150 dollari (la media del 2011 è stata di
100). Gli americani stabilizzano i Paesi
dove sono presenti i loro interessi. Il
pianeta è cosa loro. La Ue invece, come
le stelle fisse, resta a guardare.
Cina e Russia hanno
dichiarato che non potranno tollerare un
intervento degli Stati Uniti contro
l'Iran. Hormuz come Danzica? L'Italia non deve
preoccuparsi, è senza una
politica estera, ma vanta "crediti
pregressi".
Il "caro leader", 69
anni, stroncato da un infarto sabato scorso.
Ha sfidato la comunità internazionale per
costruire l'atomica, in un paese in cui la
popolazione fa la fame. Il terzogenito Kim
Jong Um erediterà il potere. Gli Usa:
"Monitoriamo la situazione". Telefonata tra
Obama e il presidente sudcoreano Lee. Crollano
gli indici asiatici: il Kospi perde oltre il
3%Borse europee in
calo. Cambia il sistema spread
Il vice premier profondamente deluso dal primo
ministro per aver "rotto" con l'Unione Europea.
Critiche durissime anche dal ministro delle
attività produttive e da quello della Giustizia.
Al vertice di Bruxelles, intesa su vincoli di bilancio e riforma del
fondo salva Stati. Stampa britannica divisa, il
Financial Times boccia la linea del premier
La decisione del governo di destra suscita
critiche. La figlia di Allende: "È
inaccettabile". Un caso che non aiuta Piñera,
ormai in balia dei partiti che lo sostengono:
solo il 20% dei cileni approva la gestione del
presidente eletto due anni fa
di OMERO CIAI
Ancora violenza
a sfondo religioso nel Paese. Uomini armati
sparano durante la messa nella città di Gombe.
L'ennesima strage dopo le bombe di Natale, che
provocarono una cinquantina di vittime.
La missione per deporre il regime di Saddam
Hussein era iniziata il 20 marzo 2003, ma le
armi di distruzione di massa di Saddam, pretesto
per l'attacco, non sono mai state trovate. Il
prezzo, un massacro di civili e militari che
continua
Violenze
interetniche nel sud Sudan.
Uccise più di 3.000 persone, molti bambini
Stando alle
dichiarazioni di un capo dell'amministrazione
locale, in pochissimi giorni nello stato di
Jonglei, tra le vittime, sono stati contati i
corpi di 2.182 donne e bambini. Il bilancio non
è stato confermato, ma le Nazioni Unite hanno
parlato di "probabili" centinaia di morti
JUBA
- Oltre 3.000 persone sono state uccise in
pochissimi giorni in violenze interetniche
commesse la scorsa settimana nello stato di
Jonglei, nel Sud Sudan, secondo la denuncia di
Joshua Knyi, capo dell'amministrazione di Pibor.
"Abbiamo contato i corpi e abbiamo calcolato che
2.182 donne e bambini e 959 uomini sono stati
uccisi", ha detto. "Ci sono stati assassinii in
serie, un massacro", ha aggiunto.
Un bilancio che non è finora stato confermato da
altre fonti, anche se le Nazioni Unite hanno
parlato di "probabili" centinaia di vittime. La
scorsa settimana 6.000 giovani armati della
tribù Lu Nuer hanno compiuto una spedizione a
Pibor e dintorni contro i Murle, accusati di
furti di bestiame. Le violenze sono proseguite
anche dopo l'arrivo dell'esercito, che ha aperto
il fuoco.
Il militare, assieme alla sua squadra si è
macchiato di ogni tipo di nefandezza. Dalle
uccisioni all'amputazione di trofei di guerra
dei cadaveri, come le dita delle vittime. La
condanna è maturata grazie a un'indagine
interna delle forze armate americane
,
i francesi si ritirano. Un mese fa Obama aveva
decretato l'inizio del ritiro americano.
E' il quarantesimo connazionale caduto sul fronte
afgano. Si chiamava Roberto Marchini e il suo
compito era quello di bonificare il territorio dagli
ordigni artigianali come quello che lo ha ucciso.
Assassinato il fratello di Karzai, il governatore
della provincia di Kandahar. Parigi: via 1000 uomini
dal 2012
Grandi manifestazioni in tutto il
Paese in apertura della due giorni di sciopero
generale (video).
Si fermano per 48 ore uffici, i musei, molti
servizi. Disagi per i trasporti (foto).
Blocco di stampa e tv. I sindacati mobilitati
contro le nuove misure di austerity
che il governo Papandreu sta per varare
Illich Ramirez Sanchez si è presentato davanti
ai giudici. Catturato nel '94 in Sudan, e
subito consegnato ai servizi segreti francesi,
l'uomo è già stato condannato all'ergastolo
nel 1997, per aver ucciso due poliziotti di Leonardo Martinelli
E' morto Giorgio Bocca,
un uomo.
Giorgio Bocca ha avuto una vita lunghissima, 91
anni. Con una vita così lunga e un carattere
estremo come il suo è facile fare degli errori.
Nella sua vita ha preso alcune cantonate ma
addebitargli solo quelle, soprattutto la sua
posizione giovanile fascista, è una porcheria. A
20 anni nel '40 erano tutti fascisti, non si può
valutarlo solo per qualche articolo scritto
allora. Tanto più che pochi anni dopo era tra i
partigiani come combattente proprio contro i
fascisti e in seguito si oppose al revisionismo
di Pansa che voleva equiparare Fascismo e
Resistenza. Un'altra cantonata fu travisare la
Lega ai suoi albori, poi ne fu aspro critico e
sarebbe ridicolo chiamarlo anche leghista. Per
un po' non credette alle BR, ma anche su questo
si ricredette. Qualche errore è da scusare,
secondo me resta uno dei più grandi e severi
giornalisti italiani. Nel 2007 disse: "Morirò
avendo fallito il mio programma di vita: non
vedrò l'emancipazione civile dell'Italia. Sono
passato per alcuni innamoramenti: la Resistenza,
Mattei, il miracolo economico, il Csx. Non è che
allora la politica fosse entusiasmante, però
c'erano principi riconosciuti:i giudici fanno
giustizia, gli imprenditori impresa. Invece mi
trovo un Paese in condominio con la mafia. E il
successo di chi elogia i vizi,i tipi alla
Briatore".
MORTO IN CELLA IL BRIGATISTA FALLICO
Lo hanno trovato gli agenti della polizia
penitenziaria nel carcere di Mammagialla a Viterbo.
Nelle scorse settimane aveva accusato forti dolori
al petto. Esponente Ucc negli anni '80, era ritenuto
responsabile del fallito attentato nel 2006 contro
la caserma della 'Folgore' a Livorno e di aver
progettato un'azione terroristica per il G8 alla
Maddalena, prima della decisione di spostarlo
all'Aquila
L'ex
brigatista Luigi Fallico
VITERBO-
L'ex brigatista rossoLuigi
Fallico1è
stato trovato morto nella sua cella nel carcere di
Mammagialla a Viterbo. La scoperta è stata fatta
questa mattina alle 9.30 dagli agenti di polizia
penitenziaria. Il detenuto è morto per un infarto.
Fallico, 59 anni, era attualmente sotto processo a
Roma assieme a un gruppo di persone ritenute dalla
procura eredi delle vecchie Brigate Rosse.
Il 19 maggio scorso, Fallico aveva preso parte
all'udienza davanti alla prima corte d'assise di
Roma visibilmente provato perché due giorni prima
aveva accusato violentissimi dolori al petto che
non gli erano mai passati. "Nell'infermeria del
carcere di Viterbo gli hanno misurato soltanto la
pressione - ha raccontato il suo difensore,
l'avvocato Caterina Calia - aveva 110 di minima e
190 di massima. Dopo il controllo, Fallico è stato
riportato in cella quando chiunque, davanti a
quella situazione, avrebbe disposto il
trasferimento urgente in ospedale".
Fallico avrebbe dovuto sottoporsi domani a nuovi
accertamenti. Sul banco degli imputati era finito
con l'accusa di associazione sovversiva con
finalità di terrorismo e banda armata assieme ad
altre sette persone in relazione, soprattutto
all'attentato fallito alla caserma Vannucci, sede
della Brigata della Folgore di Livorno (25
settembre 2006) e al progetto, mai attuato, di un
attentato da portare a segno alla Maddalena dove
si sarebbe dovuto
tenere il vertice del G8. Secondo la procura,
Fallico, quale capo, promotore e organizzatore,
avrebbe ricoperto un ruolo preminente
dell'associazione. Accuse che la difesa ha sempre
respinto con forza.
Fallico era stato arrestato a Roma nel 2009.
Esponente della prima ora del Movimento comunista
rivoluzionario Nucleo Tiburtino, dopo la
fuoriuscita degli ex Br Andriana Faranda e Valerio
Morucci, Fallico aveva come nome di battaglia
"gatto" o "il corniciaio". L'uomo avrebbe avuto
rapporti personali e diretti con
Con l'ex brigatista salgono a 67, dall'inizio
dell'anno, i decessi conteggiati dal Dipartimento
dell'amministrazione penitenziaria nelle
sovraffollate carceri italiane. Del totale, 24
sono suicidi mentre gli altri 43 vengono
attribuiti a cause naturali.
Il Consiglio di sicurezza esprime solidarietà al
popolo e alle vittime, e non al governo. Nulla
di fatto invece sulla risoluzione di condanna
per le violenze del regime
Clamoroso risultato del voto per il rinnovo
della Duma.
Il partito del premier si ferma al 49,5%, i
comunisti sfiorano il 20% per la prima volta dal
dissolvimento dell'Urss. Previste
manifestazioni, ieri arresti di massa
dal corrispondente NICOLA LOMBARDOZZI
Ordigni e autobombe in 13 zone della città
(nella foto il
fumo in una delle aree attaccate). Il
bilancio più grave nel centro commerciale di
Karrada. La strage a 4 giorni dalla partenza
dell'ultimo soldato Usa. Lo scontro tra sunniti
e sciiti. Reporters sans Frontiéres: 66
giornalisti uccisi nel mondo nel 2011
Inter - Milan 4-2
- Sky - Ampia Sintesi - Highlights
(6-5-2012)
Highlights Inter - Milan 4-2 |
Video Gol Serie A
6 Maggio 2012 - Una
delle migliori Inter
della stagione ha steso il Milan
nel derby. I rossoneri dovevano vincere
per restare aggrappati al sogno
Scudetto, ma si sono trovati di fronte
la squadra di Stramaccioni che è entrata
in campo molto determinata per fare la
partita. La gara è stata sbloccata al
14′ minuto con una conclusione sotto
misura dal principe Diego Milito
su sponda di Samuel in un’azione che è
partita da palla inattiva.
coppa Italia del maggio 2007, quel giorno io c'ero a San
Siro dopo aver lhithighatho chonh qhuehlhlha throhihah
fhoththuhthah dimmmerdaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaacon la solita partita di merda in quel di Parma l'Inter
si autoesclude dal terzo posto e dall'Europa Totalmente
!!! NEL FRATTEMPO SALTA ANCHE STRAMACCIONI, DOPO
GASPERINI E RANIERI MERDATTI RIESCE AD EGUAGLIARE IL SUO
RECORD DEL 1999 DI 4 ALLENATORI !!!
Tutti
giù per terra. Solo che rialzarsi adesso è dura, costerà
fatica più delle altre volte, e chissà se ci sono le
forze per farlo. Sono due anni che questa Inter
crepuscolare cade e si rimette in piedi, precipita in
picchiata poi miracolosamente alza il muso e torna in
qualche modo a galleggiare. Up and down, su e giù, anzi
giù e su, che mal di testa. Ma ogni volta lo
scivolamento è un po' più in basso, e la reazione più
flebile: legge di natura, mica si può combattere
all'infinito quando non hai più forze. Ora è arrivata la
caduta di Parma, che è la tredicesima sconfitta
stagionale: la prima in assoluto per Stramaccioni ma
praticamente fatale, perché ora il terzo posto è
irraggiungibile. Il giovin tecnico, amatissimo da
Moratti, cullava il sogno di un filotto di vittorie,
derby compreso, per arrivare al terzo posto e
guadagnarsi una conferma per la prossima stagione.
Invece il filotto non arriverà, anzi a questo punto il
derby di domenica diventa decisivo per l'Inter e per
Strama, perché le cose nel club vanno così: i grandi
slanci e gli entusiasmi morattiani per i suoi allenatori
rischiano di ridimensionarsi in fretta, quando arrivano
risultati negativi, anzi molto negativi e contro certi
avversari. Per dire: la sconfitta nei derby (e contro la
Juventus) è una cosa che di solito a Moratti fa perdere
la pazienza di schianto, e provoca in lui crolli di
fiducia negli allenatori. A Stramaccioni si è chiesto di
camminare sul filo negli ultimi due mesi di campionato,
di provare a rigenerare una squadra ormai andata di
cottura, di compiere un miracolo che a un tecnico più
esperto non sarebbe mai riuscito ma a un esordiente
magari sì, per la sua incoscienza forse, o per il suo
impatto in un mondo per lui completamente nuovo, per la
sua fortuna. Stramaccioni ha fatto del suo meglio ma è
umano come gli altri, e si è dovuto arrendere
all'evidenza: l'Inter dei Lucio, dei Maicon, dei
Cambiasso, non può più competere a certi livelli, non ne
ha più la lucidità, ne ha magari la personalità e
l'orgoglio ma non il passo, perché quando i ritmi si
alzano non sta dietro agli avversari, e ogni sbavatura
la paga cara, carissima, perché non ha più in sé gli
anticorpi o le energie per rimediare ai propri errori.
Il tempo passa per tutti, e di illusioni o di ricordi
non si può vivere. Stramaccioni l'ha imparato a
carissimo prezzo al Tardini e ora si trova a dover
affrontare un derby da sfavoritissimo, contro un Milan
che crede di nuovo nello scudetto e avrà più energie
mentali (quanto a quelle atletiche, non sembra che i
rossoneri stiano tanto meglio). Al dunque: per come
vanno le cose nell'Inter di Moratti, la conferma di
Stramaccioni passa da domenica, da come andranno le cose
nel derby. Se l'Inter lo vincesse, ecco che per il
giovin tecnico si riaprirebbero d'incanto le porte del
futuro, e un pensierino ad affidargli la squadra di
riaffaccerebbe, anche se in questo momento è un pensiero
minore. In caso di sconfitta o inutile pareggio nel
derby, invece, il mare comincerebbe a richiudersi su
Andrea Stramaccioni, l'allenatore più giovane della
serie A, l'absolute beginner che per qualche settimana
ha fatto pensare che l'Inter avesse avuto una micidiale
intuizione e che inventandosi dal nulla un tecnico fosse
riuscita a risollevare le sorti di una squadra in via di
spegnimento.
"Scommesse? Presto deferimenti
Prandelli non andrà all'Inter"
Rimonta Zarate
aggancio Champions
Soffre la squadra di Stramaccioni
contro il Cesena va in svantaggio con Ceccarelli, poi
recupera con Obi e l'argentino. Vittoria che porta la
squadra al terzo posto
MILANO - L'Inter
fa il proprio dovere, battendo il già retrocesso
Cesena, e si tiene in corsa per il terzo posto in
campionato: i nerazzurri soffrono, contro una squadra
romagnola che gioca per l'orgoglio, ma porta a casa
quel successo che le consente di agganciare il Napoli
e la Lazio, impegnata stasera ad Udine in uno
spareggio che può tagliare fuori i friulani così come
portare anche i bianconeri a quota 55. In una corsa
Champions così ingarbugliata, possono fare la
differenza fortuna e stato di forma e, per entrambi
gli aspetti, è la squadra di Stramaccioni ad apparire
più lanciata.
PAZZINI NON SI SBLOCCA - Nel primo
tempo l'Inter convince per l'impegno, sebbene non sia
capace di incantare sul fronte del gioco, complice un
Cesena molto chiuso. I nerazzurri non sfruttano a
sufficienza le fasce, dove pure mostrano di poter
pungere con facilità, mentre in mezzo pagano
l'eccessiva concentrazione di maglie bianconere.
Antonioli sa farsi trovare pronto quando è chiamato in
causa, come sul piattone di Pazzini (alla prima da
titolare con Stramaccioni) o sulla botta sotto misura
di Lucio nel finale di tempo, conclusione che il
portiere dei romagnoli respinge d'istinto con la
fronte, rimanendo a terra per un paio di minuti dopo
l'impatto.
DECISIVI I CAMBI - La voglia, da
parte dei nerazzurri, c'è tutta, sebbene manchi spesso
la giusta lucidità. A complicare la situazione ci si
mette un Cesena tutt'altro che arrendevole: gli uomini
di Beretta,
in avvio di ripresa, prima
colpiscono una traversa con Iaquinta, poi trovano il
gol del vantaggio col tiro a incrociare di Ceccarelli,
pur deviato da Nagatomo. La fortuna restituisce subito
il maltolto all'Inter, appena due minuti dopo lo 0-1,
quando è un'altra deviazione, di Von Bergen, a rendere
imparabile il tiro da fuori di Obi. Stramaccioni
toglie Pazzini e uno stremato Alvarez in favore di
Milito e Zarate: quest'ultimo si farà trovare pronto
sul cross di Guarin per la zuccata da tre punti, a
conclusione di un'azione martellante dei nerazzurri.
FINALE SERENO - A quel punto manca
più di un quarto d'ora da giocare e il tecnico
nerazzurro inserisce Poli per dare nuovo spolvero al
centrocampo ed addormentare una partita che, fino a
quel momento, aveva consumato l'Inter dal punto di
vista fisico e nervoso. I nerazzurri non correranno
più grossi rischi, mettendo in ghiaccio un risultato
che vale oro nella corsa all'Europa che conta.
INTER-CESENA 2-1 (0-0) INTER (4-3-2-1): Castellazzi 6;
Maicon 6.5, Lucio 6, Ranocchia 5.5, Nagatomo 6.5;
Guarin 6.5, Cambiasso 6, Obi 6; Alvarez 6.5 (21' st
Zarate 6.5), Sneijder 6.5 (35' st Poli sv); Pazzini
5.5 (15' st Milito 6). (21 Orlandoni, 2 Cordoba, 37
Faraoni, 9 Forlan). All.: Stramaccioni. CESENA (5-3-1-1): Antonioli 6.5;
Ceccarelli 6 (40' Djokovic sv), Benalouane 5.5, Von
Bergen 5.5, Rodriguez 6, Comotto 5.5 (19' st Martinho
6); Santana 6, Guana 5.5, Parolo 5.5; Mutu 5.5 (30' st
Lolli sv), Iaquinta 6. (88 Ravaglia, 13 Rossi, 42
Arrigoni, 17 Malonga). All. Beretta ARBITRO: Romeo di Verona RETI: nel st 12' Ceccarelli, 14' Obi,
27' Zarate ANGOLI: 10-2 per l'Inter RECUPERO: 1' e 4' AMMONITI: Benalouane e Santana per
gioco falloso ESPULSI: 48' st Beretta e il suo vice
Canzi per proteste SPETTATORI: 45.802 per un incasso di
1.520.483 euro.
Il presidente federale Abete rassicura il numero uno
della Lega di B, Abodi, sulla celerità delle decisioni
della Procura. "Entro maggio arriverà la decisione di
Palazzi". Poi sul futuro del ct: "Ha un contratto di
quattro anni con la nazionale che vuole rispettare"
MILANO-
Quattro giornate alla fine della serie A, sei alla
fine delle serie B. Il calcio chiede chiarezza in
merito all'inchiesta sul calcioscommesse che potrebbe
scombussolare le classifiche dei due principali
campionati italiani e lo fa nelle parole del
presidente della Lega cadetta Andrea Abodi che, nel
corso del convegno 'Le regole, il rispetto, la
reputazione' organizzato dalla Lega di serie B al
quale ha partecipato anche il presidente federale,
Giancarlo Abete, prova ad accelerare i tempi per i
deferimenti di club e giocatori. Il numero uno della
Figc rassicura tutti sul lavoro del Procuratore
federale, Palazzi. "Entro la fine del mese in corso e
l'inizio di maggio c'è l'impegno della Procura di dare
luogo a tutti i deferimenti che risultassero necessari
- spiega Abete -. Palazzi ha evidenziato che
fisiologicamente bisogna svolgere un'inchiesta a
tronconi. In questi giorni la Procura di Cremona sta
svolgendo nuovi interrogatori e in Figc c'è massimo
collegamento con la Procura di Napoli, che in tempi
brevi metterà a disposizione documenti utili per
aprire un nuovo troncone. Le scommesse illegali
rappresentano un problema che riguarda l'intera
società italiana, in cui è diminuito il rispetto delle
regole".
'PRANDELLI HA UN CONTRATTO'-
Poi il numero uno della Federazione allontana le voci
che vogliono Cesare Prandelli sulla panchina
dell'Inter dopo gli Europei in Polonia e Ucraina.
Leggo con attenzione i giornali ma posso dire che a me
non risulta assolutamente che Cesare Prandelli
vada via dalla
nazionale al termine degli Europei. Ha un contratto
quadriennale con la Federazione e lo sento molto
spesso, quindi parlare di ipotesi non ha senso -
assicura prima di concedersi una battuta
sull'eliminazione dalla Champions di Barcellona e Real
Madrid -. Credo che ogni squadra vive la dimensione
del momento -ha sottolineato-, Real e Barca erano le
favorite ma sono state eliminate. Detto questo credo
che la Spagna è una grande squadra. La sfida con loro
in Polonia sarà aperta anche se sono i primi nel
ranking e noi dodicesimi".
Inter, tris da
Champions
Agganciata l'Udinese
Colpiti a
freddo da Danilo, i nerazzurri passano al 'Friulì grazie
a una doppietta di Sneijder (a segno dopo 6 mesi) e a un
gol di Alvarez, preferito dall'inizio a Zarate. Pagano
le scelte tattiche e di uomini di Stramaccioni (bene
anche Guarin titolare): la sua squadra è a 3 punti dal
3° posto
Highlights Udinese-Inter 1-3 Serie A - All
goals video 25-4-2012
Highlights Udinese-Inter 1-3 Serie A - All goals
video 25-4-2012
TABELLINO: Udinese-Inter 1-3
Udinese
(3-5-1-1):
Handanovic; Benatia, Danilo, Domizzi;
Basta (15' st Pereyra), Pinzi, Pazienza
(32' st Torje), Asamoah, Armero (15' st
Pasquale); Floro Flores; Di Natale. A
disposizione: Padelli, Barreto, Abdi,
Ekstrand. All.: Guidolin.
Inter (4-3-2-1): Julio
Cesar; Maicon, Lucio, Ranocchia, Nagatomo;
Guarin, Stankovic, Cambiasso; Alvarez (20'
st Obi), Sneijder (41' st Poli); Milito
(40' st Zarate). A disposizione:
Castellazzi, Cordoba, Pazzini, Faraoni.
All.: Stramaccioni.
UDINE - Chi
vorrà accomodarsi sulla terza poltrona dovrà fare i
conti anche con l'Inter. Ebbene sì, i nerazzurri
vincono lo spareggio del 'Friuli', con un
inequivocabile 3-1 dopo essere andati fra l'altro
subito sotto, grazie a una doppietta di Wesley
Sneijder (tornato a segnare dopo sei mesi) e a un gol
di Alvarez, ovvero due degli oggetti misteriosi della
gestione Ranieri.
IL MARCHIO DI STRAMACCIONI SUL COLPO AL 'FRIULI'
- Il successo sull'Udinese (una sola affermazione
nelle ultime nove gare, i numeri indicano la flessione
degli uomini di Francesco Guidolin) premia le scelte
di Andrea Stramaccioni (primo blitz esterno da quando
siede in panchina), anche coraggiose, come quella di
escludere dalla lista dei convocati Diego Forlan dopo
la deludente prova di Firenze. Ma anche come quella di
rilanciare dall'inizio a centrocampo Guarin, a sua
volta poco convincente nell'esordio da titolare contro
il Cagliari: il colombiano è uno dei migliori, per
quantità e qualità. E lo stesso può dirsi del modulo
utilizzato dal giovane tecnico promosso da Moratti,
con l'impiego di Alvarez preferito a Zarate nel
4-3-2-1. Sarà un caso, ma le reti che consentono
all'Inter di agganciare l'Udinese a quota 52 (5°
posto) e avvicinarsi a Napoli (54) e Lazio (55) sono
proprio dei due trequartisti schierati insieme da
Stramaccioni, in questo caso capace di dare una
lezione tattica a un maestro come Guidolin.
DANILO COLPISCE A FREDDO, RISPONDE SNEIJDER
- Eppure
al pronti via sono i tifosi
friulani a gioire, quando Danilo dopo neppure 5 minuti
lascia secco Julio Cesar con un destro potente e
preciso dai 20 metri, che colpisce il palo interno e
si insacca. Match subito in salita, dunque, per
Stankovic e compagni (il serbo capitano di giornata
per l'assenza di Zanetti, out per infortunio come
Samuel, Palombo, Castaignos e Chivu), che però nel
giro di cinque minuti rimettono le cose a posto, dopo
aver rischiato di subire il raddoppio da Asamoah. Il
rasoterra mancino di Sneijder non è irresistibile, ma
un paio di rimbalzi sul terreno e un intervento non
impeccabile di Handanovic (per una volta determinante
in negativo) lo trasformano nel pallone dell'1-1.
TOCCO SOTTO DELL'OLANDESE PER IL 2-1 - Il
pari cambia l'inerzia del match, i padroni di casa
smarriscono sicurezza, mentre i nerazzurri ritrovano
coraggio e convinzione. Così, dopo un intervento di
Julio Cesar su Floro Flores, è l'Inter a ribaltare la
situazione: gran lavoro in area di Milito, che attira
due difensori su di sé poi confeziona un assist al
bacio per Sneijder, delizioso è anche il tocco sotto
dell'olandese a scavalcare portiere in uscita e
tentativo di recupero di Danilo, per una doppietta
quanto mai pesante.
ALVAREZ FIRMA IL TRIS NERAZZURRO -
L'Udinese commette l'errore di buttarsi avanti a testa
bassa e quelli di Stramaccioni la puniscono
puntualmente. In contropiede Guarin pesca Alvarez, che
si libera di Danilo con una finta e con un diagonale
chirurgico mette le ali ai suoi, per la gioia di
Massimo Moratti in tribuna.
In avvio di ripresa, per almeno venti minuti, i
bianconeri mettono sotto gli avversari, cercando di
riaprire la gara, ma peccano di imprecisione nelle
occasioni costruite, trovando poi sempre attento anche
il portiere brasiliano dell'Inter. Che ancora con
Sneijder, di rimessa, sfiora anche il poker quando i
padroni di casa accusano la stanchezza. Guidolin
attinge anche a forze fresche in panchina, i suoi
creano azioni ma senza trovare la via della rete.
UDINESE, ULTIMA CHIAMATA CON LA LAZIO - Il
primo treno Champions, dunque, è perso dall'Udinese,
che avrà un'ultima prova d'appello domenica nel
posticipo con la Lazio, ancora al 'Friuli'. Una
giornata in cui, se riuscirà a battere il Cesena
fanalino di coda a San Siro, l'Inter di Stramaccioni
potrebbe vedere scenari di classifica ancora più rosei
considerando che sabato c'è anche Roma-Napoli
all'Olimpico.
UDINESE -INTER 1-3 (1-3) UDINESE (3-5-2): Handanovic 5;
Benatia 5.5, Danilo 6, Domizzi 5.5; Basta 5.5 (16' st
Pereyra 5.5) ; Pinzi 5.5, Pazienza 5 (32' st Torje sv),
Asamoah 5.5, Armero 5 (16' st Pasquale 5.5); Floro
Flores 5.5, Di Natale 5.5. (21 Padelli, 24 Ekstrand,
23 Abdi, 9 Barreto). All.: Guidolin 5.5. INTER (3-4-1-2): Julio Cesar
6.5; Maicon 6, Lucio 5.5, Ranocchia 6, Nagatomo 6;
Guarin 7, Stankovic 7, Cambiasso 6; Alvarez 6.5 (20'
st Obi 6), Sneijder 7.5 (41' st Poli sv); Milito 6.5
(40' st Zarate sv). (12 Castellazzi, 2 Cordoba, 37
Faraoni, 7 Pazzini). All.: Stramaccioni 7. Arbitro: Banti di Livorno 6.5. Reti: pt 5' Danilo (U), 10'
Sneijder (I), 28' Sneijder (I), 37' Alvarez (I). Ammoniti: Stankovic (I),
Danilo (U) per gioco falloso, Floro Flores (U) per
proteste. Angoli: 7-4 per l'Udinese. Recupero: 1' e 6'.
NIENTE DA FARE....LA
SOLITA CONFUSIONE TARGATA MERDATTI....NEL FRATTEMPO
BRUTTISSIMO 0-0 CON LA FIORENTETTA....TERZO POSTO GAME
OVER !!!
Mercato,
l'Inter è un BORDELLO TOTALE !!
Sneijder pedina per Balotelli?
Branca e
Ausilio hanno la lista pronta per rifondare la squadra.
Si cerca soprattutto per difesa e centrocampo. Il
colombiano Guarin consiglia il connazionale Rodriguez e
il brasiliano Fernando, entrambi del Porto. Ultimatum
dell'agente di Maicon, l'olandese verso il City per
arrivare a SuperMario
d
Dunque,
proviamo a elencarli. E' difficile, ma bisogna provarci.
Allora: l'ultimo è Prandelli. Prima di lui, a vari
livelli di suggestione, ecco Bielsa, Villas Boas, Blanc,
Zenga. O Mazzarri, o Montella, o Guidolin. Pure Capello,
pure Spalletti, pure Allegri. E perché no: Guardiola e
Mourinho, uno vale l'altro. E' il totopanchina
interista, va avanti da mesi senza soluzione di
continuità, a volte senza ritegno perché c'è chi inventa
nomi di sana pianta: tanto qualcuno prima o poi
riprenderà la "notizia" e il virus comincerà a
circolare. Questo è lo stato delle cose all'Inter,
nell'anno di grazia 2012, il secondo 'PT' (Post Triplete).
Siamo già a una quindicina di nomi diversi per
l'allenatore del futuro. C'era Ranieri e già a dicembre
si elencavano possibili suoi successori, a febbraio non
parliamone nemmeno perché si era nel pieno della bufera,
il tecnico era stato già sfiduciato dal club (non nelle
parole ma nei fatti) e i nomi fioccavano. Ora c'è
Stramaccioni ma la giostra non si è fermata, anzi.
Appena si è capito che neppure col giovine allenatore si
sarebbe compiuto il miracolo (perché solo un miracolo
farebbe rifiorire una squadra spremuta e annoiata), è
ripartita la giostra. Altro giro, altro regalo.
Ora si parla di Prandelli, e tutti smentiscono. A
cominciare dallo stesso Prandelli, che pure non vedrebbe
l'ora di tornare ad allenare un club. Domani tornerà
d'attualità magari Villas Boas, e
smentiranno
pure quello. Ciò che invece non si può smentire, perché
è sotto gli occhi di chiunque abbia occhi per vedere e
cervello per pensare, è che il problema dell'Inter è ben
lungi dall'essere quello dell'allenatore. Il problema
dell'Inter sta nell'organico, nelle sue motivazioni
prima ancora che nella sua carta di identità. Il
problema dell'Inter è che in due anni sono stati
acquistati venti giocatori e nessuno di loro ha avuto un
impatto decente sulle sorti della squadra. Il problema
dell'Inter è che il livello tecnico è crollato con le
cessioni di Balotelli, Eto'o e Thiago Motta, e nel
frattempo Sneijder ha smesso di giocare, anzi da mesi ha
un solo pensiero: rimettersi in forma per gli Europei,
mica per l'Inter. Il problema dell'Inter è che ha
trattato per alcuni mesi l'ottimo brasiliano Lucas,
19enne emergente, sembrava fatta, invece ora glielo sta
soffiando il Real Madrid. Il problema dell'Inter sono i
suoi problemi interni insoluti e l'incapacità di
rinnovarsi, non certo gli allenatori. Del resto dopo
Mourinho ne sono arrivati cinque, e lasciando da parte
il giovin Stramaccioni non si può dire che gli altri
quattro, cioè Benitez, Leonardo, Gasperini e Ranieri
fossero tutti degli incapaci, o degli inetti, o degli
inesperti.
Per ora l'Inter si trascina verso il finale di stagione,
agitando davanti a sé il drappo purpureo del terzo posto
ancora possibile per cercare di motivarsi, quasi fosse
un elettrochoc. Ma in cuor loro, gli interisti sanno che
il terzo posto è una chimera, anche solo facendo la
corsa sull'Udinese (della Lazio tutti pensano che in
qualche modo non andrà in Champions, per le note
vicende), ecco perché dopo il pareggiotto di Firenze
hanno cominciato a parlare della "matematica che ancora
non ci condanna": ma il calendario (Udinese, Cesena,
Parma, Milan, Lazio) non sembra lasciare molte speranze.
A meno che mercoledì a Udine non avvenga il miracolo,
cioè la vittoria, anche se è difficile accreditare di
qualche speranza di vittoria al Friuli la squadra lenta
e disperante vista a Firenze. E' un lento trascinarsi,
quello dell'Inter, verso il finale della prima stagione
senza titoli negli ultimi sette anni. Lento, triste e
malinconico. Di piani per il futuro non sembra esserci
neppure l'ombra, a meno che il piano non sia da
considerare quello di un'ulteriore contrazione dei
costi. Per questo, forse solo per questo, non si fa
altro che parlare dell'allenatore del futuro, almeno c'è
un argomento vivace da proporre. Anche a costo di
sconfinare nel ridicolo.
MILANO -
L'Inter del futuro è ancora in cantiere, i giocatori
sulla lista del dt Marco Branca e del ds Piero Ausilio
sono molti e in più reparti, da Isla a Bale passando
per Sahin, Veloso e M'Vila, fino ad arrivare a Lavezzi
e Ibarbo. In particolare i due dirigenti puntano a
rinforzare la difesa e il centrocampo, i due settori
dove l'Inter ha più necessità di essere puntellata. I
contatti con le società e i procuratori dei calciatori
- in attesa dell'apertura del mercato - sono
quotidiani. A 'dare una mano' arrivano i consigli di
Fredy Guarin. Il colombiano arrivato in prestito dal
Porto si sente già nerazzurro tanto da consigliare
l'acquisto di James Rodriguez e Fernando per la
prossima stagione. "Tutti sanno che James è un talento
- dice il centrocampista a 'O Jogo' -. Il Portogallo
gli sta stretto. Ha dimostrato il suo valore durante
la stagione, è uno che fa la differenza a suon di gol
nei momenti decisivi. E' un mio amico e ovviamente mi
piacerebbe averlo con me all'Inter. Arriverà il suo
momento. James, all'Inter o altrove, sarà felice. Si
merita la grande opportunità della sua vita. E' una
persona che ha grandi valori e ha un talento unico".
Sull'ex compagno di reparto Guarin sottolinea: "E' un
grande giocatore. E' fondamentale per la squadra.
Lavora per il gruppo, con lui i compagni si sentono al
sicuro".
SNEIJDER PER BALOTELLI -
Mentre Guarin - già sicuro che l'Inter lo riscatterà -
suggerisce gli acquisti, Maicon
punta i piedi sul rinnovo del
suo contratto, in scadenza nel 2013. "Entro giugno si
deve decidere", sottolinea l'agente del brasiliano
Roberto Calenda. L'idea dell'Inter è non rinnovare
alle cifre attuali (4 milioni) e nel caso di mancato
accordo tra club e giocatore per il brasiliano
verrebbe cercato un acquirente. Così come per Wesley
Sneijder, che potrebbe diventare pedina di scambio per
arrivare a Mario Balotelli nel caso Josè Mourinho
dovesse sostituire Roberto Mancini sulla panchina del
City. Al portoghese piace da sempre l'olandese. E il
furetto nerazzurro non ha mai fatto segreto della
possibilità di lasciare l'Inter. Sulla lista degli
addii anche Chivu. Il difensore ha il contratto in
scadenza a giugno ma l'Inter non sembra aver
intenzione di firmare un nuovo accordo con il romeno.
In stand by resta Pandev. L'attaccante - come scritto
da Repubblica - a fine stagione dovrebbe tornare all'Inter.
A Napoli sono contenti della stagione di Pandev e sono
disposti a riscattarlo ma a condizioni ragionevoli. La
palla passa ora a Bigon e Branca.
Milito
trascina l'Inter
L'Europa è più vicina
I nerazzurri
battono in rimonta 2-1 il Siena e accorciano il distacco
dal quinto posto difeso ora dalla Roma. Apre subito le
marcature D'Agostino, poi il Principe, con un gol per
tempo, ribalta il risultato
MILANO -
L'Europa nel mirino. L'Inter di Stramaccioni supera
2-1 il Siena nella 32/a giornata della Serie A e
accorcia a sole due lunghezze la distanza che la
separa dal quinto posto difeso ora dalla Roma che ha
scavalcato il Napoli in classifica. Un successo
cercato, voluto e soprattutto sofferto, perché il
Siena ha messo più volte in difficoltà i nerazzurri,
reggendo i momenti di maggiore pressione dei padroni
di casa.
VITTORIA DI GRUPPO - "Stramala
pazza Inter Stramala". Ormai l'inno nerazzurro è anche
l'inno di Stramaccioni. I tifosi lo hanno adottato
subito e la squadra ha risposto come meglio non poteva
al giovane tecnico proveniente dalla Primavera. Se è
vero che nel primo tempo i nerazzurri sono apparsi
confusi e storditi dal gol a freddo di D'Agostino,
nella ripresa Zanetti e compagni sono tornati a
macinare gioco con la grinta e la gioia dei tempi
migliori. Stramaccioni sta lavorando molto sulla testa
dei giocatori e il fatto stesso che sta affidando il
suo futuro nelle mani dei "senatori" lascia ben
intendere il lavoro che sta portando avanti il
tecnico. Da qui alla fine del campionato mancano sei
giornate e se l'Inter dovesse tornare a giocare da
Inter l'Europa non sarebbe più un obiettivo da
raggiungere affannosamente.
IL CUORE NON BASTA - I
complimenti vanno fatti soprattutto al Siena. Al di là
del vantaggio iniziale, gli uomini di Sannino hanno
saputo tenere benissimo il campo rischiando poco o
nulla. La sconfitta è forse una punizione troppo
severa per questa squadra che ha lottato fino
all'ultimo istante con il cuore in mano. Venire a
giocare a San Siro con la testa libera dalla paura e
dai fantasmi della retrocessione è sicuramente un
vantaggio non da poco. Il merito è soprattutto dal
cammino svolto finora dalla squadra che ora avrà sei
giornate per raggiungere con tranquillità l'obiettivo
prefissato a inizio stagione.
IL MATCH - Partenza shock dei nerazzurri
che vanno sotto dopo appena 6'. Samuel perde palla
sulla pressione di D'Agostino, il numero 10 bianconero
lancia in profondità Destro che viene ipnotizzato da
Julio Cesar, sulla ribattuta ci prova Brienza che
trova l'ottima risposta del reattivo estremo
nerazzurro, al terzo tentativo ci prova D'Agostino che
infila per il vantaggio. La risposta dei padroni di
casa arriva 20' dopo, ma Milito dagli undici metri
tira addosso a Pegolo. Nel finale il Principe si fa
perdonare infilando di testa su un rinvio errato di
Pesoli su azione d'angolo. Ripresa più spumeggiante
con Zanetti e compagni con l'acceleratore pigiato. Ci
prova prima Milito su respinta corta di Pegolo su tiro
di Alvarez, poi Stankovic, quindi Zarate, ma la palla
non vuole saperne di entrare. Poi Mannini trattiene
vistosamente Nagatomo e Romeo indica il dischetto dal
quale Milito non sbaglia. Inutile l'assalto finale del
Siena che deve arrendersi ai padroni di casa.
Inter-Siena 2-1 (1-1) Inter (4-3-3): Julio Cesar 6;
Zanetti 6.5, Lucio 6, Samuel 5 (38' pt Nagatomo 6),
Chivu 6; Cambiasso 6, Stankovic 6, Obi 5.5 (23' st
Poli 6); Alvarez 5.5 (32' st Pazzini 6), Milito 7,
Zarate 6. (12 Castellazzi, 23 Ranocchia, 14 Guarin, 9
Forlan). All.: Stramaccioni Siena (4-4-1-1): Pegolo 6;
Vitiello 6 (29' st Contini 5.5), Terzi 6.5, Pesoli 6,
Del Grosso 5.5; Mannini 5.5, Vergassola 6, Bolzoni 5.5
(17' st Gazzi 6), Brienza 6; D'Agostino 6 (17' st
Gonzalez 5.5); Destro 6.5. (1 Brkic, 15 Belmonte, 17
Grossi, 77 Sestu). All.: Sannino Arbitro: Romeo di Verona Reti: nel pt 7' D'Agostino,
42' Milito; nel st 36' Milito (R). Note: Angoli: 9-3 per l'Inter.
Recupero: 0' e 3'. Espulso: al 48' st Pegolo per
proteste. Ammoniti: Samuel, Pesoli, Vitiello, Mannini
e Contini per gioco falloso. Spettatori: 46.327 per un
incasso di 1.538.858 euro.
SERIE A/
Inter-Genoa (5-4): gol, sintesi e video highlights
(trentesima giornata)
Stra-Inter,
gol ed emozioni
Milito stende il Genoa
Il nuovo corso
nerazzurro produce reti e spettacolo. Al Meazza finisce
5-4 con una tripletta dell'ex attaccante rossoblu e reti
di Samuel e Zarate. Ai grifoni non bastano tre rigori
(uno di Palacio e due di Gilardino) per evitare il ko.
Di Moretti il quarto gol. Espulsi J. Cesar e Belluschi
MILANO - Sarà
per l'avvento di Stramaccioni, sarà per la voglia di
riscatto dei giocatori, sarà per la pochezza difensiva
del Genoa (alla sesta goleada stagionale subita
lontano da Marassi), fatto sta che l'Inter ritrova
finalmente il gusto di far festa con il suo pubblico
dopo 70 giorni. Un successo pirotecnico (5-4) ma
soprattutto importante che, se non altro, tiene vive
le speranze europee dei nerazzurri. La sconfitta,
invece, rappresenta il 9° risultato negativo di fila
dei grifoni, sempre più pericolosamente vicini alla
zona retrocessione e ora costretti davvero a
rimboccarsi le maniche per evitare un finale di
stagione affannato.
UNA SQUADRA CON PIU' SOLUZIONI OFFENSIVE
- Il nuovo corso voluto da Moratti non
poteva partire nel migliore dei modi. L'Inter,
d'incanto, è sembrata trovare stimoli perduti. Il
nuovo 4-3-3 varato dal giovane ex tecnico della
Primavera ha sicuramente restituito spettacolo ed
entusiasmo. Il tridente d'attacco, grazie soprattutto
al dinamismo di un voglioso Zarate, ha dimostrato un'intercambiabilità
interessante. Non solo: grazie a un Cambiasso tornato
ad avere libertà d'inserimento, le soluzioni offensive
sono aumentate e la squadra, con Stankovic promosso
regista unico alla De Rossi, ha trovato anche
geometrie e tempi di gioco più lineari. Certo c'è
qualcosa da rivedere dietro, dove la squadra rischia
un po' troppo, ma ci sarà tempo per studiare anche i
giusti equilibri.
GENOA, SOLITE AMNESIE DIFENSIVE
- Il Genoa, al contrario, al di
là di tanta buona volontà, ha mostrato i soliti
difetti. La difesa, soprattutto, ha mostrato
pericolose amnesie e, una volta andata in svantaggio,
ha tenuto troppo alta la linea dimenticandosi sia di
applicare con precisione il fuorigioco, sia gli
uomini. Di questo passo non sarà facile conquistare
punti. E Marino farà bene a dare una registrata al
reparto, soprattutto in un momento in cui è costretto
a fare a meno dell'esperienza di Granqvist.
UN SUCCESSO MAI IN DISCUSSIONE
- La gara è stata un susseguirsi di gol, record (4
rigori) ed emozioni. Ma il 5-4 non deve trarre in
inganno. Il successo dell'Inter non è mai stato in
dubbio. Avanti 3-0 con una doppietta dell'ex Milito e
una zampata di Samuel, l'Inter ha preso gol nel
recupero di primo tempo da Moretti che ha
fortunosamente deviato una rovesciata di Sculli,
sicuramente il migliore tra i rossoblu.
BEN QUATTRO RIGORI - Il Genoa
nella ripresa ha riaperto il gioco nel momento
migliore dei nerazzurri con un rigore di Palacio ma
l'Inter ha reagito con carattere trovando il 4-2 con
un bel destro a giro di Zarate. Una disattenzione
della difesa nerazzurra (Palacio lasciato in gioco in
contropiede) ha costretto Julio Cesar a provocare il
2° rigore con conseguente espulsione consentendo a
Giardino di siglare il 4-3. Ma l'Inter non ha
rischiato nulla, conquistandosi, anzi, col subentrato
Guarin (fallo di Belluschi, anch'esso espulso) il
rigore del 5-3 trasformato da Milito. Il Genoa ha
avuto solo un altro sussulto d'orgoglio che gli ha
permesso di conquistarsi al 90' il 3° penalty con
Sculli, bravo a bruciare sul tempo Lucio in area.
Gilardino non ha fallito togliendosi la soddisfazione
di siglare una platonica doppietta.
IL
RE TENTENNA HA DECISO QUANDO ORMAI I MAIALI SONO
SCAPPATI DALLA STALLA
Moratti
esonera Ranieri
squadra a Stramaccioni
Fatale
all'allenatore romano la sconfitta con la Juventus. Al
suo posto arriva il tecnico che, alla guida della
Primavera, ha appena trionfato nella Champions League
giovanile
MILANO -
Si è alla fine consumato l'addio tra Claudio Ranieri e
l'Inter. La sconfitta patita contro la Juventus, il
secco 2-0 a Torino, non è stato digerito dal
presidente Massimo Moratti, che ha infatti deciso di
cambiare allenatore. A sostituirlo sarà Andrea
Stramaccioni, che lascia la squadra Primavera dopo
aver trionfato nella Champions League giovanile contro
l'Ajax. Ironia della sorte, Moratti non aveva visto il
derby d'Italia per volare a Londra a sostenere i
giovani. Andrea Stramaccioni, che avrà al suo fianco
Beppe Baresi, si porterà il suo staff, mentre alla
Primavera andrà Bernazzani. Quello di Ranieri è il
sedicesimo esonero della serie A in questa stagione.
Questo il comunicato ufficiale della società
nerazzurra: "Il Presidente, Massimo Moratti e tutta
l'Internazionale ringraziano Claudio Ranieri e il suo
staff per la professionalità e l'impegno profusi, con
sincerità, in questi mesi alla guida della squadra".
L'Inter comunica inoltre "di aver affidato la squadra
ad Andrea Stramaccioni, tecnico della Primavera che ha
vinto la prima edizione della Next Generation Series.
Il più grande e affettuoso in bocca al lupo ad Andrea
Stramaccioni che da domani sarà al lavoro con la
squadra al centro sportivo 'Angelo Moratti'". Andrea
Stramaccioni sarà presentato ufficialmente martedì
alle 17.00 al centro sportivo Angelo Moratti di
Appiano Gentile.
CHI E' STRAMACCIONI -
Stramaccioni, romano di 36 anni,
ha iniziato allo
Zeta Sport, una società di Monte Sacro, quartiere di
Roma, con la quale vince il titolo provinciale dopo
aver lasciato il calcio giocato per un grave
infortunio (nel Bologna in serie C, con Renzo Ulivieri
sulla panchina emiliana). Nel suo curriculum ci sono
tre scudetti: uno nei dilettanti con i ragazzi della
Romulea e gli altri due nelle giovanili della Roma,
con i Giovanissimi e gli Allievi Nazionali (con loro
anche l'Arco di Trento del 2010). Il primo cambiamento
importante nel 2005 quando Bruno Conti lo strappa alla
Romulea (società legata alla Lazio), offrendogli la
panchina degli Esordienti della Roma. In quell'anno
passa dagli Esordienti ai Giovanissimi Regionali per
arrivare ai Nazionali: in pochi mesi salta quattro
categorie. Nel 2006 arriva il secondo tricolore
proprio alla guida dei Giovanissimi e nel 2010 il
terzo con gli Allievi Nazionali. La scorsa estate a
Stramaccioni arrivano due offerte. La prima è
dell'Inter, la seconda da parte di Arrigo Sacchi per
la panchina dell'Italia Under 17. Il tecnico romano
vuole continuare ad allenare squadre di club e così si
trasferisce a Milano per guidare la Primavera dell'Inter.
Sette nomi per
l'Inter
Ma Moratti prende tempo come il Re Tentenna che poi
venne fatto a pezzi a Novara...
Il presidente
nerazzurro pensa già al dopo Ranieri. I soliti nomi (Blanc,
Villas Boas, Mazzarri, Montella, Prandelli, Zeman e
Bielsa), ma nessuno per il momento sembra averlo
convinto in pieno. Per la Juventus, Stankovic e Chivu
sono in ripresa, solo che: siccome a tutta sta gente
ormai non frega più un cazzo in quanto il presidente
canterino invece di tenerli sulla corda spara troiate
come al solito suo, quando invece dovrebbe fare tutto
pesantemente sotto traccia, ecco che la trasferta di
Torino si rivelerà una merda d'altri tempi. L'Inter si
prenderà una sonora legnata, di quelle che fanno storia
e Ranieri verrà cacciato subito e tanti saluti al
"salvare la stagione col piazzamento in Europa ed altre
cagate in serie...."
MILANO -
Massimo Moratti dice di non voler prendere decisioni
affrettate per il futuro perché la fretta è cattiva
consigliera. Ma il presidente dell'Inter al domani
della sua squadra ci sta pensando, eccome. In questo
momento sulla lista dei papabili per il dopo Ranieri
restano scritti i soliti nomi: Blanc, Villas Boas (Mou
lo ha sconsigliato), Mazzarri, Montella, Prandelli,
Zeman e Bielsa. Moratti su questi nomi continua a
riflettere perché nessuno, chi per un motivo chi per
un altro, non ha ancora fatto breccia nel cuore del
presidente nerazzurro. Il futuro allenatore resta
ancora un punto interrogativo. Così come la prossima
partita di campionato contro la Juventus. Una gara che
il numero uno del club di corso Vittorio Emanuele ha
chiesto di vincere. Tre punti per tornare a galla e in
attesa della scintilla vera che possa far invertire la
rotta ai nerazzurri in questo momento zavorrati a
quota 41 punti.
STANKOVIC E CHIVU VERSO IL RITORNO -
In vista della sfida contro la Juventus Stankovic e
Chivu sono in ripresa. Il centrocampista e il
difensore dovrebbero essere tra i convocati per la
trasferta di Torino. Con loro potrebbe anche esserci
Guarin. Il colombiano che sta cercando di ritrovare la
condizione sta migliorando quotidianamente.
BLANC E M'VILA, PRANDELLI E ROSSI -
Secondo il portale francese Chronofoot se
all'Inter arriverà Laurent Blanc a Milano potrebbero
sbarcare Yann M'Vila del Rennes (seguito anche da Real
Madrid e Arsenal) e Michel Bastos. Più complicato
arrivare a Eden Hazard seguito anche dai grandi club
inglesi. Se invece dovesse arrivare Prandelli (strada
difficile da percorrere) potrebbe portare con se
Giuseppe Rossi in rotta con il Villarreal. Mentre con
Mazzarri il pole c'è Lavezzi, da diverse stagioni
pallino dell'Inter. Se invece la scelta ricadrebbe su
Villas Boas uno dei nuovi acquisti potrebbe essere
Fernando del Porto. Indipendentemente dal tecnico che
verrà restano sempre sul taccuino dei dirigenti
nerazzurri Isla, Cuadrado, Lucas e M'Bia.
Moratti cerca soci,
MA NON SI SBRIGA AD ANDARE FUORI DAI COGLIONI ED INSISTE
A TENERE GENTAGLIA COME BRANCA CHE E' COME RE MIDA ALLA
ROVESCIA, TUTTO CIO' CHE TOCCA SI TRASFORMA IN MERDA
!!!!: filtra
l'intenzione di alienare quote dell'Inter subito:dato
mandato ad una banca di cercare subito nuovi acquirenti
intenzionati all'acquisto del club. I rossi consecutivi
della Saras ormai sono un problema acclarato...
Inter, l'amaro Giuliani lascia i Moratti
Gian Germano Giuliani, patron del celebre amaro ed
ex marito di Bedy Moratti, esce dal capitale della
società nerazzurra regalando i propri titoli. Da tredici
anni non era più consigliere
MILANO - Gian Germano Giuliani,
classe 1937, imprenditore dell'Amaro Giuliani, esce dal
capitale dell'Inter dopo aver lasciato, circa tredici
anni fa, la poltrona di consigliere del club neroazzurro.
Lo rivela l'agenzia di stampa Radiocor.
Giuliani, ex presidente della Giuliani spa ed ex marito
di Bedy Moratti, sorella di Gianmarco e Massimo Moratti,
nei mesi scorsi ha regalato le simboliche 150 mila
azioni della società Fc Internazionale Milano a Clemente
Lavelli e Giovanni Viganò, due persone a lui vicine e
ovviamente tifose della squadra milanese.
Sempre a inizio 2012 Pietro Guindani, membro del cda di
Pirelli e presidente di Vodafone Italia, ha rilevato
circa 1600 titoli del club neroazzurro. Si tratta di
partecipazioni minime, considerando che l'Inter è
controllata, come risulta dall'ultima assemblea di fine
2011, per il 98,2% da Internazionale holding, società
che fa capo a Massimo Moratti. Alla fine dello scorso
anno il club milanese ha deliberato un aumento di
capitale da 40 milioni di euro per ripianare le perdite,
pari a 86 milioni di euro nel bilancio che si è chiuso a
giugno 2011.
La sublimazione
della crisi interista si è avuta domenica pomeriggio
in diretta televisiva. A cominciare dal prepartita.
Davanti alle telecamere di Sky,
il direttore tecnico nerazzurro Branca
ha sottolineato piccato che in società non
si sente la mancanza di Oriali, in
quanto l’ex dirigente “non era nemmeno tale”.
Rispondendo dai microfoni di Mediaset,
Oriali ha ricordato i sui trionfi, culminati nel
2010 quando sollevò la Champions League insieme
all’amico Mourinho, e ha ribattuto
a Branca, invitandolo a farsi da parte e accusandolo
di “non sapersi assumere le responsabilità per gli
errori dell’attuale gestione”. Entrambi i
protagonisti del duello hanno poi preferito non
riaprire la polemica. Da questo scontro, due le
teorie sulle cause della disastrosa stagione
interista e sugli scenari futuri.
Partendo dalla vittoria in Coppa Italia
nel maggio del 2005 (con Mancini
in panchina), passando per il triplete
dell’anno di grazia 2010 con Mourinho, fino ad
arrivare alla vittoria in Coppa Italia del 2011 con
Leonardo, l’Inter ha sempre
conquistato almeno un trofeo a stagione. In totale
15 in sette anni. Nella stagione odierna, invece, il
6 agosto i nerazzurri hanno perso la Supercoppa
Italiana a Pechino contro il Milan, il 26 gennaio
sono stati eliminati dalla Coppa Italia per mano del
Napoli e il 13 marzo sono stati estromessi dalla
Champions dal Marsiglia. Per non
parlare del campionato dove, col settimo posto a -19
dalla vetta, anche la qualificazione all’Europa
League sembra compromesso. Per la prima
volta da dodici anni, l’Inter potrebbe essere fuori
dall’Europa, con un danno economico quantificabile
in diverse decine di milioni. Com’è possibile una
stagione da zero tituli già a marzo?
C’è chi sostiene che con Oriali non ci sarebbero mai
stati gli acquisti sbagliati di Forlan
- preso ad agosto quando non poteva essere
inserito nelle liste per la Champions, e
incredibilmente nessuno se ne accorse – e di
Guarin, arrivato a gennaio già infortunato,
impossibilitato a sostituire gli stremati Zanetti e
Cambiasso. Questa visione ‘passatista’, che
rimpiange il vecchio assetto societario e che ha
imputato tali errori a Branca e al direttore
sportivo Ausilio, accusandoli
inoltre di passare troppo tempo in sede e di non
essere in grado di esercitare quel ruolo di collante
tra squadra società che svolgeva Oriali. Da qui
anche l’episodio di domenica contro l’Atalanta, con
Forlan che nella ripresa si è rifiutato di entrare
in campo al posto di Obi. L’errore
di partenza dei due sarebbe stato poi quello di
affidare in estate la panchina a Gasperini,
che non convinceva, per esonerarlo subito, a
settembre, dopo il 3-1 di Novara. Come l’anno scorso
si era partiti titubanti con Benitez
per poi chiudere con Leonardo.
Gli scenari futuri, anche alla luce del divorzio
consensuale del ds Pantaleo Corvino
dalla Fiorentina e in contemporanea con il ritorno
in scena di Oriali, prospettano un’accoppiata
Corvino-Oriali in cabina di regia nerazzurra per la
prossima stagione. “Corvino? Quello che con la
Fiorentina è riuscito a mandare cinque giocatori,
tra cui tre titolari, in scadenza di contratto e a
perderli a parametro zero? Il responsabile
dell’attuale disastro dei viola? Non è possibile che
Moratti affidi la rifondazione a un
perdente” è il paqrere di molti frequentatori del
mondo interista. Secondo i ‘futuristi’ – quelli che
guardano a domani certi che Branca sarà il perno
della nuova Inter e che Oriali abbia parlato così
solo perché certo di non tornare mai più in
nerazzurro – ci sono stati sì acquisti sbagliati (i
vari Coutinho, Alvarez, Jonathan,
Zarate), ma il problema è che
Moratti ha deciso di investire meno
rispetto agli anni scorsi, per sistemare i bilanci e
ottemperare alle nuove norme del fair play
finanziario.
Su una cosa concordano tutti. Gli errori, da
dividere in parti uguali tra Branca e Oriali, sono
stati quelli di non aver avuto il coraggio di
vendere alcuni giocatori di livello all’indomani
della vittoria in Champions (su tutti Milito
e Maicon, che adesso
valgono pochissimo, non certo Balotelli ed Eto’o,
che invece servirebbero ancora) e di aver lasciato
troppo spazio e potere a giocatori che oggi sono in
grado di influenzare le decisioni societarie. I
nomi? Chi risponde Cambiasso e
Zanetti non sbaglia. Tutti
d’accordo anche sul fatto che, al di là dei
dirigenti, quest’estate ci saranno partenze
eccellenti tra i giocatori e l’anno prossimo sulla
panchina dell’Inter non siederà Ranieri. Il nuovo
tecnico (Prandelli, Blanc, Mazzarri,
Spalletti, Bielsa e Villas Boas i
nomi) sarà il diciottesimo dell’era Moratti in
diciassette anni di presidenza. Numeri che darebbero
da pensare. Ma su questo punto futuristi e
passatisti sono unanimi: il presidente, nel bene e
nel male, sarà lui anche l’anno prossimo.Mourinho brucia Villas Boas
"Non è ancora pronto per l'Inter"
Il tecnico portoghese è ancora
uno dei consiglieri più ascoltati dal presidente
Moratti e ha dato il suo parere sulla scelta del
prossimo allenatore. Salgono le quotazioni di
Montella
MILANO -
"Lasciate stare Villas Boas. Non è ancora da
Inter". Il consiglio a Moratti, che invece avrebbe
individuato proprio nel giovane portoghese
l'allenatore del futuro, arriva dall'alto, anzi
dall'Altissimo. Da Lui, insomma dal divino Josè.
Per gli interisti, Mourinho negli ultimi due anni
si è trasfigurato: non è più un semplice
allenatore ma un'icona, il simbolo di qualcosa di
irripetibile che ora non è più, un'entità
soprannaturale che ogni tanto investe benevolmente
il mondo nerazzurro con le sue attenzioni, a volte
col suo Verbo. Infatti Mourinho nelle ultime
settimane, quelle della crisi nera, si è fatto
sentire. In forma ufficiale, cioè a microfoni
aperti, quando alcuni giorni fa ha dichiarato a
Mediaset Premium: "Un consiglio a Moratti? Io sono
un tifoso come gli altri, voglio il bene
dell'Inter ma Moratti più di ogni altro sa cosa
bisogna fare: i ragazzi sono bravi, hanno tanto da
dare e Ranieri è un allenatore con tanta
esperienza che può tranquillamente iniziare una
nuova stagione". Dichiarazione ben strana, a
pensarci bene: tutto il mondo sa che Mourinho non
ha mai stimato Ranieri sul piano professionale,
visto che l'ha punzecchiato in moltissime
occasioni. Ecco perché la bizzarra uscita si
presta a un'altra lettura, più sottile: Mourinho
sa che Moratti avrebbe pensato ad André Villas
Boas per la prossima stagione, e dato che lui non
è d'accordo, allora eccolo elogiare Ranieri, quasi
a voler scongiurare il pericolo che all'Inter vada
il suo ex assistente.
Moratti e Mourinho si sentono al telefono con una
certa frequenza, il legame è rimasto fortissimo.
Contatti ce ne furono anche durante l'ultimo
mercato invernale: l'Inter chiese in prestito uno
tra Khedira e Sahin, che al Real giocano pochino,
ma Mourinho non se ne volle privare. Così sembra
che in uno degli ultimi colloqui, il tecnico abbia
sconsigliato Moratti dall'ingaggiare Villas Boas.
Sarebbe troppo giovane (non ha ancora 35 anni), ha
alcune rigidità legate all'inesperienza (è uno
scienziato della tattica, l'ha studiata e la
conosce in modo profondissimo ma a volte manca di
senso pratico) e non è ancora in grado di gestire
uno spogliatoio complicato come quello interista:
del resto l'ha ampiamente dimostrato al Chelsea,
dove è stato esonerato proprio per non aver saputo
entrare in sintonia con gli anziani del gruppo.
Che Mourinho conosca benissimo Villas Boas è fuori
discussione: lo ha avuto come assistente personale
per sette anni, era l'addetto allo studio delle
squadre avversarie. Poi le strade dei due si sono
separate nel 2009, quando Villas Boas se n'è
andato a fare l'allenatore per conto suo, e da lì
in poi i rapporti si sono guastati, insomma i due
non si parlano più. Per questo parrebbe che nel
consiglio di Mourinho a Moratti ci possano essere
dietro questioni personali, o almeno questo è ciò
che dicono i pettegoli. "Ma no, Josè dà sempre
consigli disinteressati e per il bene dell'Inter",
ribattono dal club. E in effetti difficilmente
Mourinho ha sbagliato, nei suoi suggerimenti al
presidente interista: gli aveva sempre parlato
male di Benitez, e si è visto com'è andata a
finire; non è mai stato entusiasta di Ranieri, e i
fatti non gli stanno dando torto; in fondo aveva
apprezzato l'ingaggio di Leonardo, che alla fine
si è rivelato il tecnico migliore, o il meno
peggiore, di questi due anni (di Gasperini
Mourinho aveva avuto impressioni positive da
avversario, ma non sapeva se sarebbe stato adatto
all'ambiente interista: infatti non lo fu).
Nelle prossime settimane capiremo meglio la
situazione, se Moratti si dirigerà decisamente su
Villas Boas o se esiterà, ascoltando il divino
Josè. E' un periodo di profonde riflessioni
all'Inter, il presidente sa che la rifondazione ci
deve essere ma per assumere i contorni di un vero
cambiamento bisogna ripensare alcune cose nella
struttura del club. C'è da restituire un assetto
certo ai quadri dirgenziali, insomma bisogna
valutare anche la posizione del dt Branca che
nelle ultime stagioni ha chiaramente sbagliato gli
acquisti e ora è sotto accusa. Prima l'assetto
dirigenziale, poi il nuovo allenatore: sembra
questa la priorità. Ma probabilmente esistono più
allenatori da Inter che dirigenti, il dilemma è un
po' questo. Di recente, tra gli allenatori, sono
salite vertiginosamente le quotazioni di Vincenzo
Montella, che sta compiendo prodigi col suo
Catania al punto che ora ha gli stessi punti dell'Inter.
Ma c'è ancora da aspettare per conoscere la
verità. Moratti medita, soffre, medita e ancora
soffre. L'unica certezza è che di questa Inter ne
ha fin sopra i capelli, e che bisogna cambiarla.
E' un disastro totale senza fine
ed i tifosi neroazzurri non vedono l'ora che si
concluda una delle stagioni più di merda della
storia neroazzurra. Fuori da tutti i giochi già da
settembre, con una dirigenza imbarazzante CHE RENDE
INSPIEGABILE LA VITTORIA DEL TRIPLETE, il Presidente
continua a sbuffare ma NON SI DECIDE AD ANDARSENE
FUORI DAI COGLIONI PER SEMPRE. Per un rilancio c'è
bisogno di un ricambio TOTALE, non solo di una
RESTAURAZIONE VATICINATA DAL SEMI DEFICENTE CON LA
TARTARASI CRONICA AL CERVELLO..."La
cosa che mi preoccupa di più è che Branca ha detto
che sta già lavorando per il prossimo anno: se fosse
vero spero che stia lavorando per il futuro di
un'altra squadra, non dell'Inter".
L'ex dirigente dell'Inter Raffaele Oriali risponde
così a Marco Branca, che oggi ha detto:"Anche
quando era qua, lui non s'è occupato mai di mercato
se non i primi due anni della mia gestione. Non
conosceva le cose della società come le conoscevamo
io e il mio presidente". "Non so perchè sia uscito
con queste dichiarazioni-
ha detto Oriali durante il programma 'Serie A Live'
di Premium Calcio -,perchè
lui stesso sa che molte trattative le abbiamo
condotte assieme, fino alla cessione di Ibrahimovic
al Barcellona, che ha portato avanti il presidente,
anche molto bene. Ma lo confermano anche gli stessi
giocatori, come Milito e Thiago Motta, che mi
ringraziano sempre per il fatto di essere approdati
all'Inter: anche durante le trattative in entrata di
Ibra e Vieira, io e Branca eravamo assieme in sede
della Juventus, con il presidente bianconero".
"Branca, con tutti problemi che ha l'Inter e che lui
ha contribuito a creare-
ha continuato -,farebbe
meglio a pensare a quello piuttosto di parlare di
me, che da tifoso ho espresso delle critiche nei
confronti della squadra". "Penso che sia giusto
dargli dei meriti quando l'Inter ha fatto bene-ma
non era solo che gli piaccia o no -. Ora la realtà
dei fatti dice che da due anni sta lavorando da solo
e i risultati sono quelli che vedete. È stato
contestato il presidente - ha aggiunto Oriali - e
secondo me non ha molte responsabilità, perchè le
risorse economiche le ha fornite ed evidentemente
non sono state spese bene. Branca deve accettare le
critiche e non pensare a rispondere a me, con i
problemi che ci sono: forse invidiava un pò il mio
rapporto anche con gli allenatori, da Mancini a
Mourinho". "Ha anche detto che non ero nemmeno un
dirigente dell'Inter: al contrario, ero nel
censimento e firmavo documenti ufficiali",
ha concluso
Definire opaca quest’Inter è
quasi un complimento. Lo 0-0 di San Siro è un punto
guadagnato per la squadra di Ranieri, che gioca con
una svogliatezza inspiegabile quando dovrebbe invece
dare il massimo per accorciare la classifica o
almeno dare un senso a quello che resta del suo
campionato. Invece no, alla fine l’Atalanta porta a
casa un punto strameritato e ha tutti i diritti di
recriminare per un rigore negatole nel finale,
episodio in perfetta sintonia con l’evoluzione di
questa partita.
Ritmi blandi e poco filtraggio
nel gioco dell’Inter durante il primo tempo. La
squadra bada soprattutto a mantenere le posizioni
onde evitare di dare campo ai bergamaschi, letali
quando partono in contropiede. La pazienza
innanzitutto, questa la richiesta di Ranieri ai suoi
giocatori, perché se manca la creatività è con
l’organizzazione che si può cercare di creare
problemi all’avversario. L’Atalanta non ha nulla da
perdere, per questo fa davvero paura, al di là della
sua ottima stagione che ha del sorprendente e delle
assenze nelle fila orobiche. Obi e Poli, tra i più
attesi in quanto simboli della new generation, si
destreggiano bene soprattutto al cospetto di qualche
compagno più esperto che non spicca per qualità di
prestazione.
Non spicca soprattutto Diego
Milito, che manifesta tutta la sua insicurezza
fallendo il secondo rigore consecutivo, concesso per
affossamento di Bellini su Pazzini. Penalty calciato
debolmente, facile preda di Consigli, bravo anche
sullo stacco aereo di Samuel subito dopo. Non ne va
bene una, l’Inter riesce persino a sprecare dal
dischetto quando avrebbe bisogno come l’aria di
trovare il gol e il Principe risente tremendamente,
dal punto di vista psicologico, del secondo errore
consecutivo. Decisamene meglio il collega di reparto
Pazzini, che lotta come un leone, fa da sponda e
cerca spazio per concludere. Complessivamente, però,
il primo tempo dei padroni di casa è insufficiente,
fedele specchio della squadra di oggi.
Non che l’Atalanta faccia molto
meglio, ma di certo incute più paura rispetto
all’Inter per il semplice fatto di muoversi in
gruppo anche quando parte in contropiede. Per
fortuna Moralez e co. non approfittano di qualche
errore di posizionamento della linea difensiva di
Ranieri, buona notizia visto che da copione al primo
errore i milanesi vengono puniti sistematicamente.
Il centrocampo interista è troppo lento, non ci sono
ritmi, i giocatori non hanno l’appoggio dei compani
e gli attaccanti vengono abbandonati al loro
destino. Non c’è convinzione, si vive più di
intuizioni quasi mai corrette e se si sprecano anche
i rigori il quadro è chiarissimo.
I ritmi nella ripresa non
cambiano, difficile così che il match possa
sbloccarsi anche se il fresco di ingresso Gabbiadini
attenta allo 0-0 costringendo di testa Julio Cesar a
un volo apprezzabile. Dall’altra parte, l’ingresso
di Zarate per Milito certifica la pessima giornata
per il Principe, al quale Ranieri nega l’opportunità
di riscattarsi come al Bentegodi. Se poi l’unica
azione degna di nota nei primi 25 minuti è una
sgroppata di Zanetti significa che c’è ben poco da
sperare se non nell’episodio favorevole. Le
sostituzioni dell’allenatore dell’Inter fanno capire
che siamo quasi alla disperazione: Faraoni e
Castaignos prendono il posto di Obi e Poli,
costruendo una sorta di 4-3-3 senza precedenti. E
all’Inter va bene anche perché all’80’ Gava ignora
un fallo in area di Lucio (già ammonito) su
Gabbiadini. Episodio che farà discutere,
Scampato il pericolo, alla fine
ai padroni di casa va bene persino lo 0-0, risultato
generoso per una squadra incapace di creare nulla in
zona d’attacco e letteralmente sparita dopo l’errore
dal dischetto di Milito, come se avesse sprecato
l’unica opportunità della sua partita.
Inaccettabile, a prescindere dallo sfacelo in cui la
squadra versa. L’orgoglio prescinde da classifiche e
risultati e il pubblico interista almeno quello lo
pretende.
14.03.2012 19:10
Fonte:Adnkronos. Come per il calcio,
anche nella formula uno i digiuni da vittorie molto
lunghi hanno poi portato ad una serie di vittorie
consecutive:la Ferrari rimase a digiuno di successi
dal 1979 al 1999, per poi vincere 5 titoli
consecutivi, all'indomani dei successi in serie,
ovvero dal 2005, la Ferrrari ha vinto un solo
titolo, nel 2007.
Arrivano ulteriori conferme circa le intenzioni
di Massimo Moratti di cercare nuovi
soci per un futuro rilancio dell'Inter. Stando a
quanto apprende Adnkronos da ambienti
sportivi vicini al club, il presidente nerazzurro ha
espresso la volontà ad esponenti di una banca
primaria di alienare alcune quote della società. Una
notizia filtrata nelle ultime ore e che dunque va a
confermare l'intenzione di andare a cercare partner
per la gestione dell'Inter ad altissimi livelli. In
particolare, l'istituto si sarebbe quindi già messo
all'opera nella ricerca di eventuali soggetti
interessati all'acquisto.
Milano, 13 marzo 2012:
questo è l'ultimo undici del TRIPLETE. Ben 8 undicesimi
hanno partecipato all'esaltante stazione 2009-2010:
Julio Cesar,Samuel, Lucio, maicon, Stankovic, Zanetti,Milito
e Sneider.
Stagione
ricca di delusioni quella 2011/12 in casa-Inter, oramai
appesa ad un solo vero obiettivo stagionale: il
raggiungimento del terzo posto in campionato, che
farebbe staccare ai nerazzurri il biglietto per i
preliminari della prossima Champions League. Fuori
dall'Europa contro l'Olympique Marsiglia agli ottavi di
finale (non accadeva dal 2008/09 quando i nerazzurri
vennero estromessi dal Manchester Utd), fuori dalla
coppa Italia contro il Napoli nei quarti di finale (per
trovare di peggio si va al 2002/03 quando i milanesi
uscirono dal Bari agli ottavi), mai in corsa per lo
scudetto, i nerazzurri si aggrappano ad un piazzamento
di prestigio in serie A per salvare una stagione finora
fallimentare. La strada per raggiungerlo però è tutt'altro
che semplice.
L'Inter con 40 punti in 27 giornate si trova al settimo
posto in classifica e, se la stagione finisse oggi,
sarebbe fuori anche dall'Europa League, dove attualmente
sarebbero qualificate Napoli e Udinese, appaiate a quota
46 punti. In Champions invece andrebbero Milan e
Juventus (a partire dalla fase a gironi) e la Lazio (dai
preliminari, essendo al momento terza con 48 punti). Per
la seconda competizione europea però potrebbe essere
sufficiente anche il sesto posto, adesso occupato dalla
Roma con 41 punti, se le finaliste di coppa Italia - che
si conosceranno la prossima settimana - dovessero essere
Napoli e una tra Milan o Juventus, con queste squadre
nei primi cinque posti al termine del campionato.
La stagione negativa è stata finora infarcita di altri
primati negativi, tra cui il digiuno-record (mai nella
storia l'Inter era rimasta 541' senza segnare) ed il
numero delle sconfitte casalinghe (mai nell'era-Moratti
aveva perduto in una sola stagione sette partite davanti
al pubblico amico). Debacle - come si vede - da tempo
sconosciute in casa nerazzurra, considerando che la
società arrivava da una messe di titoli in bacheca
iniziata nel 2004/05, primo anno di guida tecnica di
Roberto Mancini, e proseguita con Josè Mourinho, Rafa
Benitez e Leonardo. Cinque scudetti consecutivi dal
2005/06 al 2009/10 (record eguagliato nella storia del
campionato di serie A su girone unico, come la Juventus
dal 1930/31 al 1934/35), di cui il primo assegnato a
tavolino dopo le sentenze di "Calciopoli"; 4 coppe
Italia (2004/05, 2005/06, 2009/10 e 2010/11), 4
supercoppe di Lega (2005, 2006, 2008, 2010), una
Champions League (2009/10) ed un Mondiale per Club
(2010). In totale 15 trofei in 7 stagioni. Altri tempi,
altra Inter.
L'Inter è stata elminata dalla
Champions. Venerdì ci sarà il nome dell'Olympique
Marsiglia tra le 8 squadre estratte durante il
sorteggio. Vedere l'Inter fuori dalla massima
competizione europea fa male, ma farà ancora più
male non vedere i nerazzurri in Champions l'anno
prossimo. E questa doppia esclusione dalla Champions
League, quest'anno e l'anno prossimo, è figlia degli
stessi mali: cattiva gestione delle società, scelte
sbagliate dell'allenatore, giocatori logori.
Insomma, le solite cose che si dicono da tempo e che
nella doppia sfida col Marsiglia sono venute fuori.
DISATTENZIONI FATALI -
L'Inter va fuori dalla Champions in zona
Cesarini. Una gol, quello di Brandao, che sa di
beffa. Come sapeva di beffa la rete di Andre Ayew
all'andata. Se le due partite fossero finite al 90',
l'Inter si sarebbe qualificata. Ma visto che coi
"se" non si va da nessuna parte, gli errori
difensivi, di Chivu e Lucio, alla fine sono
risultati decisivi. Ma decisivo è stato anche lo
scarso stato di forma dell'Inter, che non è riuscita
a superare un modesto Marsiglia. A centrocampo la
sfida è stata equilibrata, perché Diarra e M'Bia
hanno ben spezzato le trame nerazzurre. Sulle fasce
invece c'è stata forse una leggera superiorità
marsigliese, almeno finché l'Inter ha giocato col
rombo. Sneijder è uscito per infortunio e allora
Ranieri, senza altri treuqartisti, ha provato la
carta 4-4-2 con Obi a sinistra e l'inserimento dell'applauditissimo
Cambiasso. E' arrivato il gol di Milito, non è
bastato.
TROPPE PAURE -
Non possiamo considerare l'Inter inferiore al
Marsiglia. Nella gara di ieri i nerazzurri hanno
sicuramente giocato meglio, ma sono stati forse
frenati dalla paura. Sì, la paura di subire il gol
in trasferta che avrebbe compromesso tutto. Con la
testa libera i gol sarebbero potuti essere molto di
più. Poteva essere un'altra partita se Sneijder o
Milito avessero segnato nel primo tempo. Così non è
stato, ma il gol di Milito a un quarto d'ora
abbondante dalla fine si poteva gestire meglio.
Poteva essere la partita classica da 0-0, ma il gol
del Principe, arrivato quasi casualmente
sugli sviluppi di un corner, aveva riaperto tutto.
Un 2-0 avrebbe messo il risultato al sicuro, o
quasi, perché a quel punto bastava difendersi. E
invece lo spettro dei supplementari, che può aver
influenzato come il timore del gol in trasferta, si
è fatto sentire negli ultimi 10 minuti. L'Inter non
ha attaccato con convinzione e non ha neppure difeso
a spada tratta l'1-0, un risultato beffardo.
BEFFA FINALE E PAZZA
REAZIONE - Alla fine si può dire che sia
stata una beffa. Un flashback della partita
di andata. I tifosi a San Siro (e anche da casa)
avevano iniziato a credere seriamente ai quarti.
Sembravano lì a un passo. Poi la doccia gelata: il
gol di Brandao. Molti tifosi si sono istintivamente
alzati e hanno lasciato lo stadio. Mancavano due
minuti e bisognava fare due gol, troppi. Un gol, su
rigore, è comunque arrivato in extremis, anche se è
inutile. Ma proprio da quel gol può ripartire l'Inter.
E' un segnale positivo nonostante l'eliminazione,
perché vuol dire che un minimo di voglia di lottare
è rimasta. Bisogna vedere quanto durerà e a cosa
servirà, perché l'Inter non ha più obiettivi
concreti: gli zeru tituli sono una realtà.
Ce lo diciamo da soli, perché siamo sempre stati
autoironici. Dopo aver vinto tutto, gli interisti se
lo possono permettere.
L'INTER
RISPROFONDA NELL' "EPOCA" MERDOSA TARDELLIANA.
FINITA ANCHE PER RANIERI, IL PRESIDENTE DEFICENTE
MORATTI PRONTO A CAMBIARE ED A LEVARSI DAI COGLIONI
(Umberto Zapelloni, vicedirettore della Gazzetta, ha
parlato a Sky di un probabile ingresso di nuovi soci
nel club di Moratti. "Lo snodo sarà l'ingresso o
meno in Champions - spiega Zapelloni -. Senza il
terzo posto, infatti, è molto probabile che ci sia
un ingresso di un socio che dia forze fresche e,
soprattutto, denari per le casse societarie. SArebbe
una cessione ovviamente non totale delle azioni del
club, con la famiglia Moratti che continuerebbe a
gestire la maggioranza. Però, chiaramente,
l'ingresso di una figura forte a livello economico
potrebbe dare nuova linfa all'Inter, specie sul
mercato". Anche perché, senza gli introiti Champions,
tutto diverrebbe più difficile. "Certo- conferma
Zapelloni - anche perché arrivare al terzo posto non
è così semplice".) ALL'INTERNO DI UNA CRISI
DELLA FAMIGLIA AVITA PESANTISSIMA ( VEDERE GLI
ARTICOLI : I MEGABORG MORATTI E I MORATTI HANNO
FINITO LA BENZINA)
Protesta
"rosa" sotto l'ufficio di Moratti a Milano
Una piccola contestazione è andata in
scena sotto gli uffici del presidente dell’Inter
Massimo Moratti. Due signore hanno esposto uno
striscione bianco con la scritta: "Vergogna,
game over". La protesta, contenuta, fa seguito
alla sconfitta dell’Inter contro il Novara
ultimo in classifica Alle due signore si è
aggiunta una ragazza delusa dall’attuale momento
che sta attraversando l’Inter.
Serie A - Ronaldo "Ecco perché ho lasciato l'Inter"
g
Dopo le lacrime del 5 maggio
all'Olimpico,
Ronaldo lascia l'Inter
e si trasferisce al
Real Madrid: venne "scaricato" da Moratti dopo aver chiesto l'esonero di
Hector Cuper, con cui non andava d'accordo (foto: AP/LaPresse)
Ronaldo ed Hector Cuper non si sono mai
piaciuti. Mai. Se si volesse scrivere la storia di un amore mai sbocciato
sarebbero due protagonisti perfetti. Il livello di stima (reciproca) era così
basso che lo stesso Fenomeno, per la prima e unica volta nella sua carriera,
chiese espressamente al suo presidente di cacciare quel tecnico così sfrontato
che lo considerava alla stregua di un giocatoruncolo qualunque. Il
risultato, però, non fu esattamente quello sperato dal brasiliano.
A quasi dieci anni di distanza dall'ormai celeberrimo 5
maggio 2002, data della disfatta contro la
Lazio che costò lo
scudetto all'Inter e ultima apparizione di Ronaldo in maglia nerazzurra prima
del trasferimento al Real Madrid, il Fenomeno rivela, all'interno di una
intervista concessa a un televisione brasiliana, i retroscena che portarono alla
chiusura della sua carriera in nerazzurro, cominciata nel 1997 e sviluppatasi
lungo 99 partite e 59 reti realizzate.
"L'unica volta in cui ho cercato di far cadere un allenatore
fu con Cuper - confessa Ronaldo -. Ma, alla fine, sono stato io a cadere. Quell'anno
andai dal presidente Moratti e gli disse: 'Presidente, non è possibile
continuare con Cuper'. E lui mi rispose: 'Allora vattente tu'. Così,
a fine stagione, mi trasferii al Real Madrid".
Pagato più di 46 milioni di euro, Ronaldo conquistò subito la
Supercoppa Europea e la Coppa Intercontinentale (il Real era fresco vincitore
della Champions League): questi due trofei, uniti al Mondiale vinto in estate
con la Seleçao in Corea e
Giappone,
gli permisero di ricevere il Pallone d'Oro nel dicembre 2002. Cuper, invece,
venne esonerato un anno e mezzo dopo (e dopo un altro secondo posto in
campionato), sostituito da Zaccheroni.
Le immagini della protesta
a San Siro dopo la brutta sconfitta con il
Bologna
Aveva ragione
Claudio Ranieri, a chiedere che Thiago Motta
rimanesse all'Inter. Via l'italo-brasiliano, l'Inter
non ha avuto più protezione, né equilibrio. Ed è
arrivata la piena ( IN REALTA' MOTTA NON HA GIOCATO
INTER - LAZIO (2-1), HA GIOCATO INVECE NAPOLI -
INTER PROCURANDO AI PARTENOPEI IL RIGORE DECISIVO
SULLO 0-0....): in tre partite la difesa ha
incassato nove gol e l'attacco ne ha segnati solo
quattro Un solo punto in tre partite e la corsa si è
fermata. Lo 0-4 di Roma è stato catastrofico
per il modo, che ancora offende (mai vista un'Inter
così piantata sulle gambe, così incapace di reazioni
di sorta), e per la sostanza: di fatto è la
dichiarazione di resa di un gruppo, che è andato
oltre le proprie forze con la rincorsa di
dicembre-gennaio (sette vittorie consecutive in
campionato più una in Tim Cup) ma ora ha mollato. E
tutto ruota, anche simbolicamente, intorno alla
figura di Thiago Motta. Dal suo rientro a pieno
regime dopo la solita serie di infortuni autunnali,
l'Inter aveva iniziato a macinare le vittorie,
all'insegna di un equilibrio tattico che aveva quasi
del miracoloso, per come era sbocciato dal nulla e
per come aumentava di partita in partita. Ma poi è
arrivato Leonardo, ossia il Psg e le sue offerte
economiche, e il giocattolo s'è rotto. Thiago Motta
ha subito accettato la proposta del Psg e l'Inter si
è subito gettata sull'osso: la prospettiva di
incassare 10 milioni di euro per un quasi trentenne
e liberarsi di un contratto da 3 milioni alll'anno
che si sarebbe dovuto ritoccare a giugno, è parsa
troppo allettante a un club in difficoltà di
bilancio. E quando si bada solo al
bilancio, o prima al bilancio e poi al resto, vuol
dire che un club è in crisi, e che ai risultati
sportivi antepone l'aggiustamento dei conti. Per
questo l'Inter di dicembre e gennaio, l'Inter del
derby strappato al Milan, è stata un'illusione, un
soufflè. Una squadra di magnifica intensità
difensiva, ma anche una farfalla dalla breve vita.
Perché i primi a non credere che questa squadra
avrebbe volato a lungo sono stati i dirigenti: nella
campagna acquisti d'inverno hanno badato ai conti e
non a rafforzare la squadra, al di là delle
dichiarazioni di facciata. Così Ranieri non è stato
aiutato a mantenere un certo livello tecnico, perché
sostituire Thiago Motta con Palombo è già di per sé
una dichiarazione di resa. E quando un allenatore
all'Inter non viene accontentato sul mercato, vuol
dire che Moratti non ha fiducia in lui. E se non ha
fiducia in lui, vuol dire che sta pensando a un
sostituto per il futuro, a un allenatore che rilanci
gli entusiasmi di un ambiente piuttosto depresso.
Fuori dai denti: al di là delle suggestioni o dei
sogni impossibili (Guardiola, o il ritorno di
Mourinho: in ogni caso tutti allenatori fuori
mercato) a Moratti piace molto Luciano Spalletti. Lo
considera l'allenatore ideale per rilanciare
l'Inter, per farla giocare bene, per risollevarla
anche senza dover spendere decine di milioni di euro
sul mercato. Alcuni contatti ci sarebbero già stati,
secondo i rumors di mercato più ottimistici ci
sarebbero persino accordi di massima. E' presto per
ufficializzarlo, e sarebbe anche ingeneroso nei
confronti di Ranieri che fin qui ha provato a tenere
la baracca in piedi. Ma pare che Moratti al futuro
stia già pensando, e il modo in cui sono andate le
cose nel mercato di gennaio ne è la prova.
SERIE A/ Inter-Palermo (4-4):
sintesi, gol e video highlights (ventunesima
giornata)
Il tecnico nerazzurro ammette:
"Qualcosina l'abbiamo sbagliata..., dispiace per
il risultato" e parla tanto di mercato: "Thiago
Motta voleva andare è via, non è stato possibile
tenerlo. La rosa è competitiva per arrivare alla
Champions"
MILANO - Nel
dopopartita di Claudio Ranieri c'è una premessa
doverosa. Prima di commentare il 4-4 con il
Palermo, il tecnico nerazzurro ringrazia tutti
"coloro che hanno permesso di giocare la
partita, gli spalti erano puliti, le strade
attorno allo stadio anche. E soprattutto
ringrazio i 18 mila che sono venuti. Credo che
lo spettacolo sia stato all'altezza". Perché
nonostante la neve e il campo bianco, la
partita, come dimostra il risultato, è stata
spettacolare. E a proposito del pari con otto
reti, Ranieri non può non riconoscere che "Qualcosina
l'abbiamo sbagliata...".
Poi l'allenatore nerazzurro spiega l'assenza di
Samuel ("Non era al 100% e ho preferito dargli
un turno di riposo"), e si dice comunque
rammaricato per il risultato: "Il Palermo ha
fatto cinque tiri in porta e quattro gol,
dispiace, il calcio è questo e bisogna saperlo
accettare. Ma è stata una grandissima partita.
Entrambe le squadre volevano vincere, non si
sono mai arrese. Peccato per Milito, ha fatto
quattro gol e non hqu vinto la partita, ma anche
il Palermo ha fatto quattro gol fuori casa e non
ha vinto. E' stata una partita pazza, ma
godiamoci lo spettacolo, è stato uno spot per il
calcio".
Sneijder ha giocato da esterno. "A Lecce non ce
l'avevo con lui, erano tutti e tre gli
attaccanti che non compattavano la squadra,
stasera invece l'hanno fatto bene. Sneijder ha
una grandissima qualità, io da allenatore devo
trovare il modo di metterlo nelle condizioni di
far
bene. E' partito da
trequartista, ma quando l'ho spostato a sinistra
abbiamo ritrovato un assetto".
Poi si passa all'argomento mercato, con la
cessione di Thiago Motta. "Io ho provato fino
all'ultimo a trattenerlo, almeno fino a giugno.
Ma quando un giocatore per una settimana chiede
di andare via, perché vuole fare un'esperienza
all'estero, devi lasciarlo andare, é complicato
tenerlo. Perché non era contento bisogna
chiederlo a lui, non a me. Poi abbiamo tentato
di prendere un esterno, non ci siamo riusciti,
ma la rosa è valida, ci sono ottimi acquisti e
speriamo di averli a disposizione. Solo il
campionato ci dirà se siamo più deboli senza
Thiago Motta. Io sono fiducioso, perché finora
Sneijder non l'abbiamo avuto, Forlan neanche,
sono arrivati Palombo e Guarin, non credo che ci
siamo indeboliti, la rosa è competitiva per
lottare per entrare nel giro della Champions".
Highlights Inter - Palermo 4-4 | Video Gol
(Poker Milito, tripletta Miccoli)
Pubblicato: 02 feb 2012 da Gabriele
Capasso
Highlights Inter - Palermo 4-4 | Video
Gol
1 Febbraio 2012 -
Incredibili emozioni a San Siro
per i pochi spettatori che hanno scelto di
affrontare il freddo e la nevicata per vedere la
partita dell’Inter.
L'Inter cade a Lecce,
dopo che Ranieri ha tolto Sneijder all'intervallo:
"Non siamo ancora pronti per il cambio di modulo, ci
serve il 4-4-2". E allora l'olandese dove lo mettiamo?
FOTO AP/LAPRESSE
La Remuntada è già finita? La storia più importante
della domenica di Serie A è sicuramente quella che
riguarda l'Inter, che andava a caccia dell'ottava
vittoria consecutiva in campionato e invece trova una
porta, quella del Lecce, ermeticamente serrata dal
già mitico Massimiliano Benassi. Che il portiere
avversario sia il migliore in campo non giustifica
però la prestazione dell'Inter, sicuramente
all'altezza nel primo tempo, quando arrivano copiose
le occasioni da rete, ma fallimentare nella ripresa,
quando invece serviva più calma e sangue freddo,
prerogative per una grande squadra.
Ma cosa è cambiato tra il primo e il secondo tempo? Facile, è uscito Wesley Sneijder. Claudio
Ranieri ha spiegato a fine partita che l'Inter non è
ancora pronta per giocare con due punte più il
trequartista e che il 4-4-2 per il momento è l'unico
modulo che l'Inter sa interpretare al meglio. Pur non
essendo molto d'accordo (dopotutto, anche se l'Inter
non era stata scintillante, le occasioni erano
arrivate), la spiegazione ci sta tutta, ma allora la
domanda vien da sé: questo Sneijder dove lo metto?
"Può giocare nel 4-4-1-1 e poi dobbiamo
assimilare il rombo, perché dobbiamo continuare a
pressare alto, una caratteristica che è la nostra
forza maggiore al momento e ci ha fatto fare tanta
strada", ha vaticinato Ranieri. Ciò vuol dire che
al momento l'olandese è un di più, un elemento non
indispensabile, anzi dannoso? Non pensiamo sia così,
anche se forse qualcuno d'accordo con questa
affermazione c'è. Chiedere a Giampaolo Pazzini,
che a fine primo tempo, dopo un brutto sinistro in
tribuna si è visto apostrofare in malo modo proprio da
Sneijder che richiedeva il pallone, e non ha esitato a
mandarlo a quel paese (non sfuggi, ci sono le
telecamere!!!). E, guarda caso, poi l'olandese è
uscito per lasciar spazio ad Alvarez subito dopo...
Ranieri ancora una volta predilige il bene del
gruppo a quello del singolo: l'allenatore testaccino
non è certo un novellino e sa prendersi le
responsabilità delle proprie scelte. Qualche anno fa,
durante un derby di Roma, ebbe la faccia tosta di
togliere dal campo sia Totti che De Rossi tra un
tempo e l'altro, vincendo per altro la partita. Il
mister ci ha provato ancora, ma questa volta il
risultato è stato comunque negativo. A bocce ferme,
forse togliere Sneijder non è stata l'idea più felice
del mondo: ora Ranieri si trova un giocatore scontento
(l'olandese), uno sovra-esposto e deludente (Alvarez),
tre punti in meno (quelli persi a Lecce) e una squadra
con tanti punti di domanda in testa, che deve
ritrovare la spinta per riprendere il suo percorso
verso l'alto.
Match Result and Highlights, 15 gennaio 2012 [ AC Milan 0-1 Inter Milan ]
54' [0 - 1] D. Milito
Video
highlights Milan Inter 0-1 a fondo articolo.
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Il Caso - L'Inter non c'è più,
è colpa di Moratti
dom, 30 ott 10:11:00 2011
Troppe le scelte
sbagliate dopo il trionfo nella finale di Madrid. Dalla
decisione di tenere giocatori alla fine di un ciclo a un
mercato disastroso. Passando per la deligittimazione
frettolosa degli allenatori
Se anche i tifosi interisti sono arrivati a chiedere a Moratti di
andarsene, come è successo ieri notte nel garage dello
stadio di San Siro al termine di Inter-Juve, allora vuol
dire che la situazione è proprio sfuggita da qualsiasi
tipo di controllo. E' un segnale di un malessere diffuso
nell'ambiente, non più abituato a dover convivere con le
situazioni problematiche che si erano spesso presentate
nell'era pre-Calciopoli e sono tornate d'attualità dopo
un quinquennio di dominio in Italia e in Europa.
Ma perchè i sostenitori della Beneamata hanno deciso
di scagliarsi contro il dirigente numero 1 della società
dopo un avvio di campionato che non era così disastroso
dal 1946/47? 5 sconfitte su 8 partite sono tante,
troppe, ma sono la naturale conseguenza di ciò che è
stato fatto nelle ultime due stagioni, a seguito del
Triplete mourinhiano. Lo abbiamo ripetuto più volte
sulle nostre pagine, l'errore più grande è stato
commesso nella gestione del post Madrid; la vittoria
nella finale di Champions League contro il Bayern è
stato il punto più alto della gestione morattiana e
avrebbe dovuto rappresentare il punto di arrivo di 15
anni di presidenza.
TUTTO RISALE AL 2010 - Invece, il patron
nerazzurro ha preferito optare per la continuità,
convinto che i giocatori che si sarebbero laureati
campioni del mondo nel dicembre 2010 avrebbero garantito
almeno altre 2-3 stagioni di altissimo livello. Il
presidente buono si è piegato ancora una volta di fronte
alle richieste di aumento contrattuale di alcune delle
sue stelle. Ambite e concupite a suon di milioni in giro
per il Vecchio Continente, ma Moratti non se l'è sentita
di anteporre l'interesse economico ai sentimenti e così
ha prevalso la gratitudine verso i vari Maicon, Milito,
Sneijder...
MERCATO DISASTROSO - Sarebbe stato il caso,
invece, di lasciar partire giocatori che non potevano
avere più grandi motivazioni dopo aver trionfato su
tutti i campi e investire il tesoretto per innestare in
un gruppo esperto un paio di promettenti talenti da far
crescere con tranquillità. Ma campioncini veri e non i
Joanthan, Alvarez, Castaignos o Coutinho di turno; a ben
vedere, dei calciatori arrivati ad Appiano nelle ultime
4 sessioni di calciomercato, il solo Pazzini e in parte
Ranocchia si sono dimostrati all'altezza della
situazione. Persino il pur generoso Nagatomo sta
mostrando quei limiti che in una piazza più modesta come
Cesena si faticava a scorgere.
TROPPI ALLENATORI SILURATI - Valutazioni
clamorosamente sbagliate, che chiamano in causa anche
chi si è occupato materialmente del mercato (Branca) e
naturalmente giocatori e allenatori che non sempre hanno
dato l'impressione di agire per il bene del gruppo.
Eppure, l'ultimo anno ha visto passare in nerazzurro
gente del calibro di Benitez e Ranieri e i brevi
interregni di personaggi a loro modo competenti come
Gasperini e Leonardo, ma il risultato non cambia. L'Inter
è ripiombata nei suoi peggiori incubi, quelli in cui
Moratti mette in discussione i suoi allenatori alla
prima difficoltà e li esonera con incredibile facilità.
Salvo poi prendersela con arbitri e complottisti vari.
GUARDA IL VIDEO DELLA CONTESTAZIONE AL PRESIDENTE
DELL'INTER:
Il tribunale sportivo di Losanna
ha accolto il ricorso di Uci e
Wada contro il ciclista spagnolo,
finito sotto accusa per l'uso di
clenbuterolo durante la Grand
Boucle di due anni fa. La
sospensione delle gare fino al
prossimo 6 agosto 2012
di LUIGI PANELLA
Ancora una
volta, non è la prima e purtroppo
non sarà neanche l’ultima, fiumi
di inchiostro gettati inutilmente
per glorificare le gesta di un
campione. Il duello con Andy
Schleck sull'Alpe d'Huez nel 2010,
la celebrazione del nuovo
Armstrong, tutto inutile.
Alberto Contador è
stato squalificato per due anni:
il Tour de France del 2010, il
terzo della serie che lo stava
facendo avvicinare a passi da
gigante ai miti Armstrong , Merckx
e compagnia, passa di diritto
sulle spalle del suo più
accreditato avversario, il
lussemburghese Andy Schleck.
Una sanzione, quella decisa
dal Tas di Losanna, che vale per
il passato e per il futuro: Lo
spagnolo infatti non potrà correre
neanche il prossimo Tour de France,
che tra l'altro sembrava disegnato
apposta per lui, scadendo la
sanzione nell'agosto del 2012.
Contador si è scontrato con
l'intransigenza della Wada e,
anche se in un secondo momento,
con quella dell'Uci, che hanno
impugnato l'assoluzione da parte
della federazione spagnola. Va da
sè che la sua positività è una
sconfitta per tutta la Spagna,
spesso accusata di permissivismo
eccessivo nei confronti dei propri
atleti (il caso della
mezzofondista Marta Dominguez
docet). Costa cara quindi la
quantità, sia pur infinitesimale
di clenbuterolo, la sostanza
stimolante con effetti che non può
essere prodotta dal corpo umano e
che rientra tra quelle vietate dal
codice Wada. Il controllo
antidoping che inchioda lo
spagnolo è del 21 luglio 2010,
anche se la notizia
della
positività esplode fragorosa a
fine settembre, mentre sono in
corso i mondiali di Melbourne.
Inizia da quel momento una
lunghissima partita a scacchi. Lo
spagnolo punta tutto
sull'assunzione inconsapevole
basata sulla contaminazione
alimentare. In particolare viene
portata a difesa una bistecca
contaminata che conterrebbe la
sostanza. Dalla sua parte dei casi
'giuridici', come l'assoluzione
del campione di tennis tavolo
tedesco Ovtcharov. L'accusa invece
punta sulla improbabilità
dell'assunzione, alimentando tra
l'altro sospetti di
autoemotrasfusione. Una situazione
intricata che spiega ma non
giustifica i continui rinvii. Non
è comunque corretto far correre
per oltre un anno un corridore con
una spada di Damocle del genere.
In questo Contador si è comunque
dimostrato psicologicamente
d'acciaio: vero che al Tour 2011
ha fallito, complice anche una
serie di sfortunate cadute, ma
vero anche che ha vinto il Giro
d'Italia 2011da dominatore. Ora
però tutto è revocato: Andy
Schleck indosserà quella maglia
gialla che sembrava una chimera,
Michele Scarponi avrà la maglia
rosa del Giro 2011. Ma, inutile
negarlo, il sapore è ben diverso.
Alberto Contador è
stato squalificato per due anni e
privato della vittoria del Tour de
France 2010. Questa la sentenza
del Tas di Losanna sul ricorso
presentato da Uci e Wada contro
l'assoluzione del corridore
spagnolo, positivo al clenbuterolo
in occasione del secondo giorno di
riposo al Tour de France 2010.
Squalificato fino al 6 agosto
2012, Contador non potrà prendere
parte alla prossima edizione della
Grande Boucle (al via il 30
giugno) e salterà anche le
Olimpiadi di Londra. Cancellate
anche le vittorie del 2011, tra
cui quella del Giro d'Italia
chiuso davanti a Scarponi e Nibali.
Contador, 29 anni, si è sempre
proclamato innocente,
giustificando la positività con la
tesi della contaminazione
alimentare, tesi che la Federciclo
spagnola ha accettato. Per Uci e
Wada, invece, la presenza di
clenbuterolo nel campione del
corridore spagnolo sarebbe legata
al doping.
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Zanetti solleva la coppa
che mancava ai nerazzurri da 45 anni. Per la
società di Moratti è il terzo titolo mondiale,
il primo nella versione Fifa. Pandev ed Eto'o
gelano i campioni d'Africa nel primo tempo,
Biabiany chiude il conto nel finale. Abbracci
tra Benitez e il presidente
ABU DHABI - Massimo Moratti completa il percorso già
disegnato da papà Angelo: l'Inter, 45 anni
dopo l'ultimo successo in Coppa
Intercontinentale, torna a guardare il mondo
del calcio dall'alto verso il basso. Per una
sera Rafa Benitez ritrova serenità, i
balbettii dell'inizio di campionato restano
un'eco sfumata. Il Mazembe non è forse
l'avversario più suggestivo, per questa
serata, ma l'Inter ha dimostrato una ritrovata
solidità dal punto di vista mentale,
rinvigorita dal rientro degli infortunati e
concentrata per raggiungere quel quinto trofeo
che contribuisce a rendere indimenticabile
questo 2010 che va a concludersi.
L'INTER AFFONDA AL PRIMO COLPO -
Dura poco la resistenza dei congolesi, cui non
basta la preghiera di gruppo all'inizio dei
due tempi. I nerazzurri hanno ben chiaro
l'obiettivo e non si lanciano distrarre
nemmeno dal solito Mario Ferri, il solito
invasore 'pro Cassano', evaso dagli arresti
domiciliari per apporre il proprio sigillo
anche sulla finale del Mondiale per Club.
Quelli che rimarranno indelebili, però, sono
quelli di Pandev ed Eto'o che, a cavallo del
quarto d'ora di gioco, mettono l'ipoteca sul
successo del club di Via Durini. Gli uomini di
N'Diaye appaiono frastornati dall'uno-due
nerazzurro e rischiano di capitolare altre due
volte prima dell'intervallo ma Milito, in due
occasioni a tu per tu con il portiere Kidiaba,
grazia i campioni d'Africa.
BENITEZ AZZECCA TUTTO
- Nel secondo tempo i nerazzurri abbassano i
ritmi, controllando
le sfuriate degli
africani: c'è lavoro per Julio Cesar,
costretto all'intervento risolutore in tre
occasioni sul potente Kaluyituka. I
nerazzurri, dal canto loro, ripartono sempre
in maniera pericolosa, come quando il cross di
Maicon viene deviato sul palo da Kidiaba. Se
Benitez ha sicuramente azzeccato la formazione
iniziale, nonostante destassero dubbi la
rinuncia a Stankovic e la posizione di Eto'o
(dirottato sulla sinistra della metà campo), i
nerazzurri chiudono l'incontro grazie ai
subentrati: assist proprio del centrocampista
serbo per Biabiany, che riesce dove aveva
fallito Milito, freddando il portiere
congolese.
DISGELO TRA RAFA E MORATTI
- Encomiabile l'assedio finale del Mazembe,
cui rimarrà la soddisfazione di essere la
prima squadra africana a giocarsi il titolo
mondiale, ma il triplice fischio certifica un
successo mai in discussione. È il via alla
festa, la festa di Eto'o (MVP della
manifestazione) e di capitan Zanetti, che
corona 16 anni di Inter sollevando il trofeo
più ambito, indossando la maglia
dell'infortunato Walter Samuel. Gioisce
Moratti, che abbraccia Benitez, e i due
sembrano più vicini sotto il cielo di Abu
Dhabi. L'immagine più bella resterà il tuffo
finale dei calciatori nerazzurri sotto lo
spicchio di stadio occupato dai loro tifosi,
fedeli seguaci anche nella rigenerante
trasferta mediorientale.
TP MAZEMBE-INTER 0-3
(0-2) MAZEMBE: (4-1-4-1):
Kiadiaba, Kimwaki, Kasusula, Nkulukuta,
Singuluma, Kabangu, Bedi, Kaluyituka (45' st
Ndonga sv), Mihayo, Ekanga, Kasongo (1' st
Kanda). (5 Tshani, 7 Mwepu, 12 Mabele, 16
Sunzu, 18 Mvete). All: N'Diaye INTER: (4-2-3-1):
Julio Cesar, Maicon, Lucio, Cordoba, Chivu (9'
st Stankovic), J. Zanetti, Cambiasso, Thiago
Motta (42' st Mariga sv), Pandev, Milito (25'
st Biabiany), Eto'o. (12 Castellazzi, 23
Materazzi, 39 Santon, 11 Muntari). All.:
Benitez ARBITRO: Nishimura
(Giappone) RETI: nel pt 13'
Pandev, 17' Etòo; nel st 41' Biabiany ANGOLI: 5-4 per l'Inter RECUPERO: 2' e 3' AMMONITI: Kaluyituka,
Bedi, Kasusula per gioco falloso, Ekanga,
Thiago Motta per comportamento non
regolamentare.
Abbiamo seguito in diretta la finale del
mondiale per club,
Inter-Mazembe, che ha visto i nerazzurri
laurearsi campioni del mondo. Vi mostriamo
subito i gol che hanno deciso la partita. A
seguire il tabellino.